Gender gap: donne svantaggiate nel grande e piccolo schermo

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Perfino nel cinema, uno dei settori più creativi e innovativi della cosiddetta “industria culturale”, le donne sono ancora una minoranza

Perfino nel cinema, uno dei settori più creativi e innovativi della cosiddetta “industria culturale”, le donne sono ancora una minoranza

Con gender gap s’intende la disparità di trattamento che subisce una categoria di individui in base al suo genere di appartenenza. Si tratta di un fenomeno globale che ancora oggi, nel ventesimo secolo, preoccupa la società. Storicamente sono le donne ad aver subito più discriminazioni in tutti gli ambiti della vita, sia pubblica che privata: dall’istruzione al lavoro, dalla politica alla salute.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema, dal 2006 il World Economic Forum calcola il livello di gender gap in 135 paesi. I risultati dell’indagine vengono pubblicati in un resoconto a cadenza annuale: il Global Gender Gap Report.

I dati mostrano che c’è ancora molta strada da fare per raggiungere la parità effettiva dei sessi. Anche nel mondo occidentale le donne fanno ancora fatica a farsi strada in ambienti dominati dagli uomini.

Perfino nel cinema, uno dei settori più creativi e innovativi della cosiddetta “industria culturale”, le donne sono ancora una minoranza. Per raggiungere il successo devono superare molti più ostacoli degli uomini. Questa disuguaglianza di genere emerge chiaramente dai risultati di uno studio condotto dalla Annemberg Foundation su 1110 film popolari nel 2017. I risultati rivelano che le donne sono sottorappresentate sia sulla scena che dietro le quinte. Spesso la loro presenza sullo schermo si accompagna a una rappresentazione eroticizzata e irrealistica del corpo femminile.

Belle, mute, possibilmente nude

Statistiche estrapolate dal report "Inequality in 1,100 Popular Films: Examining Portrayals of Gender, Race/Ethnicity, LGBT, & Disability from 2007 to 2017" ©USC Annemberg Foundation

Statistiche estrapolate dal report “Inequality in 1,100 Popular Films: Examining Portrayals of Gender, Race/Ethnicity, LGBT, & Disability from 2007 to 2017” ©USC Annemberg Foundation

I dati sono sconcertanti. Tra tutti i personaggi con battute apparsi nei film oggetto della ricerca il 31,8% sono femminili. Solo il 13% dei film ha un cast equamente suddiviso tra uomini e donne. In proporzione, vediamo un personaggio femminile ogni 2,3 personaggi maschili. Inoltre, dei 100 film più popolari dell’anno passato solo 33 avevano come protagonista o co-protagnista una donna, di queste solo tre appartenevano a minoranze etniche e solo cinque avevano un’età uguale o superiore a 45 anni.

Ma è ancora più interessante sapere quali modelli di donna vengono proposti. Il 28,4% dei pochi personaggi femminili presenti in questi film viene mostrato in abiti succinti. Il 25,4% ha scene di nudo integrale o parziale. Non fanno eccezione neppure le attrici dai 13 ai 20 anni. Giovani e giovanissime hanno la stessa probabilità di essere mostrate in atteggiamenti sensuali delle colleghe più grandi. Viceversa, la percentuale di uomini sessualizzati è di molto inferiore: si aggira intorno al 7% per la prima categoria e al 9,6% per la seconda.

© USC Annemberg Foundation

© USC Annemberg Foundation

La presenza delle donne sullo schermo è quindi ancora finalizzata a compiacere l’occhio maschile. Per capire perché dobbiamo chiederci chi scrive, dirige e produce i film: nella maggioranza dei casi uomini, ancora una volta. Su 1584 professionisti coinvolti nella realizzazione dei film, solo il 7,3% dei registi, il 10,1% degli sceneggiatori e il 18,2% dei produttori sono donne. Inoltre, di 110 compositori incaricati di scrivere le colonne sonore di 100 film popolari nel 2017 solo uno era una donna. Ma le più penalizzate sono le registe appartenenti a minoranze etniche. Infatti, se su questi 1110 film 64 sono stati diretti da afroamericani di questi 64 solo 4 sono stati diretti da donne.

