Un'identità in sordina: è ora di parlare di agender

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Genderqueer © Chloe Aftel

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Si parla sempre più spesso di genere non binario. Alcune volte si è imprecisi o addirittura scorretti, si balbetta nell’affannoso tentativo di formulare, senza fallo, idee politicamente corrette. In generale è sempre difficile destreggiarsi tra quelle piccole scatoline che, marchiate con le lettere maiuscole che compongono una sigla oramai infinita, hanno la pretesa di contenere un’identità precisa. Genere e sesso, sesso e genere. Sesso, genere, sessualità.

Genere non binario, o genderqueer, resta comunque un iperonimo che contiene tutta un’altra serie infinita di piccole identità, spesso frammentate o fluttuanti. Semplicemente umane.

Tra queste identità troviamo l’agender, dove l’alfa privativo cancella completamente il genere. Essere agender significa non sentire di appartenere né al genere femminile, né a quello maschile, né a un terzo genere. Non si tratta necessariamente di una condizione sempre stabile e continua: può trasformarsi e sfociare in altre sfumature di genere e identità, come spesso succede. In lingua inglese, le persone agender utilizzano il pronome they/them.

Agender, questo sconosciuto

Genderqueer © Chloe Aftel

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Questa realtà è sulla bocca di pochi, pochissimi, specialmente in Italia, dove le informazioni sono insufficienti e spesso imprecise. Ho cercato di donare visibilità all’identità agender intervistando i diretti interessati. Avrei voluto riportare il punto di vista italiano e per questo mi sono rivolta ad alcuni gruppi e collettivi nazionali, senza però ricevere riscontro.

La scarsità di informazioni sull’agender si manifesta anche nel momento in cui prendere consapevolezza del proprio essere diventa complicato perché indefinibile. Molte persone hanno dichiarato di aver preso coscienza della loro identità solo dopo essersi imbattute, più o meno per caso, in questa parola e nella sua definizione, principalmente sul web, riuscendo finalmente a decodificare un antico sentimento di disagio che non trovava spiegazione.


Ho cercato e ho trovato un sacco di parole: agender era quella che mi definiva. Ho dato un nome a un sentimento che provavo da tempo.


Stephani, ventiseienne degli Stati Uniti, racconta: «Avevo 22 o 23 anni quando ho visto un post su Tumblr che diceva: “La disforia di genere non sta solo nel sentirsi nel corpo sbagliato. Significa anche odiare alcune parti del proprio corpo, non sopportare quando le persone ti affibbiano un genere, ecc.”. Per anni avevo odiato essere definita “ragazza” e provavo una certa invidia nei confronti dei ragazzi trans. Alla fine del post c’era una lista di definizioni sul genere non binario. Ho cercato e ho trovato un sacco di parole: agender era quella che mi definiva. Ho dato un nome a un sentimento che provavo da tempo». Anche Kai, 18 anni, dice di aver cercato disperatamente di nascondere una sensazione che sentiva e che è finalmente uscita fuori quando ne ha sentito parlare su YouTube.

Genderqueer © Chloe Aftel

Genderqueer © Chloe Aftel

Alcuni di loro dichiarano di attraversare fasi di disforia di genere più forti o meno forti a seconda dei giorni, pur mantenendo una certa staticità. Elliot, 16 anni, mi parla di quanto sia importante, oggi, l’accettazione di sé. «Essere agender può risultare difficile. Alcuni giorni magari ti senti più femminile, altri più maschile. A volte potresti addirittura dubitare di essere agender. Ma io so di esserlo e, anche se ogni tanto mi capita di oscillare, so di essere sempre io».

Molte persone nascondono di essere agender a causa di episodi di bullismo e violenza. Kai parla della paura di essere picchiati, mandati fuori casa o, addirittura, uccisi. In alcune città, specialmente negli USA, la questione non è del tutto sconosciuta ed Elliot pensa che, nonostante si debba fare ancora tanto, le cose sembrano migliorare. Mi hanno parlato dei grandi sforzi che le persone fanno per comprendere questa situazione e della felicità che si prova quando i loro cari si mostrano comprensivi.

