Marco Mengoni, il coraggio di diventare grande

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In foto, il cantante Marco Mengoni posa per la prima delle copertine del suo nuovo album, Atlantico

In foto, il cantante Marco Mengoni posa per la prima delle copertine del suo nuovo album, Atlantico

E se Marco Mengoni fosse il vero artista indie della musica italiana? Voglio iniziare così, stavolta, con questa domanda-provocazione che mi consente di spiegare perché Atlantico, il suo nuovo disco, sia un progetto libero, intelligente e, soprattutto, coraggioso.

Ma andiamo con ordine: Mengoni è rimasto in panchina per due anni, ha fatto perdere le proprie tracce – eccezion fatta per qualche sporadica apparizione sui social – e si è ripresentato al pubblico, pochi mesi fa, con due singoli sorprendenti, diversi tra loro e per questo disorientanti, Voglio e Buona vita; suoni elettronici da una parte e ritmi latini dall’altra. E poi è arrivato Atlantico, un disco che ci restituisce un artista che si comporta da indie(pendente): si è fermato quando non aveva più nulla da dire (senza badare a quello che il mercato, il sistema discografico e le logiche social impongono) ed è tornato quando ha capito di poter proporre qualcosa di nuovo, di necessario, di intenso, quando ha capito di dover dire qualcosa che non aveva ancora detto.

Oggigiorno la parola “indie” viene utilizzata in modo spropositato e ingannevole ed è spesso attribuita ad artisti che non hanno (e non inseguono affatto) l’indipendenza che contraddistingue tale categoria di musicisti. Come ho detto più volte, l’indie non è un genere musicale ma un approccio alla musica, alla sua produzione, promozione e vendita. C’è da dire che uno sconsiderato numero di cantanti italiani, oggi definiti indie, appartiene a questa categoria solo per la propria origine: molti infatti vengono dalla dura gavetta, dai locali vuoti, da piccole etichette discografiche indipendenti ma, di fatto, la loro proposta musicale è pop (nel senso che i loro brani hanno una struttura e scrittura canonica), come pop è l’iter di promozione e vendita del loro prodotto. Il che, attenzione, non lo sminuisce, sia chiaro, in quanto indie non è sinonimo di qualità, però certamente è piuttosto sbrigativo e inesatto etichettare un artista per comodità senza che, in fondo, quella definizione lo rappresenti.


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Senza dire una parola: il video di Hola (I Say) con @iamtomwalker. Link in bio.

Un post condiviso da Marco Mengoni (@mengonimarcoofficial) in data:

Quindi, in mezzo a questo marasma di artisti fintamente indie, c’è un ragazzo che si concede il lusso di starsene in silenzio per due anni, di sparire, viaggiare, imparare e tornare con un disco ricco di influenze, di esperienze, di sperimentazioni, di parole consapevoli e suoni nuovi. In mezzo all’omologazione di chi insegue uno status (forse soltanto per prendere le distanze dal pop), Marco Mengoni, classe 1989, nato artisticamente in un talent show e passato per due volte da Sanremo, ha avuto il coraggio di mettersi totalmente in discussione, di uscire fuori di sé e tornare in sé rigenerato, cresciuto. L’etichetta di indie, a mio parere, non è data dalla provenienza dell’artista, ma dalla direzione che ha il coraggio di prendere e Marco, che di nascita è inequivocabilmente pop, ha dimostrato di essere un musicista inquieto, sempre pronto a conoscersi da nuove prospettive, quindi in evoluzione, non vittima di un personaggio né di quello che il pubblico si aspetta da lui.

Prima ho detto che Marco è stato coraggioso; ma parlare di coraggio, in musica, è sempre un rischio, perché si tratta di un altro termine largamente abusato e svuotato del suo senso più profondo. Per quanto mi riguarda, un artista coraggioso, di questi tempi, è chi sa essere se stesso, chi sa assecondare l’evoluzione naturale delle cose, che porta necessariamente alla ricerca, quindi al cambiamento; chi riesce a tagliare il cordone ombelicale con l’abitudine, chi rinuncia a ogni certezza. La voce è uno strumento, un mezzo, non il fine ultimo; è il contenuto che fa l’artista, non (solo) il modo in cui lo esprime. È, anzi, la necessità di esprimerlo, di non riconoscersi sempre e a tutti i costi, di mantenere viva un’incoerenza di fondo che non significa affatto mancanza di personalità, stile o carattere, ma voglia di imparare, di cambiare opinione e provocare, ché l’arte questo è.


Atlantico è un disco originale, che s’affaccia oltre i confini nazionali e ha un respiro ampio, molti volti, tante gradazioni di bellezza ma una sola personalità, ben definita. Non è un disco coerente, ma istintivo, fatto di produzioni che non sembra possibile possano coesistere. E invece convivono perfettamente.


Ma Marco non è nuovo a questo tipo atteggiamento; non sono stati l’approvazione del pubblico e il successo degli ultimi progetti a dargli il coraggio di rischiare: nel 2011, infatti, dopo un’annata di successi con il brano Credimi ancora e l’album Re matto, aveva proposto al pubblico un disco diverso, ambizioso, fuori dagli schemi: Solo 2.0, subito marchiato come un sonoro flop, ma di fatto un lavoro importante, capace di raccontare l’inquietudine e la voglia di sperimentare di un artista allora ventiduenne, ma con le idee chiare su come essere artista.

