Viaggio a Berlino, la città empatica che riflette il tuo animo

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In foto, la piazza di Marienkirche, da dove si vede il Municipio, le giostre e il mercatino di Natale

In foto, la piazza di Marienkirche, da dove si vede il Municipio, le giostre e il mercatino di Natale

Viaggio a Berlino. Ancora una volta ho preso il volo verso una città scostante e inospitale; ho lasciato il lavoro per quattro giorni, ho lasciato il panico e la programmazione di una vita; ho affrontato il viso contratto di questa donna con un viaggio a Berlino senza meta, senza cartina, senza guardare l’orologio.

È mite Berlino, in questi giorni. Io un po’ meno. Il suo cielo ti soffoca, ti viene addosso. Ti investe lo sguardo come la Chiesa di Sant’Agnese in Agone. E la prospettiva del Rio della Plata è arrivata fino a qui. Forse Berlino è una città adatta per stare da soli o in gruppo, non posso mai affermarlo con certezza. Si lascia camminare amare e detestare. Come Budapest, l’ho sempre associata al concetto di casa.

Così ho iniziato a raccontare del mio viaggio a Berlino su Instagram. Un pensiero che da sempre mi porto in borsa è che questa città sia uno specchio delle nostre emozioni. Berlino si tinge di nero quando la mattina perdi la metro, dimentichi le chiavi e pure l’ombrello, si colora di arancione quando hai appena fatto colazione nella caffetteria e sei contento di sapere di essere nei pensieri di qualcuno che ti scrive un messaggio piacevole.

Viaggio a Berlino: la mia città invisibile

In foto, il quartiere di Postdamer Platz: superato il confine di Mitte, siamo a Tiergarten. Una città dentro una città, la piazza non è ancora riuscita a diventare ulteriore centro come Alexander Platz, nonostante dagli anni '90 sia in continua evoluzione

In foto, il quartiere di Postdamer Platz: superato il confine di Mitte, siamo a Tiergarten. Una città dentro una città, la piazza non è ancora riuscita a diventare ulteriore centro come Alexander Platz, nonostante dagli anni ’90 sia in continua evoluzione

«D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge». Italo Calvino lasciò vagare Marco Polo alla scoperta delle città invisibili; non raccontò mai di Berlino, non le diede mai un nome, eppure potrebbe chiamarsi Ebe, come la Ebe di Canova all’Alte Nationalgalerie, oggi esposta in un angolo della prima sala di questo museo romantico. È rannicchiata in questo angolo, una figlia rifiutata dai committenti del corso degli anni ma altrettanto voluta da chi sa apprezzarne la bellezza. E, nonostante di Canova sia noto in ogni opera solo l’ultimo colpo di scalpello, sembrava voler difendere qualcosa che gli appartiene, come qualcosa che, proprio perché diverso, meritava una maggiore protezione: «Mi sarebbe stata cosa assai facile il dargliela [l’espressione] ma certamente alle spese di essere criticato di chi sa conoscere il bello; l’Ebe sarebbe diventata una baccante».

La senti ostile, Berlino: ti accoglie con braccia gelide, con i sorrisi dei tassisti turchi ai quali, per obblighi morali, senti di dover dare una possibilità. Non possono essere tutti ladri e predatori. Nonostante ciò il primo giro di corsa dall’aeroporto all’hotel ci costa 48 euro, 50 senza ritorno di 2. Ci è stato offerto senza dubbio un tour galattico fatto di cerchi concentrici. Berlino non risente della gravità, a quanto pare.

Sei invogliato a pensar male, ad arrenderti al fatto che anche Berlino, la tua Ebe, è stata contaminata dal bisogno di qualche spiccio in più a fine corsa, a fine mese, a fine servizio. Lasci la valigia, fai il check-in. E la prima cosa che ti viene detta è che hai un sorriso bellissimo.

Viaggio a Berlino: la mia Ebe gentile e crudele

In foto la Porta di Brandeburgo. Prima della caduta del muro, era bloccata dallo stesso.

