La Stazione: Un po(')vero me e l'arte dell'ordinario

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Spiegare chi siano Marco Villella, Gianmarco CristaudoStefano Scavelli non è semplice. Tre ragazzi poco più che ventenni, amici da anni, fuori sede del Sud venuti con furore dalla provincia a conquistare la capitale.  Sarebbe già un inizio, ma non basta a raccontarli, perché è perfettamente ordinario: così, come loro, ce ne sono tanti.

Cosa dire, allora, di questo trio che non si possa dire di altri? Che hanno talento, sicuramente, ma non è ancora sufficiente. Che hanno una band, ma anche qui sembra di ricalcare un cliché. Che questo gruppo si chiama La Stazione e che nelle loro canzoni riescono a far diventare staordinario l’ordinario; a fondere tutto quanto ho detto finora in un risultato armonico, unico, riuscitissimo, dato da due voci e una chitarra – una formazione, questa sì, piuttosto inusuale.

Hanno da poco pubblicato il video del singolo Un po(‘)vero me, che anticipa l’uscita di un album, prevista nei prossimi mesi. Il brano parla di una persona dai tratti perfettamente riconoscibili: ognuno di noi, ascoltando la canzone, penserà inevitabilmente a qualcuno che conosce o ha conosciuto, se non perfino a se stesso! Nell’ordinario, poi, affondano le radici anche le scene del video ufficiale, pubblicato in anteprima per Le Rane l’11 dicembre.

Al regista Ernesto Censori, quindi, il compito di tradurre il brano in immagini. A loro, con l’intervista che segue, tocca invece usare le parole per farci scoprire qualcosa in più del loro lavoro!

Il nome della band è La Stazione, il titolo del vostro primo singolo Termini (stazione ferroviaria centrale di Roma, nda). Sarebbe curioso sapere quanti vostri brani – o perlomeno testi – sono nati in treno.

«In realtà, per quanto a volte ci capiti di scrivere in treno, nessuno dei pezzi usciti fino ad adesso è stato realizzato lì, ma gli stessi treni, i ritorni e le partenze sono stati una gigantesca fonte di ispirazione per noi, soprattutto perché viaggiare in treno ti permette di entrare in contatto con varie realtà e di osservare vite, situazioni e comportamenti al di fuori di te stesso».

Avete girato il video di Un po(‘)vero me al Viveri, nel quartiere Pigneto. Perché avete scelto questa location?

«La scelta della location non è stata prettamente un nostro compito, ma tra i vari locali che avevamo preso in considerazione era sicuramente uno dei migliori, specialmente perché lo stile del locale calza a pennello con il tipo di personaggi che abbiamo voluto descrivere, ma anche e soprattutto con i nostri gusti».

La regia è di Ernesto Censori, giovanissimo allievo del Centro Sperimentale. Come avete lavorato con lui per ideare, prima che girare, il videoclip?

«Essendo stata la nostra prima esperienza in un videoclip, eravamo dubbiosi e spaventati per la riuscita delle nostre parti da recitare, specialmente se paragonate alle performance dei vari attori del cast!

«Uno dei tanti meriti di Ernesto è stato proprio quello di trasmetterci serenità e darci piena libertà di movimento sulla scena, cosa che ci ha permesso di sentirci a nostro agio durante le riprese».

So che Ernesto non solo è il coinquilino di uno di voi, ma è anche calabrese! Oltre a essere fuori sede e originari della stessa regione, cosa vi ha permesso di entrare in sinergia con lui?

«Ernesto Censori, oltre a essere un bravissimo regista è anche e soprattutto un nostro amico d’infanzia. Conoscendoci da così tanto tempo e avendo condiviso tante esperienze insieme, la sinergia che si è creata è totalmente dipesa da un comprendersi e da un conoscersi che ci ha permesso di lavorare senza problemi durante tutta la realizzazione del video, dalla scrittura alla post-produzione.

«Amicizia a parte, abbiamo sempre apprezzato i suoi lavori, quindi speriamo tantissimo che non sia la prima e l’ultima volta che lavoriamo insieme».

La copertina di Un po(')vero me, singolo della band La Stazione

La copertina di Un po(‘)vero me, singolo della band La Stazione

L’atmosfera che si respira nel video è proprio quella del classico venerdì sera in un quartiere universitario. Anche se in Un po(‘)vero me siete eccezionalmente i baristi, quanto vi rivedete invece nell’esperienza dei clienti del video?

«Il gioco di parole nel titolo del brano è proprio legato a questo concetto. Tante volte giudichiamo sbagliato o critichiamo un determinato comportamento, senza renderci conto di assumerlo anche noi. Tutti noi abbiamo paure e insicurezze, quindi mostrarci meglio di quelli che siamo ci aiuta a combatterle, ma per poterlo fare siamo costretti talvolta a indossare delle maschere».

Torniamo a parlare di ciò che vi unisce, ma tornando alla musica: avete gusti e influenze differenti? Se sì, come riuscite a farle confluire poi nel lavoro finale?

«I nostri gusti e le nostre influenze sono totalmente diversi! Stefano è molto legato al classic rock, Gianmarco al pop internazionale e Marco al rap e al cantautorato. Fortunatamente, il fatto che coesistano gusti e ascolti così diversi non è un problema: ognuno di noi dà un contributo importante alla creazione di un brano, che alla fine non è altro che la risultante dell’unione di nostri modi di intendere la musica».

Qual è la prima canzone in assoluto che avete scritto e composto insieme?

«La prima canzone che abbiamo scritto è nata prim’ancora del nostro progetto musicale. Si chiama Dottore (Il male migliore) ed è stata inserita nel nostro primo EP pubblicato due estati fa. È nato principalmente dal bisogno di sfogarsi e di fare i conti con noi stessi, perché raccontare il proprio malessere attraverso la scrittura significa talvolta affrontarlo.

«È un brano al quale ci sentiremo sempre legati, perché ci ha permesso di comprendere il potenziale di ciò che si stava facendo e di portare avanti il progetto».

La prima che avete suonato insieme, invece?

«La prima canzone che abbiamo suonato insieme è stata sempre Dottore (Il male migliore). Essendo ancora in bozze, non avevamo avuto modo di suonarla insieme, ma un pomeriggio, totalmente a caso e senza un motivo, è venuto spontaneo a tutti noi suonarla e cantarla. Solo in quel momento ne siamo rimasti totalmente soddisfatti, soprattutto perché suonandola ci siamo resi conto della bella sinergia che si era creata tra noi».

E quella che vorreste aver scritto voi?

«A dire il vero, non è nel nostro stile desiderare di aver scritto brani di altri artisti. Le canzoni, le amiamo proprio perché giungono da un punto di vista diverso rispetto al nostro, nei quali riusciamo comunque a trovarci ed è bello così. Noi scriviamo i nostri pezzi nella speranza che un giorno qualcuno possa pensare lo stesso delle nostre canzoni».

Però ora diteci la verità: i cocktail li sapete fare per davvero?

«In realtà poco prima del video ci sono stati spiegati i rudimenti del mestiere, ma a parte Stefano, che sembrava avere una particolare dimestichezza con i vari attrezzi da bartender, ci siamo dimostrati abbastanza negati. Purtroppo ci toccherà continuare a ordinarli!».

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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