Cioè: che ne sanno i 2000!?

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In foto, due copertine della rivista adolescenziale Cioè

In foto, due copertine della rivista adolescenziale Cioè

Conosci Cioè? Una domanda, oggi, la cui risposta non potrebbe essere data con una spiegazione grammaticale – “Congiunzione esplicativa o dichiarativa” – o un’esclamazione dal forte senso dubitativo.

Contrassegnato da una farfallina in sostituzione dell’accento, a sottolineare in maniera rafforzativa la funzione fanciullesca, Cioè è un magazine nato nel 1980 a Roma, rivolto a un pubblico di adolescenti. I temi trattati sono vari: spettacolo, musica, cinema, TV, con interviste spesso esclusive e contenuti più personali nelle rubriche di amore, amicizia e nella ormai celeberrima Posta Caro Cioè.

Se la maggior parte degli adolescenti vissuti sotto l’egida di computer e tecnologia dal 2000 in poi non sa di cosa si tratta, diversamente la pensano i fedeli seguaci delle generazioni anni ‘80-‘90, per le quali la rivista è stata un vademecum di stile e informazioni, capace di addentrarsi nei loro desideri nascosti e di dar loro la possibilità di avere Fiorello, i Take That e George Michael (per citarne alcuni) alle pareti, da ammirare a grandezza naturale. È proprio questo il suo tratto distintivo rispetto alle altre riviste: la presenza dei maxi poster centrali da staccare e conservare e della copertina e quarta di copertina adesive, per riempire il diario delle immagini dei propri idoli ma anche con foto di cuoricini, cuccioli, fumetti, frasi.

A ripercorrere l’età d’oro della “creatura” di Fabio Piscopo è Elisabetta Tonelli, ex redattrice del magazine nel 1993: «Quando uscì il primo numero di Cioè» dice Elisabetta «ancora non ci lavoravo: era il 1980, ma posso testimoniare che di fronte alla mia scuola, in quel periodo, distribuirono molte copie di quel nuovo giornale per teen che, a quanto ricordo, colpì subito l’attenzione delle ragazze».

In foto, Elisabetta Tonelli, ex redattrice di Cioè, con i fratelli Mirco e Mauro Bergamasco

In foto, Elisabetta Tonelli, ex redattrice di Cioè, con i fratelli Mirco e Mauro Bergamasco

Che ruolo avevi in redazione?

«Mi occupavo principalmente di spettacolo, con un lavoro di editing che comprendeva la correzione degli articoli dei collaboratori, l’elaborazione di titoli, sommari, didascalie. Naturalmente non mancavano le interviste a vari vip, sia in redazione che durante le conferenze stampa. È stata un’esperienza di formazione e umana indimenticabile, soprattutto nei primi anni. Allora, quando la crisi economica era ancora lontana, il mestiere di redattore regalava grandi soddisfazioni, tra l’emozione di intervistare gli artisti e quella di rendere felici i loro fans».

Hai definito il tuo lavoro come «una missione» alla rivista Marie Claire. In che senso?

«In redazione sentivamo in modo fortissimo la responsabilità di parlare a un pubblico di adolescenti che, soprattutto negli anni d’oro del giornale, teneva in grande considerazione i nostri consigli e le nostre indicazioni riguardo ai personaggi emergenti dello showbiz: alcuni di loro, in effetti, in breve tempo sarebbero diventati gli idoli di una generazione grazie anche al nostro fiuto e intuito. La missione era cercare di non deludere le aspettative e la loro fiducia».

Raccontaci una giornata tipo a lavoro.

«Solitamente la settimana iniziava con la costruzione del timone del giornale, tenendo conto delle proposte dei collaboratori e anche della stagionalità: a Natale, quindi, si cercava di affrontare temi ad hoc e di dare alla rivista anche una veste festosa, dalla copertina all’interno. Chiaramente il caporedattore aveva l’ultima parola, ma ogni tema o personaggio veniva discusso insieme. Quindi si commissionavano i lavori esterni e, soprattutto quando ancora non c’era Internet, si consultavano tante riviste straniere per scoprire nuove tendenze e star».

In foto, una pagina di adesivi della rivista adolescenziale Cioè

In foto, una pagina di adesivi della rivista adolescenziale Cioè

Perché Cioè piaceva tanto alle lettrici?

«Perché si poneva come “l’amico del cuore” delle lettrici, non puntando mai il dito ma dando i preziosi consigli di un best friend con maggiore esperienza. E poi, chiaramente, i personaggi proposti erano azzeccati, così come sono stati sempre apprezzati i poster giganti e l’intera copertina adesiva».