Sotto-rappresentate, sotto-valutate e… sotto-pagate

Questo notevole gender gap si ripercuote anche sulle premiazioni dei film migliori dell’anno. L’unica donna ad aver mai vinto un Oscar come Miglior regista è stata Kathryn Bigelow per The Hurt Locker nel 2010. In 89 anni di storia solo una donna è riuscita a conquistare l’ambito premio per la miglior regia. Poi non è più successo. Nessuna donna ha mai vinto l’Oscar per la Miglior fotografia. Nel 2018 per la prima volta c’è stata una nomina femminile, Rachel Morrison, ma non ha vinto.

I festival non sono da meno. Viene un po’ d’amaro in bocca a leggere tra i vincitori della Palma d’Oro di Cannes una sfilza di nomi di uomini. L’unica donna è Jane Campion, che nel 1993 ha vinto con il film Lezioni di piano. Anche il Festival di Venezia quest’anno si è dimostrato poco attento alla gender equality. Per questo il direttore Barbera è stato accusato di ignorare il talento femminile.

Top-billed cast and crew in 10 major film awards 1990-2018 (data sources: Film award webpages, OMDb API, IMDb and Genderize.io) © BBC

Top-billed cast and crew in 10 major film awards 1990-2018 (data sources: Film award webpages, OMDb API, IMDb and Genderize.io) © BBC

In questo triste panorama, una mosca bianca è Sofia Coppola che, grazie alla sua bravura, è riuscita a collezionare diverse onorificenze tra cui un Oscar e un Golden Globe per la miglior sceneggiatura originale e un Leone d’Oro e una Palma d’Oro per il Miglior film.

Le donne non sono solo meno premiate, percepiscono anche compensi più bassi. Negli ultimi anni ad Hollywood è scoppiato un vero e proprio scandalo. Il fattore scatenante era proprio la differenza di retribuzioni fra attori e attrici, a parità di fama. Jennifer Lawrence si è lamentata pubblicamente di questo doppio standard. In un articolo per Lenny, racconta di quanto sia frustrante per lei essere pagata meno dei co-protagonisti maschi dei suoi film.

Non me la prendo con la Sony. Me la prendo con me perché non sono stata capace di negoziare per i milioni di dollari di cui, francamente, non ho bisogno.

Il “listino prezzi” degli attori contrattati dalla Sony era stato diffuso da un gruppo di hacker nel 2014. In quell’occasione, Lawrence era rimasta molto amareggiata nello scoprire la differenza di salario tra lei e le sue controparti maschili.

Il gender gap in Europa

Anche in Europa preoccupa la disuguaglianza di genere nella produzione di contenuti audiovisivi. Secondo l’EWA, su 7 paesi europei esaminati le donne sarebbero solo il 24% dei lavoratori dell’industria cinematografica. Il restante 76% è composto da uomini. Tuttavia, tra coloro che acquisiscono un titolo abilitante nelle scuole di cinema, il 44% è donna. Quindi, a detta dell’organizzazione,«il potenziale c’è ma non viene sfruttato». Inoltre, solo il 16% dei fondi pubblici dedicati alla promozione del cinema finanzia produzioni dirette da donne.

© EWA

© EWA

Tra piccolo e grande schermo non c’è molta differenza. Nei set televisivi, le donne sono una componente minoritaria degli addetti ai lavori. Il Regno Unito ad esempio si colloca in ventesima posizione su 144 paesi nel Global Gender Gap Report del 2016. Ma la situazione delle professioniste inglesi nel settore dell’industria televisiva à tutt’altro che rosea. Secondo uno studio, tra il 2013 e il 2016 infatti la percentuale di episodi televisivi diretti da donne è scesa dal 27,% (2013) al 24,31% . Invece la percentuale di episodi televisivi diretti da uomini è aumentata passando dal 72,67% al 75,53%.

