Vasco Brondi e la sua Mistica: l'umanità come forma di resistenza

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In foto, il cantautore Vasco Brondi, in arte Le luci della centrale elettrica

In foto, il cantautore Vasco Brondi, in arte Le luci della centrale elettrica

In questo momento storico che sembra essere propizio per band e cantanti italiani (almeno dal punto di vista del pubblico e della fama) tra apparizioni televisive, passaggi – ormai all’ordine del giorno – in radio e tour sold out tra palazzetti e stadi, c’è una figura che si allontana da questa mondanità, che cammina contro corrente, sia nella gestione della propria immagine (social e real life), sia dal punto di vista musicale. Come l’ombra che passeggia in direzione opposta sul viale Karl Johan nel famoso quadro di Edvard Munch, Vasco Brondi è uscito “fuori dal giro”.

Eppure fino a qualche anno fa Le Luci della Centrale Elettrica rappresentava un progetto fondamentale di quella che era la scena indipendente, anche solo per dire che ti faceva schifo e che i testi non avevano senso, dovevi conoscere il cantautore di Ferrara. Ho visto gente della mia generazione pagare biglietti solo per acclamare Dragogna nel tour del 2015, oppure per vederlo reagire male urlandogli che non sapeva cantare.

E oggi che i meme su Le luci non fanno ridere più e il generatore automatico di testi si è spostato verso gli esponenti del nuovo Pop, Vasco Brondi sembra essersi elevato a vate della vita globalizzata, alla ricerca di una nuova identità e di una nuova strada da percorrere. A conferma di ciò, pochi giorni fa, è uscito il suo nuovo singolo, Mistica, che rappresenta un prolungamento dell’album che ha segnato definitivamente la svolta nella produzione de Le luci della centrale elettrica. Una svolta che si dipana attraverso un cambiamento netto nel registro linguistico e in quello musicale.

La ricerca, di cui parlavo prima, è evidente in Terraalbum del 2018, con nuove sonorità, arrangiamenti molto più curati e complessi e una nuova dimensione sensoriale che è palesemente influenzata dalla cultura orientale. Certo, è vero che anche in Costellazioni si poteva avvertire una svolta negli arrangiamenti e nel registro linguistico ma, nell’album del 2014, si sentiva presente ancora una rabbia viscerale che tradiva un trasporto emotivo dell’autore che sembra essere scemato nelle nuove produzioni.

Ciò che non è cambiato – e che fa parte della poetica di Brondi dal primo album – è il suo comunicare per immagini e i continui riferimenti a elementi della contemporaneità. Ma anche queste due componenti hanno scelto un nuovo abito: mentre in album come Canzoni da spiaggia deturpata e Per ora noi la chiameremo felicità la contemporaneità schiacciava e sottometteva le storie raccontate nei brani, in Terra è evidente come le storie siano diventate parte integrante di quella stessa postmodernità di cui Brondi è sempre stato cantore: la permeano in modo fluido senza più subirla.

Non ha smesso, il buon Vasco, di raccontare la sua generazione ma è evidentemente cambiato il suo termine di riferimento: non più i giovani della provincia italiana trasfigurati dalla droga e dalla solitudine, ma la generazione del mondo globalizzato che accomuna i nuovi musicisti, i giovani jihadisti, gli abitanti del villaggio globale e gli alienati dalle iperconnessioni. L’io preponderante dei primi album cede pian piano il passo alla narrazione in terza persona di storie che non gli appartengono ma, alle quali, sembra empaticamente legato da un filo impercettibile.

Dettaglio della copertina di 2008/2018, tra la Via Emilia e la Via Lattea, il nuovo album de Le luci della centrale elettrica. Illustrazione di Nicola Magrin

Dettaglio della copertina di 2008/2018, tra la Via Emilia e la Via Lattea, il nuovo album de Le luci della centrale elettrica. Illustrazione di Nicola Magrin

E quindi Mistica, appunto, si inserisce in questo filone ma al di fuori dell’album, proprio a voler dimostrare che la strada imboccata ha un senso univoco ed è figlia di quella ricerca intrapesa in prima persona, con la solitudine da eremita in luoghi silenziosi, a contatto con la natura. Senza perdere però quel contatto con il mondo che lo circonda e che è ancora protagonista delle sue canzoni ma illuminato da una luce diversa.

Un luce che è anche e soprattutto resistenza, che attraverso le maglie nere e rovinate del tempo trova uno spiraglio: nelle canzoni d’amore, nella musica elettronica, nei viaggi, in Harry Potter, negli incontri, nella gente. Nell’umanità.

Sono passati dieci anni dal primo album, sta per prendere il via il tour che li ripercorre, ma le adolescenti romantiche e maledette sono cresciute e con loro è cresciuto Brondi che ha annunciato da poco che il progetto Le luci della centrale elettrica ha chiuso il suo ciclo. Uscirà un libro-intervista che ripercorre questi dieci anni ma non specifica cosa ne sarà di lui. Probabilmente continuerà la sua carriera con il suo vero nome, abbandonando lo pseudonimo da gruppo e la maschera dietro i quali si è nascosto in questi anni. Siamo alla svolta della maturità, la Palombella rossa di Michele Apicella che diventa Nanni. Un gesto che sembra piccolo ma è estremamente significativo.

“Qualcosa verrà pur fuori nelle Vie Lattee dell’eternità immense che si dispiegano davanti a tutti i nostri occhi puri di spettri”, scriveva Kerouac: e nella nuova tranquillità ascetica dei Vasco Brondi sembra che anche dalle spiagge deturapate possa venir fuori un fiore.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Mi piace pensarmi come un “multipotenziale”, cosa parzialmente confermata dai tanti bivi che mi si sono palesati davanti, fino ad oggi, ma, per una sorta di maledetta contingenza, ho sempre preso la strada sbagliata. Studio Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e esultare ai goal del Napoli.

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