Donato Montesano, dall'esordio con I grandi scrittori non mangiano a un film

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In foto, lo scrittore Donato Montesano, autore di I grandi scrittori non mangiano

In foto, lo scrittore Donato Montesano, autore di I grandi scrittori non mangiano

Un giovane autore solitario e curioso, capace di tradurre in parole sensazioni ed emozioni basati su un’articolata osservazione della realtà in cui vive e dei luoghi che i suoi umili passi hanno avuto la possibilità di attraversare. Essere in grado di ascoltare realmente le persone e raccontare storie attraverso una visione personale: queste le doti dello scrittore emergente Donato Montesano, 27 anni, nato a Tricarico.

Nella vita si occupa di ricerca e sperimentazione nello studio di architettura e laboratorio multidisciplinare Rabatanalab. Nel 2012 partecipa a numerosi concorsi letterari divenendo finalista e vincitore di diversi premi regionali – Nuova Scrittura Attiva, Una fiaba per Rapone, La Bella Narrazione – e nazionali – Racconti Senza Fissa Dimora, Premio Fogazzaro, Premio Giovane Holden. Nel 2017 viene pubblicata per Eretica Edizioni la raccolta I grandi scrittori non mangiano, dalla quale sarà tratto un film.

«Gli argomenti affrontati nel libro», dice Donato, «sono tanti, soprattutto le contraddizioni e gli ostacoli che ognuno incontra nel proprio cammino. In questo senso il titolo è indicativo. La frase “I grandi scrittori non mangiano” è un paradosso, può risultare ironica a primo impatto, ma riflettendo ci si rende conto della tragicità che c’è dietro. Questo è secondo me il filo conduttore di tutto il libro: l’ironia e la disperazione che ognuno deve affrontare quotidianamente».


Mi piace una frase che usava De Andrè per descrivere la scrittura: «Scrivo per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile».


Descrivi la tua infanzia.

«Ho avuto un’infanzia da film: mi piaceva stare a casa dei miei nonni, ascoltare le storie che mi raccontavano, osservarli, notare lo scorrere delle giornate e dei colori. Era un mondo in cui la fantasia volava a briglie sciolte».

Com’è nata la passione per la scrittura?

«Come spesso accade le passioni nascono per una voglia di “emulazione dei propri miti”. A sedici anni ho scoperto la narrativa americana: per me è stata una rivoluzione. Quegli autori erano completamente diversi da quelli che volevano farmi studiare a scuola. La loro letteratura era simile alla lingua parlata, era divertente, mi faceva venir voglia di raccontare storie mie con lo stesso linguaggio. Questo vale anche per il cinema o per la musica: la scena di un film o la frase di una canzone evocava in me altre storie, storie mie, che avevo voglia di scrivere, di raccontare».

Scrittore/i preferiti? Perché?

«Uno scrittore che ha stravolto la mia vita, proprio per il motivo di cui parlavo in precedenza, cioè di usare uno stile narrativo diretto, semplice ed entusiasmante è John Fante. Grazie a lui ho anche scoperto la grandezza di altri autori come Louis-Ferdinand Céline. Mi piacciono molto gli autori giapponesi come Mishima e Murakami. La migliore “ingegneria narrativa”, invece, è per me quella di Victor Hugo. Insuperabile».


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Con mia grande emozione, a meno di un anno dall’uscita, verrà pubblicata la seconda edizione del mio libro. La presenteremo già lunedì di prossimo, nella magnifica Biblioteca Centrale di Torino. Ma questa non è l’unica notizia importante: una casa di produzione cinematografica realizzerà un film tratto proprio da “I grandi scrittori non mangiano”. A breve inizieremo a lavorare alla sceneggiatura. Fino a dodici mesi fa, non avrei neanche pensato di poter provare emozioni così forti grazie alle cose che ho scritto. Sono cose che si sognano soltanto. In una delle mie storie, il protagonista decide di arrendersi prima dell’uscita del suo romanzo. Anch’io, come lui, penso di aver pagato per ogni scelta che ho fatto, per ogni scena che ho vissuto. Ho avuto solo un po’ di curiosità in più: volevo vedere il finale. Grazie ai pochi amici che ci hanno sempre creduto, più di me. Grazie a Eretica Edizioni, che ha reso veri i sogni di un piccolo scrittore di storie.

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Com’è nata l’idea della raccolta di racconti I grandi scrittori non mangiano?

«L’idea del libro è nata e cresciuta col tempo: all’inizio non era un progetto definito. Ho scritto i primi racconti partecipando a concorsi letterari. Per me era utile capire se quello che scrivevo valeva qualcosa anche per gli altri. Per fortuna sono arrivati buoni risultati; questo è stato uno stimolo per continuare a scrivere, finché ho deciso di pubblicare un libro con tutti i racconti».

Perché hai scelto questo titolo?

«Ho scelto questo titolo un po’ per omaggiare i miei miti. La vita della maggior parte degli eroi attraverso i quali sono cresciuto era una vita misera, quasi tutti sono morti poveri, raggiungendo la notorietà soltanto dopo la morte. Questa è una costante nel mondo dell’arte, succedeva soprattutto ai grandi, ma a loro non importava; loro continuavano a fare quello per cui erano nati, era la passione a tenerli in vita. John Fante, per esempio, pur di continuare a scrivere e non morire di fame rubava le arance al mercato. In uno dei miei racconti il protagonista è affascinato da questo aspetto al punto di credere che, per diventare un grande scrittore, il trucco fosse quello di non mangiare».

Ha qualcosa di autobiografico?

«Credo che ogni cosa che si scrive abbia dentro un po’ dell’autore. Come dico nel libro attraverso le parole di un personaggio: “L’ispirazione nasce vivendo”. Mi piace una frase che usava De André per descrivere la scrittura: “Scrivo per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile”».

Perché consiglieresti di leggerlo?

«Questa è una domanda difficile. Io non saprei consigliare qualcosa che ho fatto io, mi sentirei un mercante. I mercanti mi turbano, perché sono l’opposto di me. Loro sanno parlare, a me piace ascoltare».

Quel “vecchio pazzo di Infantino” quanto è stato importante per il libro?

«Il maestro Antonio Infantino è stato molto importante per la mia vita e di conseguenza per il mio libro. Stare a contatto quotidianamente con un vero artista come lui, uno che Fernanda Pivano definì come “il miglior poeta beat italiano”, è una fortuna rara. La sua prefazione è stata un grande regalo, un sogno nel sogno di veder pubblicato il mio libro».

Parlami della collaborazione con l’illustratore Danijel Zezelj.

«Ho avuto la fortuna di conoscere Danijel in occasione di una mostra organizzata da Rabatanalab, lo studio di cui faccio parte. Da allora è nata un’amicizia di cui sono onorato, perché oltre a essere uno dei migliori illustratori al mondo Zezelj è anche una delle persone migliori che abbia incontrato. Un grande esempio di integrità morale. Avere la copertina del libro disegnata da lui va altre ogni cosa che avrei immaginato».

È vero che presto il tuo libro diventerà un film?

«Sì, una casa di produzione cinematografica ha chiesto di poter realizzare un film tratto da uno dei racconti contenuti nel libro e di collaborare per la stesura della sceneggiatura. È un progetto entusiasmante per me, un campo che mi piace molto ma che non ho mai esplorato direttamente. Vedremo cosa ne verrà fuori».

Prossimo progetto?

«Oltre alla sceneggiatura e alla realizzazione del film vorrei scrivere un romanzo, sperimentare qualcosa di nuovo».

About author

Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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