Jacopo Ratini: «Ho imparato a gustarmi la gioia delle piccole cose»

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In foto, il cantautore romano Jacopo Ratini

In foto, il cantautore romano Jacopo Ratini

Appunti sulla felicità è il terzo lavoro discografico di Jacopo Ratini. Un album intenso, intimo, in cui le abilità di scrittura del cantautore romano si mescolano in maniera fluida ed efficace con una personale sonorità pop; una raccolta di appunti e di storie vissute in prima persona da attore e spettatore.

Un diario composto da undici canzoni che analizzano e raccontano la vita nelle sue più profonde e intime sfaccettature: le modalità comunicative all’interno dei rapporti interpersonali, il valore dei silenzi e delle coincidenze casuali e causali, l’azione come motore di ogni forma di cambiamento, l’amore affrontato da più angolazioni e punti di vista, il riscatto personale, l’accettazione della morte…

La copertina dell'album Appunti sulla Felicità, di Jacopo Ratini

La copertina dell’album Appunti sulla Felicità, di Jacopo Ratini

Appunti sulla felicità è il tuo terzo album e arriva dopo qualche anno di silenzio (musicale). In questo tempo, però, non ti sei fermato ma hai portato avanti altri progetti. Ti va di parlarmene?

È vero. Dal 2013 a oggi ho sviluppato diverse attività, sempre inerenti il mondo artistico. Il Salotto Bukowski: un vero e proprio omaggio allo scrittore americano Charles Bukowski; un reading musicale tra teatro e canzone in cui le sue poesie s’incontrano a livello tematico e concettuale con i brani degli artisti che hanno reso grande la canzone d’autore italiana (Lucio Dalla, Rino Gaetano, Fabrizio De Andre, Luigi Tenco, Vinicio Capossela, Franco Califano, Ivano Fossati, Lucio Battisti, Samuele Bersani e molti altri). Il lavoro di autore di canzoni per altri interpreti; l’attività di docente di Creative Songwriting: dei veri e propri laboratori creativi in cui si impara o si affina il mestiere e l’arte di comporre canzoni. L’organizzazione di eventi: da quattro anni curo la direzione artistica del Mons, un music club romano alle spalle di Piazza Navona.

Partiamo dal brano che dà il titolo all’album: si parla di felicità e di quanto tempo sprechiamo dietro cose che ci allontanano da ciò che siamo realmente. Che rapporto hai tu con la felicità?

Ho un animo inquieto e non sono mai pienamente soddisfatto di ciò che ottengo. Anche di fronte a risultati evidenti ed eclatanti desidero sempre alzare l’asticella e ottenere di più. Negli ultimi tempi, però, sto imparando ad apprezzare i “momenti di trascurabile felicità” che permettono di assaporare e gustarsi la gioia delle piccole cose.

Cose che a parole non so dire è il singolo che ha anticipato l’uscita del tuo nuovo disco. Il brano racconta dell’importanza dei silenzi, ma quanto è difficile a volte misurare le parole giuste da dire?

Esiste una linea di confine tra il giusto e il troppo, spesso impercettibile. Solo le persone più attente, sensibili ed empatiche riescono a trovare un equilibrio tra ascolto e comunicazione. Ci sono silenzi che fanno un rumore pazzesco e sono pieni di risposte. A volte basta prendersi una pausa e fermarsi ad ascoltare.


Quella frase, evidentemente, mi aveva stimolato un canale creativo particolare. Erano tutte frasi che invitavano all’azione: «Se è tutta una questione di felicità, che aspetti per cominciare a stare bene?»


Mi piace molto la genesi che c’è dietro una canzone, perché nasce sempre da una storia vissuta in prima persona da chi scrive o comunque molto vicina all’anima del cantautore. Scegli un brano del tuo nuovo disco e raccontami come è nato.

Il brano che dà il titolo al disco, Appunti sulla felicità, per esempio è nato mentre leggevo un libro di crescita personale. C’era questa frase: «Ogni giorno in più che aspetti è un giorno tolto al tuo futuro» che mi risuonava in testa da diverse ore. Ho provato a riformulare il concetto in maniera più sintetica e personale. Ho preso un post-it, c’ho scritto sopra: «I giorni che perdi sono sogni sprecati» e l’ho attaccato sulla lavagnetta di sughero di fronte alla mia postazione di lavoro. Dopo un po’, riguardando il post-it, mi viene da scrivere di getto un testo che parlasse del tempo che spesso si spreca mentre cerchiamo di raggiungere i nostri obiettivi. Non sapevo se sarebbe diventata una canzone o una poesia. Le parole uscivano in maniera automatica ma consapevole. Quella frase, evidentemente, mi aveva stimolato un canale creativo particolare. Erano tutte frasi che invitavano all’azione: «Se è tutta una questione di felicità, che aspetti per cominciare a stare bene?». Ho preso la chitarra e ho suonato l’accordo che spesso associo alla riflessione e all’introspezione, il Mi minore. La canzone è uscita fuori in poche ore. Il giorno dopo ho fatto un importante lavoro di revisione testuale e musicale: ho tagliato e ricucito frasi, spostato parole da una strofa al ritornello, ho completato versi e frasi melodiche. Il tutto, ovviamente, a mente lucida. È stata l’ultima canzone del disco che ho scritto. Ne sono molto orgoglioso.