È vero che alcuni vip si presentavano in redazione?

«Sì, posso testimoniarlo personalmente. Sia italiani che stranieri. Devo dire che anche i più timidi e ritrosi in breve tempo si trovavano talmente a loro agio da lasciarsi andare a confessioni inattese, con tanto di dediche affettuose alle lettrici e foto ricordo con tutta la redazione».

La vicenda più strana che ricordi?

«Una delle esperienze più insolite avvenne i miei primi mesi in redazione, quando la sede delle edizioni Cioè era vicino a Via Flaminia, a Roma. Un tardo pomeriggio, quando già era buio, andò via la luce: allora non c’erano ancora i computer e si usavano le macchine da scrivere, così mi ricordo che per finire il lavoro accendemmo candele su ogni scrivania e sul davanzale delle finestre. Un’atmosfera magica indimenticabile».


Abbiamo realizzato anche fumetti con gli organi genitali maschili e femminili, qualcosa che oggi sembrerebbe azzardato ma che allora fu apprezzato dagli stessi genitori. Inoltre, molte ragazze avevano dubbi sulla sessualità e davano per certe alcune bufale, tipo che le lavande con la Coca-Cola fossero anticoncezionali.


Si trattavano anche temi sulla sessualità. Quanto sono stati importanti i consigli che avete dato?

«Dal suo esordio fino alla fine degli anni ‘90 abbiamo avuto la libertà di affrontare temi scottanti sia nella Posta che nelle rubriche, cercando di colmare alcune grandi lacune. Per esempio abbiamo realizzato anche fumetti con gli organi genitali maschili e femminili, qualcosa che oggi sembrerebbe azzardato ma che allora fu apprezzato dagli stessi genitori. Inoltre, molte ragazze avevano dubbi sulla sessualità e davano per certe alcune bufale, tipo che le lavande con la Coca-Cola fossero anticoncezionali».

Le nuove generazioni sanno pochissimo su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili. Negli anni ‘80-‘90, con i consigli delle vostre rubriche, si faceva più informazione a riguardo?

«Sicuramente sì. Il problema è che, con gli anni, sono cambiati i venti: i genitori non accettavano più che si trattassero temi così scottanti e adulti, minacciando di non comprare più il giornale ai propri figli. Anche perché con il tempo il target del giornale si è abbassato, passando dai 14-16 anni ai 10-12».

In foto, un articolo della rivista adolescenziale Cioè

In foto, un articolo della rivista adolescenziale Cioè

È stata la prima rivista a inserire un gadget nel cellofan. Una rivoluzione.

«Il compito della scelta dei gadget era affidato al reparto commerciale; poi la scelta finale spettava all’editore, che spesso consultava la redazione per capire se quelle proposte potessero incontrare il gusto dei teen e rispecchiassero le ultime tendenze della moda o della bellezza».

Perché non ha più il successo di una volta, nonostante ci sia in digitale?

«In generale l’avvento di Internet è stato un brutto colpo per l’editoria teen, visto che tante notizie oggi si possono trovare in rete. È vero che Cioè può essere consultato anche in digitale, ma forse ha perso un po’ della magia e degli obiettivi di un tempo».

Cosa bisognerebbe fare per far rinascere e proporre Cioè nell’era di Internet?

«Oggi come oggi, posso solo dare un’opinione personale, visto che non faccio più parte dello staff, ma Cioè dovrebbe spingere ancora di più sui suoi punti forti come i poster, le quarte di copertina adesive e le interviste esclusive, dal taglio originale e imprevedibile, con foto di personaggi diverse da quelle che si possono trovare online».

Qual è il messaggio che vuoi dare alle ex lettrici?

«Più che un messaggio, mi auguro che ricordino sempre con affetto e nostalgia le loro letture, con la speranza che qualche consiglio possa essere stato loro utile nella vita».

Se dovessi spiegare Cioè alle nuove generazioni?

«Prendendo in prestito le parole di una mia ex collega, direi che Cioè ha rappresentato in parte l’educazione sentimentale delle ragazze di allora, ma anche una rivista – perché no – trasgressiva, da leggere in gran segreto con le amiche e che spesso veniva “presa in prestito” anche dai compagni di scuola e dai fratelli pieni di curiosità».

About author

Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Laureata in Lettere Moderne all'Università di Catania, amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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