Con Mastandrea, si Ride del dolore (ma non abbastanza)

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Chiara Martegiani nei panni di Carolina in una scena del film Ride, diretto da Valerio Mastandrea. Foto di Angelo Turetta

Chiara Martegiani nei panni di Carolina in una scena del film Ride, diretto da Valerio Mastandrea. Foto di Angelo Turetta

Pochi giorni fa sono stata a Firenze, più precisamente a Palazzo Strozzi, per la mostra dedicata a Marina Abramović. Lì ai visitatori era data la possibilità di “rimettere in scena” la più famosa performance dell’artista serba, The Artist is Present: un tavolo, due sedie e due estranei invitati a guardarsi negli occhi per un tempo potenzialmente illimitato, di specchiarsi nei drammi e nelle gioie l’uno dell’altro. Ecco, io ho sempre immaginato che, nel partecipare a una performance di questo genere, sarei stata colta da un’empatia profonda e sofferta; che avrei, molto probabilmente, pianto, cogliendo nello sguardo dell’altro tutti i suoi malesseri (o facendone uno specchio dei miei).

Invece rido. Mi siedo di fronte all’estranea di turno e inizio a ridere.

Se vi racconto questo aneddoto è per introdurre uno degli aspetti che più ho apprezzato del nuovo film, da regista, di Valerio Mastandrea, che non a caso si intitola Ride. È la storia di un lutto tragico, di una morte prematura e ingiusta, di una giovane vedova, di un bambino orfano. È una storia che – e mi scuserete se a questo punto deluderò le vostre aspettative – vi farà ridere di gusto, perché è quella di una donna, Carolina, che vorrebbe piangere la morte di suo marito ma sembra non avere lacrime, e di suo figlio Bruno, che nel funerale di Stato del padre, morto sul posto di lavoro, non vede l’ultima occasione per salutare il genitore scomparso, ma la possibilità di conquistare la ragazzina che gli piace facendosi intervistare in TV.

Tutta l’ironia di Ride – che non è abbastanza

Valerio Mastandrea sul set del film Ride, in una foto di Angelo Turetta

Valerio Mastandrea sul set del film Ride, in una foto di Angelo Turetta

Questo, come anticipavo, è il più grande pregio del film: come le musiche che Carolina ascolta, nel tentativo inutile di piangere come tutti gli altri, Ride riesce a essere commovente nel contenuto e a restare ballabile nella forma, in un risultato tragicomico che mette in ridicolo una standardizzazione della sofferenza tutta moderna, per cui il dolore si esprime con l’immagine – meglio se massmediale – e quindi col pianto isterico, i gesti ansiosi e tutta una serie di dettagli che costituiscono la prassi della sofferenza e che sono oggetto di un macabro voyeurismo collettivo. Non piangere, non disperarsi, non strapparsi a uno a uno i capelli equivale allora a non provare dolore.

Ride, invece, porta sullo schermo altro: un modo di vivere il lutto del tutto personale, che si prende il rischio di apparire inadeguato, fino a sfidare il limite del surreale. Nel suo più grande pregio, però, è anche iscritto quello che reputo essere il principale difetto del film: il non riuscire a mantenere costante questa sua visione anarchica e felice di un dolore ben più complesso delle umide apparenze. Il film di Mastandrea, infatti, finisce per perdere la sua piacevole ironia e modellare la propria materia, stavolta sì, alla ricerca del pianto dello spettatore. Che ottiene, aggiungo: i bagni del cinema Adriano di Roma, a fine proiezione, hanno ospitato un trombettio collettivo di soffiate di naso e una polifonia di singhiozzi.

Il bello di Ride, però, non sta semplicemente nell’incapacità della sua protagonista di soffrire bene, troisianamente parlando; nel suo voler apprendere la lezione da chi riesce invece a mettere in scena una parte che dovrebbe essere lei a recitare, rivelandosi però sempre e comunque una pessima allieva, una goffa imitatrice. Sta, piuttosto, nei toni sopra le righe che ha di raccontare questo accerchiamento soffocante, che vengono purtroppo messi da parte a mano a mano che Carolina si avvicina alla conquista di una solitudine catartica.

Ride si presenta allora come un ottimo esperimento, arguto e pungente, ma non sufficientemente penetrante. Un ottimo film, questo è certo, che però avrebbe potuto permettersi di osare di più, di spingere fino all’ultimo secondo la sua assenza di morali. Un vero peccato non averlo fatto.

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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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