Elena Clara Maria: cercare di fare la differenza (e la differenziata)

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In foto, Elena Clara Maria (@elenaclaramaria), durante l'intervista con Guendalina Ferri, per Parte del discorso

In foto, Elena Clara Maria (@elenaclaramaria), durante l’intervista con Guendalina Ferri, per Parte del discorso

Lo sapevate che gli scontrini non vanno nella carta, ma nell’indifferenziato? Ecco, io per esempio no. Per anni mi sono illusa di fare la differenziata nel modo giusto e invece, per tutto questo tempo, lo scontrino di turno è sempre stato lì in agguato a rovinare tutto. A svelarmi l’agghiacciante verità, qualche mese fa, è stato il profilo Instagram di Elena Clara Maria (@elenaclaramaria).

Tre nomi e 22 anni, Elena studia Fisica e sui social parla di sostenibilità, etica, ambiente. Argomenti per niente semplici da trattare, soprattutto su piattaforme che prediligono l’immediatezza e rifiutano i tempi lenti dell’approfondimento.

Eppure 17mila persone seguono Elena, i suoi post sulla moda etica, le sue storie sui modi corretti per fare la differenziata. Behind an Outfit, Orzo consapevole, Best Easy To Buy sono alcune delle rubriche che trovano posto sul suo profilo Instagram. E, pur trattando tematiche diverse, l’obiettivo ultimo è sempre lo stesso: la consapevolezza. Dare a chi la segue gli strumenti per farsi qualche domanda in più e, in questo piccolo grande cerchio, fare la differenza.

Ne parliamo in una ventosa mattina di ottobre, sedute davanti alla chiesa di Santa Maria Novella a Firenze.


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Su Instagram sei approdata con un progetto che riguardava l’arte, in cui modificavi alcune tue foto sovrapponendole e intrecciandole a quadri famosi. Poi il lavoro è virato completamente.

«Si è ampliato, direi. Una persona è tante cose: all’inizio quello che volevo esprimere era il mio lato artistico, volevo dire qualcosa di me attraverso i quadri che amavo. Poi un giorno, quasi per scherzo, mi sono messa a parlare della differenziata. È nato tutto da un post che iniziava con la frase “La vita è tutto ciò che capita agli altri mentre tu sei impegnato a fare la differenziata” e che spiegava quali sono gli errori che vengono fatti più frequentemente quando si differenzia.

«Chi mi seguiva ha risposto positivamente e io mi sono resa conto che, in effetti, fino a quel momento tante cose non le avevo ancora condivise. È dal 2013 che ho preso a cambiare le mie scelte. Prima avevo addirittura un negozietto online: creavo gioielli e oggetti artigianali. Tutto quello che indossavo era vintage, di seconda mano o di provenienza artigianale. Inizialmente più che dall’etica ero motivata dal fatto che mi piacesse portare addosso le storie di qualcun altro; ho approfondito l’etica solo in un secondo momento. Ma, appunto, non ne avevo mai parlato sui social fino a quel post sulla differenziata. Lì ho deciso di iniziare a condividere anche questo aspetto di me».

Appunto, sul tuo profilo adesso si parla tanto di etica. Ma non è un po’ complicato, quasi pesante, affrontare argomenti del genere su un social veloce come Instagram?

«Cerco sempre di rendere più leggero al pubblico il contenuto che sto portando, o di introdurlo comunque in maniera leggera per poi essere più pesante nel trattarlo. Insomma, cerco di catturare l’attenzione, ma poi di non togliere nulla al tema».

Ed è un lavoro che chiede di essere meditato e studiato, immagino.

«Preparare un contenuto prevede sempre uno studio. Quando si tratta di fare uno screen e un commento nelle storie è una cosa tranquilla, ma se mi metto a fare un discorso, o presento una tematica in toto, faccio sempre tante ricerche. Diversamente non me la sentirei di esprimere un’opinione, che sia su un prodotto, un brand, una tematica».


Cerco sempre di tenermi a metà tra la divulgazione e il semplice consiglio, per mantenere una certa leggerezza. Quando sentirò di avere abbastanza conoscenze in ambito scientifico mi piacerebbe molto fare divulgazione, ma per ora quella in cui mi trovo mi sembra un’ottima zona grigia in cui muovermi.


Il tuo percorso di studi (Elena studia Fisica dei materiali, ndr) ti ha aiutata in questo?

«Sono due cose che vanno di pari passo. Ci sono argomenti che magari non conoscevo, o non m’interessavano. Poi, studiandoli, mi hanno incuriosita e mi hanno fatto pensare che sarebbe stato bello approfondirli. Ad esempio, quest’anno ho fatto un corso di polimeri. Plastica, insomma. Da lì mi si è aperto un mondo. Dopo aver studiato tutti i tipi di polimeri plastici, dal nylon al pet, la mia cultura si è ampliata e la mia sensibilità si è accresciuta».

Però per dire, io studio Lettere e di polimeri non so praticamente niente. Eppure, quando seguo le tue storie o leggo i tuoi post su Instagram, trovo tutto piuttosto semplice. È complicato per te rendere un contenuto complesso fruibile da tutti?

