Il dolore dell'adeguarsi agli standard altrui

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In foto, Woody Allen sul set di Zelig (1983). Nel film, Leonard è affetto da una misteriosa malattia, che lo porta ad adattare automaticamente il suo aspetto e i suoi comportamenti a quelli delle persone con cui si trova

In foto, Woody Allen sul set di Zelig (1983). Nel film, Leonard è affetto da una misteriosa forma di camaleontismo, che lo porta ad adattare automaticamente il suo aspetto e i suoi comportamenti a quelli delle persone con cui si trova

Essere insicuri è brutto, essere introversi è difficile: superfluo specificarlo, importante accettarlo. Quello che conta davvero è come decidiamo di reagire a questi lati del nostro carattere e, spesso, prendiamo la decisione più sbagliata possibile: quella di adeguarci a ciò che vogliono gli altri.

Capita quando conosciamo persone nuove e cerchiamo di somigliare alla loro cerchia. Capita quando il ragazzo o la ragazza che ci interessano hanno determinati gusti che non potrebbero mai comprendere persone come noi. Capita quando non siamo soddisfatti di come siamo e pensiamo che essere quello che vogliono gli altri ci renderebbe migliori. Capita quando siamo talmente turbati e scontenti di noi stessi che preferiremmo essere chiunque altro. Non solo lo vogliamo, ma iniziamo a provarci: è questa la cosa più terribile di tutte.

Siamo così abituati ad attraversare momenti in cui siamo delusi da noi stessi che, alla prima occasione, cerchiamo di cambiarci. Il problema è che lo facciamo perché siamo spaventati, no, terrorizzati dal fatto di non essere abbastanza, di non essere adeguati. Provare a essere migliori per se stessi è uno dei percorsi più salutari che si possano intraprendere, ma non è la strada suggeritaci dalla società attuale. La società si aspetta che le nostre vite seguano tutte lo stesso banale percorso lineare, si aspetta un fisico adeguato a determinati canoni, si aspetta individui capaci di conversare, socializzare, soggetti sicuri di sé. Tutto ciò contribuisce a farci sentire la pressione di doverci tenere per noi ogni malaugurata fragilità.


Ogni volta, ogni singola volta che cerchiamo di adattarci agli standard di qualcun altro per sentirci migliori o semplicemente più partecipi, ricordiamoci del fatto che stiamo annullando una parte di noi stessi.


Siamo in tanti, tantissimi, a sforzarci ogni giorno di mantenere una facciata che non ci rappresenta ma, forse, dovremmo riflettere meglio su quali siano le conseguenze di tutta questa pressione. Ogni volta, ogni singola volta che cerchiamo di adattarci agli standard di qualcun altro per sentirci migliori o semplicemente più partecipi, ricordiamoci del fatto che stiamo annullando una parte di noi stessi. Per cosa? Ci fa davvero sentire meglio fingere di essere quello che non siamo per qualche ora? Lo so, è gratificante sentirsi accettati, sentirsi adatti. Ma a quale prezzo? Non potremo mai essere soddisfatti o felici se ci condanniamo a sforzarci per il resto della vita. A fine giornata torneremo sempre a casa, esausti, soli con noi stessi, forse più tristi di prima. Ogni attimo passato a sforzarsi per adeguarsi agli standard altrui, in ultimo, non può che essere causa di sofferenza perché ci costringe a soffocare sempre più aspetti di noi stessi. In sintesi, dopo un po’ fa male. Che fare, allora?

Semplicemente, dobbiamo imparare a incanalare quello stesso sforzo in una direzione diversa, una che preveda il cambiarci e il migliorarci unicamente per noi. Smettiamola di rinunciare a pezzi di noi stessi per una soddisfazione momentanea, passeggera, che non potrà mai essere completamente appagante. Impariamo piuttosto a guardare le cose da un’altra prospettiva: la cosa peggiore che potrebbe succederci è restare soli, d’accordo, ma se il motivo di tale solitudine fosse il fatto che nessuno ci accetta per come siamo, forse la cosa migliore è andare avanti e aspettare qualcuno di migliore. Incontrare persone per le quali saremo abbastanza così come siamo sarà infinitamente più appagante rispetto all’essere accettati perché sappiamo mettere in piedi una buona recita.

Impariamo a smetterla di pensare che ci sia qualcosa di sbagliato o di non abbastanza adeguato in noi. Ci sono (e ci saranno sempre) individui che piacciono di più, forse con più carisma, bellezza, con un’attitudine migliore al socializzare, ma questo non significa che siano migliori. Forse solo un po’ più fortunati. Siate abbastanza prima di tutto per voi stessi, preoccupatevi di soddisfare i vostri standard prima di tormentarvi con quelli degli altri. Dopo, lo prometto, andrà meglio.

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Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

22 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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