Ma sono tutti d’accordo: non si parla abbastanza di agender. C’è ancora una forte mancanza di consapevolezza e spesso una totale ignoranza. E anche una rappresentazione fuorviante, come afferma Stephani: «Nei media l’agender è rappresentato da persone bianche, di presenza mascolina, di sesso biologico femminile, magre, senza disabilità. Bisogna lavorare su una rappresentazione più diversificata». E, per adesso, il simbolo più comune utilizzato dalla comunità agender è rappresentato dagli alieni che, afferma Kai: «come noi, non hanno genere».

Il parere dell’esperto

Genderqueer © Chloe Aftel

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Joseph Radice, dottorando e insegnante laureato di Lavender Linguistics all’Università della Florida, ha accettato di rispondere ad alcune domande sulla questione, facendo chiarezza. Gli ho chiesto, come prima cosa, proprio perché non si parla di agender.

«L’agender è un argomento relativamente poco conosciuto perché ammettere che esista un non-genere implica una riorganizzazione del modo in cui si pensa alla società. Quasi tutti, indipendentemente dal loro genere, sono educati e condizionati a vedere un genere (maschile o femminile) sin dall’infanzia. Il genere è un master status (termine coniato da Hughes negli anni ’40), ovvero la prima cosa che notiamo quando incontriamo una persona per la prima volta. L’identità agender condivide alcune caratteristiche con altre identità non binarie, ma in generale sembra più difficile da comprendere. Non si tratta, infatti, di mettere in discussione il genere binario, ma lo rifiuta completamente, a differenza della maggior parte delle altre ideologie minoritarie».


Un essere umano nato in uno spazio vuoto non si etichetterebbe come “donna”, “uomo” o “agender”, ma sarebbe tecnicamente senza genere, non avendo nessuna possibilità di confronto.


L’agender è presente negli studi di genere? In che modo?

«È una domanda difficile perché l’agender rientra nella categoria dell’identità di genere non binaria. Siccome l’etichetta “agender” appare spesso insieme ad altre identità di genere e sessuali minori, sembra che le persone agender, pur comparendo all’interno degli studi di genere, siano raggruppate insieme ad altre categorie così da perdere importanza e distinzione. Inoltre, siccome oggi siamo a un punto storico in cui le persone abbracciano la fluidità di genere, esprimono la loro individualità e adottano etichette che possono cambiare, risulta difficile trovare esempi di persone con la stessa identità genderless (cioè un gruppo di persone agender che definiscono il loro genere allo stesso modo) tale da poter essere oggetto di uno studio formale».

Perché pensa che alcune persone sentano di non avere genere?

«L’identità agender, così come tutte le altre identità di genere, è il risultato di un contesto sociale e dei suoi condizionamenti. Perché qualcuno si definisca agender dipende dalle sue personali esperienze e interazioni con il mondo intorno a sé; solo una persona agender potrebbe rispondere a questa domanda e, anche in quel caso, la sua esperienza potrebbe essere ben diversa da quella di un’altra persona agender. Un essere umano nato in uno spazio vuoto non si etichetterebbe come “donna”, “uomo” o “agender”, ma sarebbe tecnicamente senza genere, non avendo nessuna possibilità di confronto.

«Comunque, in quanto membri della società, le categorie di genere ci vengono assegnate a seconda dei nostri apparati genitali, alla nascita, per poi essere ridefiniti durante il corso delle esperienze. Per esempio, un uomo cisgender potrebbe considerarsi un “uomo” fin da piccolo perché non solo l’etichetta di “uomo” gli è stata assegnata, ma anche perché l’accetta così come acquisisce consapevolezza delle aspettative della società. Una persona agender rifiuta le aspettative sociali e i ruoli assegnati alle identità binarie».

Genderqueer © Chloe Aftel

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Le persone agender sono, a quanto pare, una minoranza all’interno della comunità LGBTQI+. Alcuni affermano che neppure la stessa comunità li prenda sul serio e che questo sia spesso causa di episodi di bullismo. Perché succede, secondo lei?