In foto la Porta di Brandeburgo. Prima della caduta del muro, era bloccata dallo stesso.

È una donna gentile, se vuole, accorta a lasciarti i tuoi spazi, mai invadente; ti passa accanto e non ti accorgi di lei senti, se vuoi sentire, solo il suo profumo. Sa di freddo, di neve, di cibo cotto sul fuoco in quei mercatini che speri non siano ancora una volta centro di distruzione. Berlino, in fondo, non ha colpe: che colpe può mai avere una città? Una donna cresciuta con un enorme peso sulle spalle, Atlante involontaria della storia.

La mia Ebe ti mette alla prova, ha bisogno di sapere che la rispetterai metro dopo metro; ti brucia il naso col suo vento gelido, quasi ti schiaffeggia. Ti costringe a fermarti lungo Alexander Platz, a osservare la Sprea da uno dei suoi ponti. In continua evoluzione, ti mostra i suoi risultati di quei lavori mai terminati; un cantiere a cielo aperto, Berlino.

Viaggio a Berlino: una città tormentata

In foto, il memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa, sempre visibile nel quartiere Mitte

In foto, il memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, sempre visibile nel quartiere Mitte

«Berlino è una città condannata per sempre a diventare e mai a essere». Lo storico Karl Scheffler vedeva questo di Berlino, la viveva così e così la vivo io ogni volta. Nonostante il forte legame che provo, sento Berlino come una donna ansiosa di fare, di riscattarsi da colpe non sue.

Ed è così che si esprime Berlino. Ti parla di un malessere, di un continuo andar lontano dal suo presente. Quell’oggi che è già ieri di domani. Berlino non sorride mai. Berlino ovattata. Berlino isolata al centro del mondo. Berlino dove sbatti sui muri invisibili mai crollati. Questa è la città che mi appartiene, la città di tutti quelli che devono fare i conti con un passato che pesa. Lo senti nell’aria, è come un grido. O forse un sibilo, perché a Berlino anche il vento è silenzioso. Una commemorazione costante.


Della mia Ebe nessuno racconta i sorrisi, la cordialità di chi incontri per strada. Tutti riconoscono di Ebe le morti e la sfacciataggine: di Berlino si parla come di una donna troppo disinibita che accarezza un uomo affamata di attenzioni.


Racconto questo di Berlino: ragazzini che saltano sui monumenti commemorativi, persone che calpestano la terra sulla quale si schiantarono i reclusi dell’Est mentre cercavano la via di fuga fra un pezzo di muro e un altro, gente che non si rende conto che il gesto di vittoria davanti quel muro, forse, è inappropriato. E allora devi fare di più, devi migliorare tutto, sempre. Della mia Ebe nessuno racconta i sorrisi, la cordialità di chi incontri per strada. Tutti riconoscono di Ebe le morti e la sfacciataggine: di Berlino si parla come di una donna troppo disinibita che accarezza un uomo affamata di attenzioni. Nessuno si chiede il perché, alla fine non importa. Importa solo che se piove non funzionano i mezzi, che il vento è freddo, che l’acqua costa tanto quanto a Parigi.

Berlino va dunque ascoltata, non vista; Berlino va sentita a pelle, accarezzata. Ogni architetto, ogni ingegnere, ogni politico passato per quelle vie ha avuto modo di parlare a nome di questa città che resta visibilmente divisa da questi muri invisibili che però esistono. Prova a far finta che non ci siano, prova a superarli; Berlino sa di mentire a se stessa, sa che negare l’evidenza equivale a dimenticare pian piano. E così racconta il suo passato, le ferite inferte a lei e quelle inferte agli altri. Racconta di quel bambino che cadde e morì a Est, cercando di attraversare il muro per raggiungere la sua famiglia; racconta di quei morti, ebrei d’Europa, che non trovano pace. Tutto questo mentre a Roma, nel Ghetto ebraico, rubano le pietre d’inciampo.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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