Prisca e le altre: quello che la Pitzorno ci ha insegnato

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In foto, la scrittrice sarda Bianca Pitzorno

In foto, la scrittrice sarda Bianca Pitzorno

Avevo nove anni quando mi fu regalato Una scuola per Lavinia. Probabilmente all’epoca il concetto di femminismo mi era estraneo. Eppure riconoscevo nei personaggi femminili di quel libro una forza rara, che colpiva la mia immaginazione di bambina. Le principesse delle favole non avevano anelli col potere di trasformare ogni cosa in letame. Probabilmente sarebbero rabbrividite all’idea. Poco dopo comprai Ascolta il mio cuore. Prisca e le sue amiche che tramavano ai danni dell’arcigna maestra classista mi folgorarono. Cosa c’entravo io con delle ragazzine degli anni ’50? Niente, ma divorai il racconto della loro quarta elementare, così diversa dalla mia. Eppure così simile!

Dopo Polissena del porcello il colpo di fulmine con Bianca Pitzorno fu completo. Tuttora occupa un posto speciale nella mia libreria. Negli anni ne ho collezionati tanti altri. Oggi, che di anni ne ho il doppio, continuo ad amare quei libri. Non è solo per quel sentimento di nostalgia che ci lega all’infanzia. Ciò che suscita interesse è la riflessione sul significato dell’essere bambine, ragazze, donne nella società contemporanea o nel passato, così attuale anche a distanza di anni. I personaggi della scrittrice sarda, classe 1942, parlano ancora. Contribuiscono alla formazione di una differente (e intelligente!) coscienza del rapporto tra i sessi e dell’identità femminile. Ma non solo.

Pitzorno con il suo libro Quando eravamo piccole (Mondadori, 2002)

In foto, Bianca Pitzorno con il suo libro Quando eravamo piccole (Mondadori, 2002)

La Pitzorno appartiene alla generazione del ’68 e si vede. A differenza di molti autori per bambini, non sceglie mai di trattarli come esseri incapaci di comprendere grandi temi. Uno dei suoi meriti più grandi è aver dato dignità di rappresentazione a un mondo, quello dell’infanzia, che spesso è trascurato. O minimizzato. Il suo successo è imprenscindibilmente legato a questa ricerca ironica, ma serissima, di rendere interessanti le tematiche etiche più urgenti, come i preconcetti irrazionali o il dolore dell’umiliazione. Tutto grazie alla sua straordinaria capacità narrativa. E anche a un pizzico di esperienza nei programmi per bambini, come L’albero azzurro. Tante donne di oggi, che come me sono cresciute con i suoi racconti, sono debitrici al suo impegno nell’abolizione dello stereotipo femminile, nel suo porre al centro ragazzine ostinatamente contro un pregiudizio che le vuole inquadrare, ma in cui esse non si riconoscono.

La Pitzorno ha descritto donne libere e ribelli, ma non solo. Schierandosi sempre favore dei diritti della comunità LGBT si è attirata anche numerose critiche. Nel 2016 una famiglia di Carpi ha chiesto al preside di ritirare i libri della scrittrice sarda dalla biblioteca scolastica. «Veicolano la teoria gender», è stata la giustificazione.

Quanto al fatto che ‘mi piacciano i bambini’, detesto considerare gli esseri umani per categorie: generalizzare mi sembra una forma di razzismo. Così come non mi piacciono, non mi interessano, presi nel loro complesso, gli appartenenti alla categoria dei dentisti, dei pigmei, degli aviatori, degli esquimesi, degl’idraulici, dei diabetici, dei calciatori, dei sessantenni, dei centenari, non mi piacciono ‘i bambini’. Gli esseri umani mi piacciono uno per uno, come individui, come persone, di qualsiasi età, compresi quelli giovanissimi, è vero, che a molti non interessano.

Bianca Pitzorno, a settantasei anni, non si reputa più una scrittrice per bambini. Tutte le storie che sono state pubblicate dal 2000 ad oggi sono state elaborate in precedenza. L’ultimo titolo per l’infanzia è stato il mio amato TornatrásTesto dalle evidenti tematiche sociali, come la manipolazione dei mass media e il consumismo. È così che Bianca ha scelto di congedarsi dai ragazzi. Nel 2016 ha pubblicato per Mondadori La vita sessuale dei nostri antenatiRecentemente è uscito Il sogno della macchina da cucire per Bompiani. In quest’ultimo torna a raccontare le donne. Mi piace pensarle come le eredi di Prisca e di Lavinia. Saranno cresciute anche loro, come noi, no?

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Giada Nardi

Giada Nardi

Vent'anni e tanta voglia di capire se sarà abbastanza capace di svolgere bene la professione che le piacerebbe fare nella vita. Per ora studia Lettere, ama la letteratura, l'arte, il cinema e la scrittura (non necessariamente in quest'ordine)!

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