Torniamo un attimo indietro nel tempo. Nel 2010 hai partecipato a Sanremo tra le nuove proposte: cosa ti porti dietro di quella esperienza?

L’emozione, la gioia ma anche l’incoscienza di cantare una canzone nata in una stanzetta di fronte a milioni di persone: le mille interviste, le foto, gli spostamenti frenetici da un posto all’altro per fare promozione al disco e alla canzone; un’orchestra di sessanta elementi che suona il brano che ho scritto; il vestito rosso, la biglia, i miei compagni di avventura Nina Zilli, Arisa, Ermal Meta, Simone Cristicchi e Tony Maiello; Massimo Giletti che mi ferma e mi dice «Bravo, ieri sera ti ho televotato!».

In foto, il cantautore romano Jacopo Ratini

In foto, il cantautore romano Jacopo Ratini

Non sei solo un cantautore ma anche uno scrittore: nel 2012 è uscito il tuo libro di poesie Se rinasco voglio essere Yoko Ono e successivamente hai scritto un’audiofiaba per bambini. Come coniughi queste due forme d’espressione (la musica e la scrittura di libri)?

Vado a periodi. Ci sono momenti che chiamo “di raccolta” in cui appunto pensieri, frasi e parole. Alcune di esse hanno un suono e una magia particolari; lo sento fin da subito che diventeranno canzoni. Altre parole o frasi, invece, sono più arzigogolate e dispettose e non ne vogliono sapere di essere costrette nella metrica serrata di un brano, allora diventano racconti o poesie.

Sei l’ideatore del Salotto Bukowski, un reading musicale tra teatro e canzone. Quando si è accesa la lampadina che ti ha fatto credere in questo progetto?

Nel 2007 presi dallo scaffale di una libreria un libro dal titolo Il Grande. Poesie di Charles Bukowski. Aveva una copertina arancione. Lo aprii a caso e cominciai a leggere una poesia intitolata I vecchi. Fu un colpo di fulmine: in un quarto d’ora avevo divorato metà libro, in qualche mese lessi tutti i libri del “Vecchio Sporcaccione” – sia romanzi che poesie. Negli anni sono diventato un vero collezionista di Bukowski. Nel 2012 iniziai a portare in giro dei reading in cui leggevo le sue poesie; questa trovata ebbe una discreta risonanza e creò un ottimo passaparola nell’ambiente cultural-letterario. Decisi che era giunto il momento di portare a teatro uno spettacolo che gli rendesse omaggio a tutti gli effetti e che raccogliesse tutte le sue poesie più significative e decisi di unire il reading all’altra mia grande passione: i cantautori italiani. Chiamai a raccolta Gianmarco Dottori e Luca Bellanova, così a Febbraio del 2014 il Salotto Bukowski fece il suo debutto ufficiale a teatro.


La lingua italiana è meravigliosa; giocare con le parole, le assonanze, i sinonimi, le figure retoriche ti apre un mondo creativo inesauribile. L’ispirazione, il metodo e la creatività vanno allenati come si allena un muscolo.


Mi risulta che sei anche docente di songwriting: che rapporto hai con i tuoi studenti e cosa vuoi trasmettere a chi vuole iniziare il tuo stesso percorso artistico?

Quello che ricordo sempre ai miei allievi è che scrivere canzoni è una cosa seria, un lavoro splendido ma anche molto faticoso, soprattutto per chi si cimenta con la parte testuale. La lingua italiana è meravigliosa; giocare con le parole, le assonanze, i sinonimi, le figure retoriche ti apre un mondo creativo inesauribile. L’ispirazione, il metodo e la creatività vanno allenati come si allena un muscolo. La curiosità può aiutare a scrivere meglio e in maniera più originale ed innovativa.

Ora facciamo un gioco di “condivisione musicale”. Se dovessi regalare una canzone (non tua) a una persona molto importante per te, che brano sceglieresti?

Autumn di Paolo Nutini.

Chiudiamo l’intervista parlando di un luogo, di un tramonto, di un cielo. Qual è il tuo posto nel mondo?

Una spiaggia al tramonto. Una lunga passeggiata. Un film. Una cacio e pepe e un vino bianco.

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Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come Capa Riccia. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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