Nell'Italia di oggi disobbedire è importante

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Gli unici modi per non sentirsi impotenti sono resistere e, soprattutto, disobbedire. © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Gli unici modi per non sentirsi impotenti sono resistere e, soprattutto, disobbedire.
© partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

È iniziato un nuovo anno e, come ogni inizio che si rispetti, penso sia importante accompagnarlo con qualche riflessione. Vivo all’estero da quasi due anni ma ciò non mi impedisce di tenermi quotidianamente aggiornata su ciò che succede nel mio Paese e, a malincuore, ammetto di non essermi mai sentita tanto impotente quanto come nell’ultimo anno. Sì, abbiamo un nuovo governo, ma non è solo l’amministrazione a essere cambiata. Non è molto difficile accorgersene: basta guardare qualche telegiornale, usare uno o due social network, forse anche solo partecipare a una o due discussioni nel bar sotto casa. Per me è questa la cosa più disarmante, il preoccupante cambiamento del generale clima sociale del Paese. L’odio, l’incitazione alla violenza, gli slogan costantemente abbaiati in un microfono, la legittimazione di un malcontento, di un’insoddisfazione espressi mediante ostilità e disprezzo.

Ho già detto che mi sento impotente e, a giudicare dalle discussioni che ho avuto con amici e familiari, non sono l’unica. Cosa si può fare dunque per non adeguarsi alla mortificante situazione attuale? In che modo risulta giusto opporsi a un governo democraticamente eletto, che promulga leggi e decreti discutibili ma mai totalmente anticostituzionali? Le risposte, a mio avviso, sono due: resistendo e, soprattutto, disobbedendo. Le leggi esistono per un motivo e vanno assolutamente rispettate, ma la storia ci insegna che non sempre coloro che le emanano andrebbero rispettati allo stesso modo. L’importante posizione che il politico occupa all’interno della società non dovrebbe mai equivalere a un’indiscussa approvazione da parte dei governati.

Se una considerevole percentuale di cittadini non è d’accordo con quello che sta succedendo, se vi si oppone o manifesta in piazza per far sentire la propria voce, se addirittura arriva a denunciare un ministro per istigazione all’odio razziale, vuol dire che ci sono dei problemi di base. Non possiamo fingere di ignorare quello che sta succedendo. I segnali a volte sono estremamente deboli, altre chiari come il sole, e sta a noi decidere come reagire. Ovviamente una prodigiosa e solenne rivoluzione stile Les Misérables è fuori discussione (anche se non mi dispiacerebbe un coro di Do You Hear the People Sing? davanti al Viminale) ma ciò non vuol dire che non si possa continuare con la nostra piccola ma significativa resistenza, giorno dopo giorno. Ma cosa significa, nello specifico, disobbedire? Perché è così importante?

Beh, è importante per non essere parte di un sistema nocivo, impregnato di odio, violenza e inciviltà. È importante anche per non sentirsi soli. Disobbedire, per me, significa mandare un segnale, decidere da che parte stare: la storia si ricorda sempre chi sta da un lato e chi dall’altro. Disobbedire è non dimenticarsi di Giulio Regeni. A disobbedire è Parma che, nonostante le sentite proteste della Lega, nel novembre del 2018 ha approvato un provvedimento che istituisce per le associazioni l’obbligo di dichiararsi antifasciste. A disobbedire è Catania, che si è riunita ed è riuscita a far sbarcare i migranti della Diciotti. A disobbedire è la procura di Agrigento, che dopo il caso Diciotti ha deciso di indagare su Salvini. A disobbedire è Domenico Lucano, insieme a Riace. A disobbedire è il sindaco di Napoli, che ha inviato un messaggio di sostegno a bordo della SeaWatch. A disobbedire è il sindaco di Palermo, una disobbedienza sostenuta da Emilia Romagna, Toscana e Calabria. A disobbedire sono i cittadini di Trieste, che hanno portato in via Carducci una scorta di coperte e maglioni, insieme a un cartello di scuse.

Ho deciso di chiedere anche a un po’ di amici cosa significhi per loro resistere e disobbedire nell’Italia attuale, per vedere quanto si differenziano le nostre linee di pensiero. Spoiler: non molto.

«Disobbedire è fare il possibile per non essere come loro. Essere gentili, mostrare umanità, porgere l’altra guancia, fare beneficienza. Essere ciò che odiano e cioè brave persone».

«Credo che sia necessario non arrestarsi, non assumere un atteggiamento di passività, anche per il poco che si può fare sui social. Secondo me bisogna sfruttare ogni occasione per far sentire la propria voce. Noi italiani non abbiamo un sentimento di partecipazione forte come potrebbe essere quello della Francia, ma credo che sia comunque importante esprimere il proprio dissenso, farlo su basi valide (con un’informazione approfondita, non superficiale), costruire una solida coscienza politica basata sui criteri della nostra Costituzione e su quelli dell’UE sarebbe un sogno, manifestarla nelle piazze forse un’utopia, ma credo sia questa la direzione da prendere per disobbedire a questa educazione alla paura del diverso, al continuo spostare l’attenzione su fattori che implichino l’isolamento piuttosto che la fratellanza».

«Premessa necessaria: io non credo assolutamente nella lotta armata, credo nelle nelle manifestazioni di piazza solo se non violente, ben organizzate, capillari e concrete. Credo molto nel vivere correttamente, invece. In questo clima io provo a spiegare a chi non la pensa come me che ciò che dice è bestiale. Non cerco mai lo scontro, perché in quel modo farei solo il suo gioco e lo renderei ancora più convinto delle sue opinioni. Ogni giorno cerco di smontare due dei simboli di questo governo: quota 100 e il reddito di cittadinanza. Provo a far vedere a tutti che ci rimetteranno loro per primi e poi noi giovani. Non esprimo mai giudizi su quello che la gente ha votato, perché li convincerei ancora di più della bontà delle loro azioni, e invece io voglio solo che si rendano conto di quanto male sta facendo questo governo. Mettiamola così: il mio disobbedire è dire sempre chiaramente ciò che sarebbe giusto fare».

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Melissa Vitiello

Melissa Vitiello

23 anni, tra Napoli e Istanbul. "Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita", diceva Sylvia Plath.

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