L'importanza degli Easter eggs e mille altre cose

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Nell'immagine, un Easter egg che collega Star Wars e Indiana Jones, entrambi film con Harrison Ford

Nell’immagine, un easter egg che collega Star Wars e Indiana Jones, entrambi film con Harrison Ford

Ho deciso di parlare di easter eggs usando easter eggs.

Easter egg significa letteralmente “uovo di Pasqua” ma nel gergo informatico indica un contenuto (in genere curioso, bizzarro e/o innocuo) che i progettisti inseriscono all’interno di un proprio prodotto. L’espressione rievoca la caccia all’uovo, appunto, che si svolge in alcuni paesi nel periodo pasquale.

Detto con parole semplici, è come quando Bart – in un episodio de I Simpson – guarda i Pokémon. È accattivante cercare queste piccole sorprese che vengono lasciate in giro tra software, videogame, cinema e TV; è divertente scoprire che alla cerimonia d’incoronazione di Frozen sono presenti Rapunzel ed Eugene, che nelle scene iniziali di Coco ci sono Buzz Lightyear, Woody e Mike. Anche la Marvel è famosa per i suoi easter eggs e la serie televisiva Lost è piena di questi piccoli, curiosi dettagli: basti pensare semplicemente al fatto che nei flashback dei protagonisti appaiono, in mezzo a una folla o nella stessa fila o seduti allo stesso ristorante, alcuni degli altri personaggi principali.

La verità –  e non serve Lost per spiegarcelo – è che siamo tutti collegati in un modo o nell’altro. Che lo vogliate chiamare “filo rosso del destino”, “teoria dei sei gradi di separazione” o in qualunque altro modo, l’universo è come un intreccio di strade che ci fa incontrare o scontrare l’uno con l’altro. Io stessa ho conosciuto persone che mi sono poi resa conto di aver già visto; per aver partecipato nel passato allo stesso concerto, per essere stati alla stessa proiezione di un determinato film o addirittura perché sono capitati nello sfondo di una mia foto.

Che senso ha attendere la stampa di una foto se puoi puntarti il telefono in faccia e avere anche una visuale piuttosto realistica sul come poi uscirà lo scatto?

Che senso ha attendere la stampa di una foto se puoi puntarti il telefono in faccia e avere anche una visuale piuttosto realistica sul come poi uscirà lo scatto?

Di recente ho passato una bellissima giornata con delle persone speciali con cui, tra l’altro, ho anche visto proprio Lost (chi in preparazione di un esame all’università, chi per gioire di un semplice re-watch, ma è farlo insieme che rende speciale l’esperienza). Per puro caso, ci siamo fermati un momento davanti a una di quelle macchinette per fare le fototessere. È stato un attimo. Non so neanche come esattamente mi sia venuto in mente ma dal nulla ho esclamato: «Dai, entriamo!».

Nell’epoca dei selfini a destra e a manca, quella delle fototessere alle macchinette è diventata ormai un’abitudine in disuso. Magari ci entra qualcuno cui servono degli scatti per i documenti, ma niente di più, perché in fondo che senso ha attendere la stampa di una foto se puoi puntarti il telefono in faccia e avere anche una visuale piuttosto realistica sul come poi uscirà lo scatto? E invece stare ad aspettare quei rettangolini di carta, nella speranza di essere venuti bene, di non aver fatto facce troppo serie o troppo stupide, fa parte della collezione dei piccoli, indimenticabili momenti passati insieme alle persone care. Anche rimanere per pochi minuti in uno stretto cubicolo a fare facce storte con gli amici è un’esperienza, soprattutto se è metà ottobre ma l’estate sembra non essere finita. Bisogna poi decidere come dividere le immagini; c’è chi preferisce le originali piuttosto che quelle con l’effetto vintage o chi semplicemente vuole fare la foto alle foto.

Sono stata proprio io che ho proposto l’idea a essere venuta di meno nell’inquadratura (ma in fondo meglio così, visto che in foto vengo male), però ho tenuto gli scatti originali, quelli a colori. Per non perderli nei meandri della borsa (che pesa come se ci fosse tutta la mia vita dentro) li ho messi momentaneamente proprio nella custodia di uno dei DVD di Lost che avevo con me. Poi però ho deciso di lasciarli lì, così che quando i dischi e gli squilli con i 3310 saranno solo un lontano ricordo e io avrò voglia di un re-watch di un telefilm che ha fatto la storia, potrò casualmente ritrovare le immagini delle persone che hanno lasciato un segno nella mia esistenza, per ricordarmi di nuovo anche di me e riconoscere chi sono diventata; per avere un mio personale easter egg e provare la sorpresa e l’emozione di ritrovarlo, un giorno, per caso.

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Gaia Giovannone

Gaia Giovannone

"Mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo"

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