La differenza è evidente, il contributo delle donne nella realizzazione di serie tv è ancora marginale e non accenna a crescere.

Associazioni e iniziative controcorrente

Dalla ribellione delle attrici contro le discriminazioni sul lavoro è nato il movimento #metoo, ora diventato un fenomeno globale

Dalla ribellione delle attrici contro le discriminazioni sul lavoro è nato il movimento #metoo, ora diventato un fenomeno globale

Negli ultimi anni le professioniste del settore si sono mobilitate per cambiare le cose. Sono nate diverse associazioni di attrici, registe e sceneggiatrici. Le donne alzano la voce in coro e vogliono farsi sentire, sia in ambito europeo che internazionale. Women in Film & Tv International, European Women’s Audiovisual Network e Donne in Regia sono solo alcune delle tante grandi e piccole aggregazioni di donne stanche di essere invisibili. Altre hanno unito le proprie forze e competenze per avviare un’attività in proprio, come nel caso di Women make movies, una realtà imprenditoriale indipendente la cui mission è promuovere film prodotti e scritti da donne. La sfida è portare sullo schermo personaggi femminili alternativi rispetto agli standard hollywoodiani.

Inoltre, diverse associazioni hanno lanciato iniziative per far conoscere all’opinione pubblica i numeri del fenomeno. A questo proposito non possiamo non citare #carodivario di Fabrique du Cinema e The Muse Project.

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Tirando le somme, è evidente e innegabile lo squilibrio di genere nel settore cinematografico e televisivo. A farne le spese sono sempre e solo le donne che vogliono diventare registe, sceneggiatrici o direttrici della fotografia. Magari studiano, ottengono un titolo, ma difficilmente vengono ingaggiate per quello per cui hanno studiato. Oppure riescono a ottenere un contratto, ma a parità di competenze vengono pagate meno dei colleghi uomini. Poi ci sono le attrici che magari studiano recitazione tutta la vita per ritrovarsi a interpretare personaggi poco stimolanti o, peggio ancora, subiscono molestie da parte di uomini potenti che con un giro di telefonate potrebbe rovinargli la carriera per sempre.

Dalla ribellione delle attrici contro le discriminazioni sul lavoro è nato il movimento #metoo. Questa presa di posizione  si è trasformata presto in un fenomeno globale. Migliaia di professioniste hanno urlato “anch’io” e si sono unite al coro. In Italia è nata Dissenso Comune, un’associazione di operatrici dello spettacolo che hanno scritto una lettera al Presidente della Repubblica. Al Capo dello Stato chiedono di intervenire contro le molestie e le discriminazioni sul lavoro.


A cura di Betty Mammucari e Claudia Fontana 

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1 comment

  1. Giulia 9 novembre, 2018 at 22:51 Rispondi

    Apprezzo alcuni punti dell’articolo e il focus sul mondo del cinema e televisivo.

    Però, un suggerimento: quando viene citato il Global Gender Gap Report del World Economic Forum più di una volta… perchè?
    La metodologia non è scientifica e non prende in considerazione così tanti fattori che è quasi imbarazzante . Rwanda molto meglio di Danimarca o Svizzera? Stiamo scherzando. –> http://erikgahner.dk/2018/problems-with-the-global-gender-gap-report/

    E nonostanti parli del fantomatico gender gap, non ha nulla a che vedere con il sessismo, le molestie e l’oggettificazione delle donne nell’industria del film, temi su cui l’articolo si sofferma (e posso apprezzare e in parte condividere ma che non sempre sono lo specchio della società, specialmente hollywood).

    Invito a guardare un video che riesce a spiegarlo molto meglio di me: https://www.youtube.com/watch?v=XGI2YggNJCc&index=39&list=PLytTJqkSQqtozQffMxSaYEySkAGlT_unH
    Christina Sommers è una femminista.

    peace

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