La censura nelle biblioteche

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Mi piace(va) collegare la censura a qualcosa del passato, qualcosa che nella vita di adesso non esiste più. Un termine antiquato. Purtroppo, però, ho dovuto ricredermi.

Mi piace(va) collegare la censura a qualcosa del passato, qualcosa che nella vita di adesso non esiste più. Un termine antiquato. Purtroppo, però, ho dovuto ricredermi.

Quando sento parlare di censura o di rogo nelle biblioteche sento un male proprio a livello fisico. Lo stomaco si attorciglia su se stesso, il mio corpo sembra produrre saliva in eccesso che, come un grumo, deglutisco a fatica e rabbrividiscono arti e muscolature che normalmente svolgono la propria funzione senza farsi sentire.

Sotto i regimi autoritari, le biblioteche pubbliche sono i primi luoghi nei quali si esercita la censura o che si incendiano. Secondo il sociologo Leo Lowenthal (I roghi dei libri) sono tre le ragioni principali che portano i regimi totalitari a compiere questi atti barbari: la volontà di estinguere la storia, di compiere un azione igienica di prevenzione e di liquidare la soggettività.

Tuttavia, questi orrori non mi hanno mai colpito personalmente. Spesso sono lontani nel tempo – penso per esempio al rogo della biblioteca di Alessandria nell’antichità o dei libri cristiani o alla creazione dell’Indice dei libri proibiti – mentre quando non lo sono poi così tanto – come nel caso dei roghi dei libri a opera dei nazisti o della distruzione della biblioteca nazionale universitaria di Sarajevo – mi convinco che l’umanità ha imparato dai propri errori, che la storia insegna e che alcuni eventi non capiteranno mai più.

A Todi la bibliotecaria Fabiola Bernardini viene improvvisamente spostata di ruolo. Il motivo? Non aver presentato al comune una lista di libri pro-gender da ricollocare nella sezione adulti.

A Todi la bibliotecaria Fabiola Bernardini viene improvvisamente spostata di ruolo. Il motivo? Non aver presentato al comune una lista di libri pro-gender da ricollocare nella sezione adulti.

La censura nelle biblioteche rimane in un angolo della mia mente, una sorta di campanello d’allarme che, se associato al presente, segna inevitabilmente che qualcosa sta andando storto. Pecco di idealismo, lo so, e mi piace(va) collegare la censura a qualcosa del passato, qualcosa che nella vita di adesso non esiste più. Un termine antiquato. Purtroppo, però, ho dovuto ricredermi.

Iniziamo, per esempio, con il caso di Carate Brianza (MB) dove, nel 2015, «un gruppo di mamme, sostenute da alcuni consiglieri comunali, ha innescato una polemica pubblica sulla liceità o meno della presenza, nella sezione ragazzi della biblioteca comunale, di libri considerati dagli stessi consiglieri “diseducativi”». Uno dei libri in questione si intitola Ho due mamme e narra la storia di un bambino di cinque anni che ha due mamme, ovviamente (e dico ovviamente perché negli ultimi tempi sembra andare di moda puntare il dito contro i libri che trattano del gender, mentre io devo ancora realizzare perché qualcuno dovrebbe sentirsi in qualche modo minacciato da questi temi).

Compiamo un salto temporale. Siamo nel 2018, a Todi, in Umbria. La bibliotecaria Fabiola Bernardini, seria e capace professionista nel proprio ambito che, tra le tante cose, è stata capace di aver registrato un’affluenza di oltre 12.000 frequentatori alla biblioteca civica del paese nell’ultimo anno, viene improvvisamente spostata di ruolo, approdando al servizio urbanistico. Il motivo? Non aver presentato al comune una lista di libri pro-gender da ricollocare nella sezione adulti.


Le biblioteche pubbliche sono, per natura, prive di censure e di condizionamenti e per questo permettono l’accesso libero e senza limitazioni a pensieri e opinioni diverse, contribuendo al benessere e alla formazione del cittadino nonché alla partecipazione di questi alla vita civile e politica. I tentavi di limitarle e di controllarle sono forme che vanno contro la democrazia.


Sempre 2018 a Monfalcone, in provincia di Gorizia: il comune decide di censurare i quotidiani Avvenire Manifesto. Cancellano gli abbonamenti, proteggendosi dietro la scusa delle ragioni economiche, ma quando i cittadini si adoperano per fare una colletta e si accordano con un’edicola del paese per riavere i quotidiani tra gli scaffali della biblioteca, ecco che i giornali prima non vengono esposti perché non acquistati direttamente dalla pubblica amministrazione e in seguito vengono addirittura portati in una casa di riposo.

Per non parlare del gruppo di lettura che è stato sospeso dall’amministrazione comunale a Cinisello Balsamo, in provincia di Milano. Il comune avrebbe voluto prendervi parte, entrando nel processo di decisione dei temi alla base del gruppo.

Senza entrare nel dettaglio di ogni singolo avvenimento e senza arrivare a dire che Fahrenheit 451 di Ray Bradbury non sembra una realtà poi così distante dalla nostra, qualcosa sta cambiando. Le biblioteche pubbliche sono, per natura, prive di censure e di condizionamenti e per questo permettono l’accesso libero e senza limitazioni a pensieri e opinioni diverse, contribuendo al benessere e alla formazione del cittadino nonché alla partecipazione di questi alla vita civile e politica. I tentavi di limitarle e di controllarle sono forme che vanno contro la democrazia e non vorrei proprio provare quella sensazione dolorosa che ho descritto all’inizio dell’articolo.

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Valentina Zanin

Valentina Zanin

Accanita lettrice, tifosa della pallavolo, perennemente in viaggio, telefilm dipendente, appassionata di filosofia.

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