Il gioco delle coppie: non chiamatela la solita commedia!

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Juliette Binoche nel film Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas

Juliette Binoche nel film Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas

Non si arresta, per fortuna, il processo creativo di Olivier Assayas, tra gli Autori moderni (volutamente con la A maiuscola), e il suo percorso sulla contemporaneità e sulla psiche, la percezione e i rapporti umani al cospetto delle innovazioni tecnologiche e della smaterializzazione. Il gioco delle coppie, traduzione infelice dal francese Doubles vies (che va ad aggiungersi a un doppiaggio fastidioso), segue la scia dei suoi lavori più recenti – e non solo – per quanto riguarda i temi portanti ma, a differenza di questi, si risolve in un’opera corale in cui ha un ruolo centrale la sceneggiatura. Se in Personal Shopper, Assayas si concentra su un’unica, magistrale, protagonista – interpreata da Kristen Stewart – e, ancor prima, in Sils Maria sul dualismo tra la stessa attrice hollywoodiana e Juliette Binoche, qui la pluralità di attori e di dinamiche permettono al regista e sceneggiatore di dare sfoggio a tutta la sua abilità nella scrittura. Una penna sopraffina e pungente che rivela la sua forza nella pluridirezionalità: con ogni battuta, ogni frase, ogni citazione Assayas apre mondi diversi, spinge il pensiero oltre la storia che sta raccontando e stimola alla riflessione convulsivamente, come in una specie di campo e contro-campo con lo spettatore.

Mascherato da commedia e venduto, subdolamente, come tale dalla distribuzione italiana, Il gioco delle coppie è un film colto e complesso che ha l’ambizione, nemmeno tanto velata, di elevarsi a teoria cinematografica. Al centro del racconto c’è l’editoria e le riflessioni sui cambiamenti provocati dalla smaterializzazione della cultura e la crisi delle vendite, a fianco intrecci amorosi e storie di tradimenti nemmeno tanto celati. Sopra tutto questo incombe la spada di Damocle delle nuove tecnologie, mai mostrate direttamente sullo schermo eppure presenza costante e condizionante. Tutti questi elementi, però, altro non sono che il pretesto narrativo che permette al regista di raccontare, come dicevamo prima, ciò che gli interessa veramente: psicologia, percezione e rapporti nell’uomo contemporaneo.

Guillaume Canet nel film Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas

Guillaume Canet nel film Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas

Il filo che unisce le varie anime e stratificazioni dell’opera è la post-verità. Dalla più generale e scolastica dinamica realitva a un politico e il suo rapporto con i social, fino alla più privata vita di comuni cittadini: ogni personaggio sostiene tutto, e il contrario di tutto, a seconda dell’interlocutore e del ruolo che si trova a interpretare e nei rapporti di coppia è ancora più evidente quando i due personaggi femminili di Juliette Binoche e di Nora Hamzawi, pur avendo scoperto il tradimento dei rispettivi compagni, preferiscono non conoscere la verità e, quindi, non approfondire.

E da questo punto di vista ci viene molto di più in aiuto il titolo francese Doubles vite con questo doppio plurale a richiamare lo spirito pirandelliano di ogni personaggio, che adatta e modifica se stesso ad libitum, attraverso una fluidità tipica dell’epoca contemporanea. Alain (Guillarme Canet) nella sua vita da editore sostiene idee diverse che nella vita provata, Selena (Juliette Binoche) al suo amante dice delle cose e a suo marito dice l’opposto e, come lei, Valerie (Nora Hamzawi) nel suo lavoro e Laure (Christa Theret) nella sua vita sessuale. Chi invece taglia verticalmente questa spirale come una linea retta è lo scrittore, Leonard (Vincent Macaigne), l’unico che non riesce a non dire sempre la verità, anche nei suoi libri, esponendo se stesso a innumerevoli critiche e dando in pasto la vita delle persone care al pubblico, senza scrupoli e ritegno. Lui così arroccato sulle sue posizioni e così tremenedamente sincero da mostrarsi come un narcisista anti-conformista, lontano dai social eppure più vicino a quelli di quanto immagini, lui è probabilmente quello che, dal film, esce dialetticamete sconfitto in quanto non in grado di interpretare e controllare la post-verità.

Nora Hamzawi nel film Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas

Nora Hamzawi nel film Il gioco delle coppie, di Olivier Assayas

Olivier Assayas costruisce ancora una volta un’opera che ci lascia molti interrogativi e poche risposte, scomoda autori a lui contemporanei che, probabilmente, sente vicini dal punto di vista teoretico come Michael Haneke e, come il regista austriaco fa in Happy End, cita il se stesso dei film precedenti (ancora la Binoche che prepara un ruolo di una donna matura come in Sils Maria), piazza qua e là battute che ricordano il vecchio Woody Allen, porta il linguaggio di Nuri Ceylan nei bistrot parigini eppure partorisce un film intimamente suo e fastidiosamente francese. Chiude il cerchio la fotografia a contrasti bassi di Yorick Le Saux (Personal Shopper, Solo gli amanti sopravvivono, Sils Maria, Swimming Pool), troppo spesso dimenticato, che dà al film i colori della pittura di interni olandese alla quale lo stesso regista ha più volte ammesso di ispirarsi.

Il gioco delle coppie è l’ennesimo film che ci conferma che, troppo spesso e ancora, il regista francese è stato colpevolmente ignorato ai festival ma che, nonostante questo, continui a far parte di quella piccola e straordinaria schiera di autori che ha preso una precisa posizione sul futuro del cinema d’autore che, già una volta, abbiamo chiamato nuovo corso del cinema occidentale.

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Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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