Il lato femminista delle soap opera

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In foto, il cast della soap opera Dallas, andata in onda sul canale televisivo statunitense CBS dal 1978 al 1991

In foto, il cast della soap opera Dallas, andata in onda sul canale televisivo statunitense CBS dal 1978 al 1991

Il nome “soap opera” deriva dal fatto che questo genere di prodotto, nato per la radio, veniva inframezzato da annunci pubblicitari di articoli per la casa come saponi o detersivi. Sin dalle sue origini era specificatamente pensato per un’audience di casalinghe, infatti la sua forma narrativa lenta e piena di ripetizioni favoriva l’ascolto distratto delle donne, nel frattempo impegnate nei lavori domestici. Non sembra quindi un grande esempio di empowerment. Eppure, a conti fatti, anche le soap opera hanno avuto un ruolo nell’emancipazione femminile.

Da programmi denigrati e considerati di “bassa cultura”, le soap opera vengono elevate a oggetto di studio negli anni Ottanta nell’ambito degli Audience Studies, un particolare filone di ricerca che faceva riferimento al Feminist Psychoanalytic Film Criticism. Negli anni Settanta le studiose femministe della seconda ondata erano piuttosto critiche circa i prodotti culturali considerati “per donne”, come appunto le soap opera o i romanzi rosa, perché considerati ghettizzanti. La situazione cambia nel decennio successivo, grazie all’introduzione di nuove rappresentazioni femminili, in particolare l’immagine della “donna in carriera” o, più in generale, delle donne che lavorano.

Tra le prime eroine ricordiamo Alexis di Dynasty, una donna in carriera seducente e spregiudicata, capace di sottomettere gli uomini sia nel lavoro che in amore. Coesistono accanto a lei rappresentazioni di donne passive e dipendenti dagli uomini, ma ancora più spesso i personaggi oscillano tra questi due estremi. In ogni caso, questa immagine femminile a più dimensioni rese possibile l’attivazione di processi di identificazione da parte di una più ampia fascia di pubblico femminile, non più solo casalinghe.

In foto, Joan Collins nei panni di Alexis nella soap opera americana Dynasty

In foto, Joan Collins nei panni di Alexis nella soap opera americana Dynasty

L’identificazione trasforma il pubblico di ascoltatrici passive in un’audience attiva, che confronta le vicende delle soap opera con le proprie esperienze personali, valutandone il grado di realismo e premiando i prodotti con i personaggi che più rispecchiano un “realismo emozionale”, cioè riguardante più la verosimiglianza dei sentimenti che dei fatti empirici.

Ien Ang, una studiosa che si è occupata in particolare del successo di Dallas, nella ricerca Watching Dallas (1985), osservava come le soap opera siano intrise di piacere, desideri e fantasie femminili, spesso sottovalutate. Desideri e fantasie che si proiettano inevitabilmente anche sui personaggi maschili, rappresentati spesso come romantici e sensibili. Appaiono uomini che dichiarano teneramente il loro amore e che si prendono cura della donna, in opposizione alla concezione tradizionale della moglie che si prende cura del marito in sostituzione della figura materna.

Si tratta quindi anche di un’emancipazione maschile che entra a far parte del mondo emotivo e sentimentale tradizionalmente femminile. Le soap opera tendono, infatti, a valorizzare la sfera del privato e le relazioni interpersonali, il romanticismo, la solidarietà tra donne e la cultura orale femminile – che pone cioè l’accento più sulla parola che sull’azione, appannaggio del mondo maschile. In altre parole, il motore della storia non è più l’azione di un uomo, ma la parola e il sentimento di una donna protagonista.

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Le soap opera riescono così contemporaneamente a valorizzare il femminile e a convincere le spettatrici a una ri-negoziazione del tempo libero da dedicare a se stesse e al proprio svago nell’arco della giornata, introducendo una via di fuga dalla routine domestica.

Mary Ellen Brown, nella ricerca Soap Opera and Women’s Talk (1994), analizzava il piacere femminile del parlare delle soap. Sosteneva, infatti, che il piacere principale di seguire una soap opera consistesse nel creare una rete di discorso tra donne, sviluppando una solidarietà femminile e un senso di empowerment inteso come resistenza all’ordine patriarcale dominante, combattendo i valori tradizionali con valori femminili che inconsapevolmente decostruivano l’asimmetria di genere e la gerarchia dei sessi. Tale decostruzione avveniva, secondo la Brown, non tanto nelle soap opera stesse, quanto nelle conversazioni tra donne suscitate dalle soap e dalla condivisa fruizione di un prodotto culturale.


A cura di Milena Vesco


Fonti:
1. Saveria Capecchi, L’audience “attiva”. Effetti e usi sociali dei media, Carocci editore, 2015.
2. Christine Geraghty, Women and Soap Opera, Polity, 1991.
3. Dorothy Hobson, Crossroads: The Drama of a Soap Opera, Methuen, 1982.
4. Ien Ang, Watching Dallas, Armando Editore, 2013.
5. Janice Radway, Reading the Romance, The University of North Carolina Press, 1991.
6. Mary Ellen Brown, Soap Opera and Women’s Talk, SAGE Publications, 1994.

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