«In realtà è abbastanza semplice, anche perché io sono ancora al terzo anno e mi sento io stessa una che ne sa ancora poco. Non servono però chissà quanti prerequisiti, soprattutto quando si parla di consapevolezza e di buone norme per la sostenibilità. È divulgazione fino a un certo punto. Su certe cose, più specifiche, ho fatto divulgazione per dare l’idea di quanto le nostre azioni potessero avere un certo impatto. Non so se ti ricordi di quando ho parlato dell’inquinamento microplastico dovuto ai continui lavaggi in lavatrice: lì avevo parlato di più di cosa crea inquinamento per cercare di rimarcare l’attenzione sul tema.

«Cerco sempre di tenermi a metà tra la divulgazione e il semplice consiglio, per mantenere una certa leggerezza. Per il momento non mi sento di fare né una cosa né l’altra. Quando sentirò di avere abbastanza conoscenze in ambito scientifico mi piacerebbe molto fare divulgazione, molto più di ora. Però è una cosa che rimando, anche perché per ora quella in cui mi trovo mi sembra un’ottima zona grigia in cui muovermi.

«Il bello della scienza è che si mette sempre in dubbio, non impone mai niente. Ti dice sempre: “Guarda, qualcuno ha detto che è così. Ma non è detto che tu non possa pensarla diversamente”».

E poi probabilmente puoi raccontarla in modo sempre diverso.

«È così. Ha tantissime forme in cui essere comunicata e interpretata. Ecco perché la metto e la metterò sempre all’interno dei miei progetti».

 

 

 

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Al momento il feedback che ricevi dalle persone com’è?

«Pochissimo feedback negativo, per ora. L’ultima critica che ho ricevuto riguarda la mia sponsorizzazione a un brand di cosmesi. Prima di parlare di un determinato brand, di solito, faccio un’indagine molto dettagliata. Anche perché per me è più importante sponsorizzare un prodotto che mi piace che non fare una campagna pubblicitaria: preferisco essere credibile. Quindi, oltre a informarmi a fondo sul brand, sono andata a Parigi nei laboratori, negli uffici, negli stabilimenti. Mi sono preparata molto.

«Una ragazza, però, mi ha scritto per dirmi che ero stata incoerente a sponsorizzare un brand che era green solo di facciata, in quanto aveva solo una linea biologica. Ho cercato di spiegarle che il brand in questione non tratta cosmesi biologica, ma vegetale, che per me non è inferiore. E in più fa altre cose per essere ritenuto un marchio green. Per di più, non esiste che io sponsorizzi solo brand piccoli e biologici. Perché non è quello in cui credo. Credo anche nell’impatto dei grandi marchi. È giusto anche sostenere i ‘piccoli’, ovviamente, ma sono due cose diverse. Tra i brand più grandi e più reperibili cerco di suggerire quelli che hanno un impatto migliore.

«In ogni caso, anche di fronte a questo tipo di critiche di solito non ho problemi: riesco a rispondere portando i dati, proprio perché prima ho fatto un’indagine molto approfondita. Poi, certo, possiamo pure non essere d’accordo».

E in positivo?

«Per quanto riguarda reazioni particolarmente positive, mi capita spesso di ricevere messaggi di persone che mi dicono: “Guarda, da quando seguo il tuo profilo evito di entrare ogni tre per due in negozi di fast fashion”».

Anche io, devo dire. Ora tutte le volte che entro da H&M mi sento quasi in colpa. Soprattutto dopo aver visto The true cost, un documentario sul fast fashion che avevi consigliato anche tu.

«Cambia un bel po’ la tua visione delle cose, sì. C’è anche l’opposto, poi: una volta ho parlato di Brunello Cucinelli, del suo modo di vedere la moda. Ha una fondazione che promuove progetti umanitari e culturali. È un brand di lusso, non accessibile a tutti, però rispecchia totalmente la mia visione di quel che dovrebbe essere una casa di moda. Il fast fashion non la rispecchierà mai. E a me fa piacere rendere gli altri un po’ più consapevoli, in modo che poi loro possano fare la propria scelta».


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Insomma, l’obiettivo è far sì che chi ti segue si faccia due domande in più.

«Esatto. Al di là dei brand di lusso, ci sono veramente tante alternative al fast fashion. E quando pensi che con la tua alternativa magari puoi fare la differenza per un progetto, qualcuno con delle idee in cui credi, o portare addosso qualcosa che ha un significato che veramente ti rispecchia… questo fa la differenza. Mi riempie sapere di aver aiutato qualcuno a fare una scelta che magari avrebbe fatto comunque, ma che non aveva ancora avuto il modo di approfondire.

«La soddisfazione più grande è il rapporto umano. Sapere che qualcuno magari ha smesso di buttare gli scontrini nella carta perché tramite il mio profilo ha scoperto che vanno nell’indifferenziato, ad esempio! Al di là di queste piccole cose, qualcuno mi ha detto di aver fatto nascere in lui un certo tipo di sensibilità, di attenzione. Io stessa sono cambiata e ho imparato, ed è bello quando nel nostro percorso riusciamo a influenzare positivamente gli altri».

Altri progetti in cantiere?

«Sto lavorando ad altri progetti di “artivismo”, continuando a unire impegno e arte. Uno parlerà di disabilità visiva: è quello che ho approfondito negli ultimi mesi e ci tengo a portare la mia esperienza diretta. L’altro diciamo che parla di imballaggi e per ora è tutto ciò che posso dire!».

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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