«Così come la società, in generale, tende a rifiutare i concetti legati all’agender e ad altre minoranze, anche per le persone agender è difficile inserirsi come parte della comunità LGBTQI+. Molte minoranze di genere o sessuali ritengono che etichette come “LGBTQ” o “queer” siano oramai collegate all’omosessualità, escludendo persone che si identificano come bisessuali, asessuali, transgender, di genere non binario, ecc. Laddove la società è generalmente predisposta all’eteronormatività, le comunità queer sono spesso soggette a omonormatività.

«Il bullismo ha origine anche nella comunità queer perché, sebbene esistano molte etichette per definire minoranze sessuali e di genere, non significa che le persone comprendano (o riconoscano) identità diverse dalla propria. Le persone agender sono una reale minoranza e le loro esperienze sono spesso oscurate da discorsi sul genere binario e sul transgender. In altre parole, anche la comunità queer tende ad adottare un’ideologia binaria alle spese degli agender che trascendono una tale comprensione del genere e del mondo».

È possibile etichettare la sessualità delle persone agender? Si parla di essere etero, lesbica o gay, che potrebbe implicare il riconoscimento di un genere? 

«Solo una persona agender può etichettare la sua sessualità. È a discrezione di ciascuna persona decidere se una qualsiasi etichetta, se esistente, descriva accuratamente cosa sentono e cosa provano come esseri umani nel mondo. Immagino che sia possibile per una persona agender considerarsi etero, lesbica, gay, asessuale, pansessuale anche dipendentemente dalle loro esperienze, specialmente riguardo al modo in cui scelgono partner romantici o sessuali. È anche possibile che, anche se le persone agender non hanno genere, scelgano un’etichetta per la loro sessualità che potrebbe essere inesatta, ma che potrebbe aiutare la persona a interagire più facilmente con il mondo intorno a loro».

Genderqueer © Chloe Aftel

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Quale crede sia l’atteggiamento comune delle persone agender nei confronti della società?

«Anche se non posso parlare per conto delle persone agender, credo che pensino che la società non dia abbastanza importanza all’identità agender e che sia maldisposta verso identità di genere ed etichette che esistono al di là del genere binario. Inoltre, come possono confermare persone appartenenti a qualsiasi minoranza di genere, la società non è solo ignorante e maldisposta, ma diventa ostile. Molte persone sono fermamente convinte che esistano solo due generi, cisgender femminile e cisgender maschile, e si arrabbiano o si agitano quando la loro ideologia binaria viene minata da persone che non sentono di appartenere a una visione così limitata del mondo».

Crede che la società debba evolversi nei confronti degli agender? Come?

«Sì, la società deve evolversi accettando tutte le minoranze sessuali e di genere, se vogliamo integrare e comprendere queste diversità completamente. Negli ultimi 5-10 anni, almeno negli Stati Uniti, la questione transgender è diventata sempre più compresa, in generale. In ogni caso, l’identità transgender è comunque binaria. Se la società si evolverà sul serio, dobbiamo essere molto più attenti quando attribuiamo generi e identità sessuali basandoci sulle apparenze; bisogna analizzare i nostri pregiudizi e le nostre percezioni e dobbiamo insegnare alle generazioni più giovani che il genere non è una categoria fatta di scelte prefissate, ma è qualcosa di unico per ogni individuo. Nelle mie lezioni, per esempio, incoraggio tutti gli studenti, specialmente quelli che rientrano nelle categorie sessuali e di genere normative, a capire dove si trovano meglio nello spettro del genere e dell’orientamento sessuale. Così facendo, spero di rompere il binomio normativo/non-normativo e di negare proprio l’esistenza di una categoria “normale” che riguarda sessualità e genere. Valorizzando differenze di genere e sessualità possiamo cominciare a costruire una società più inclusiva».


Leggi l’intervista a Chloe Aftel, l’autrice delle foto contenute nell’articolo.

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

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