La terza delle cinque cover del nuovo album di Marco Mengoni, Altantico

La terza delle cinque cover del nuovo album di Marco Mengoni, Altantico

Ma veniamo ad Atlantico, che somiglia a Solo 2.0 nell’atteggiamento, ma di fatto è un disco originale, che s’affaccia oltre i confini nazionali e ha un respiro ampio, molti volti, tante gradazioni di bellezza ma una sola personalità, ben definita. Ascoltando Atlantico si percepisce che è nato da un viaggio fisico e mentale, dall’abbandono di un punto fermo, per questo i suoi suoni sono piccoli approdi, immersioni in culture e realtà diverse; ci sono brani dal sapore sudamericano, sonorità acustiche, altre elettroniche. Non è un disco coerente, ma istintivo, fatto di produzioni che non sembra possibile possano coesistere e che, invece, convivono perfettamente; l’album non risulta frammentario né spiazzante, ma suona come un viaggio, un itinerario che indaga luoghi e verità differenti.

Atlantico vanta diversi produttori, tra cui Christian Rigano, El Guincho (Pablo Diaz-Reixa), Franklin Engineered, Steve Weston, Fabrizio Ferraguzzo e Takagi e Ketra; alcune collaborazioni importanti come quella con Tom Walker, con cui Marco canta Hola (I say), l’attuale singolo in rotazione radiofonica; poi Vanessa De Mata e i Selton e Adriano Celentano. Nutrito è, inoltre, anche il parterre degli autori con i quali Marco ha scritto i quindici brani che compongono Atlantico: spiccano i nomi di Andrea Bonomo, Frah Quintale, Tony Maiello, Fabio Ilacqua, Mahmood Davide Simonetta e Dario Faini, tra gli altri.

Un viaggio, dicevo, ma non solo geografico, quanto piuttosto personale, introspettivo, intimo. Atlantico è un disco che racconta nuove e sofferte consapevolezze: Marco si mette a nudo, usa parole precise e per questo non fraintendibili, si rivela per quel che è, racconta debolezze e insicurezze, fa autocritica. Ma, soprattutto, appare profondamente lucido e la sua scrittura se ne fa testimone: è diretta, matura, sa essere armoniosa pur senza perdere la propria concretezza. In Muhammad Ali, per esempio, confessa di essere il peggior nemico di se stesso, ma di non avere affatto un atteggiamento arrendevole (“Succede che ti svegli ogni mattina e il tuo più grande nemico ti sorride allo specchio”).

Everest, poi, è la sua carta d’identità; racconta il suo approccio alla vita e alla musica (“Mi dici che sono cambiato / Che non mi riconosci più / Ma per fortuna, amore, per fortuna / Altrimenti sarei morto / Dopo tutto ciò che ho visto / Dopo quello che ho sentito / E che ho vissuto / Io cambio e mi trasformo / Per sopravvivere al cattivo tempo / Io cambio e mi trasformo / Ma i cambiamenti han bisogno di tempo / E il tempo non aspetta noi”). Il disco si chiude con Dialogo tra due pazzi, un dialogo, appunto, tra Marco e se stesso; un percorso lucido e allo stesso tempo folle all’interno della personalità di un uomo che (si) domanda: “Dimmi cosa vedi dentro di me” e l’altra parte di sé gli risponde: “C’è un formicaio nella tua testa”. Le voci, inizialmente separate, si amalgamano a tal punto da non poter essere più scisse e la risposta arriva limpida: “Sono un pazzo col cuore rovesciato / Ma la verità d’un tratto muta / E mi chiedo se tu non sia me”.


Atlantico è un disco che fa bene. A Marco che l’ha scritto, innanzitutto. A chi lo ascolterà. E infine alla discografia italiana, perché si concede il lusso di essere un prodotto di qualità, nato con lentezza. E la lentezza, di questi tempi, è un valore da riscoprire.


Questi sono solo alcuni esempi per comprendere come la scrittura di Marco sia maturata e abbia saputo accogliere il cambiamento e farsene carico, con un utilizzo delle parole sempre preciso, mai ampolloso o divagante. Gli autori a cui ha scelto di affiancarsi, poi, hanno saputo avvicinarsi alla sua verità senza stravolgerla né comprometterla in alcun modo; anzi, sono stati capaci di esaltarla e darle una forma determinata, coerente e d’impatto.

E questo, in conclusione, è Atlantico; un disco ben scritto, ben suonato, cantato e vissuto. Un album che è fatto di decolli e atterraggi, di valige e diari riempiti fino ai margini, di ambizione, coraggio e onestà. Marco è diventato grande, non si nasconde più dietro certi consensi che arrivano immediati e si cuce addosso un abito che forse non avrà la stessa fortuna dei precedenti, ma che è necessario più dei precedenti. Atlantico è un disco che fa bene. A Marco che l’ha scritto, innanzitutto. A chi lo ascolterà. E infine alla discografia italiana, perché si concede il lusso di essere un prodotto di qualità, nato con lentezza. E la lentezza, di questi tempi, è un valore da riscoprire.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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