Pierdavide Carone e l’ipocrisia verso gli sconfitti

1
In foto, il cantautore Pierdavide Carone © Virginia Bettoja

In foto, il cantautore Pierdavide Carone © Virginia Bettoja

Pierdavide Carone è un cantautore, uno per cui ho scomodato sin da subito la parola “cantautore” senza esitazione alcuna. Una penna arguta, riconoscibile, sensibile, fatta di un’ironia spiazzante e un romanticismo mai stucchevole; Pierdavide è una penna delicata, che si posa sulle cose con uno sguardo sempre leggero, così da estrapolarne un racconto poetico, un punto di vista personale, una verità intensa ma mai pedante. Si è dimostrato sin dagli esordi un talento acuto, mai prevedibile, intelligente.

È stato un pioniere. Sì, perché quando arrivò ad Amici di Maria De Filippi, ormai dieci anni fa, non portò soltanto la sua voce – come avevano fatto sino a quel momento tutti i concorrenti del talent. Portò la sua scrittura, nella fattispecie una scrittura con uno stile già ben definito, una personalità già formata, una penna – come anticipavo – pronta ad abbandonare quella scuola e affrontare altri palchi, altri mondi e altre sfide; non contro gli altri concorrenti del talent, ma con se stesso, con la propria visione delle cose. Aveva appena vent’anni, sì, ma dimostrava già di saper usare il proprio talento, perché di fatto quel che distingue uno che canta da un artista è proprio la capacità di saper utilizzare il talento, che è soltanto un mezzo, e farne qualcosa di più, qualcosa che resti.

Di lui si è fidato uno dei cantautori più importanti, necessari, rivoluzionari della canzone italiana, Lucio Dalla, che decise di affiancarlo durante l’esperienza sanremese del 2012, quando Pierdavide portò sul palco dell’Ariston Nanì, un pezzo commovente che raccontava l’amore non ricambiato di un uomo verso una prostituta. Dalla ha affiancato Carone anche nella realizzazione dell’album che conteneva quel brano, Nanì e altre storie, producendo un disco che confermava il talento autoriale di Pierdavide, con la sua scrittura sempre ironica, malinconica, a tratti cruda ma sempre avvolgente, sorprendente, mai forzatamente sensazionale.


Caramelle è un brano – a mio modo di vedere – mediocre, furbo e poco originale, con un testo approssimativo e poco coraggioso e un inciso che ricorda innegabilmente Vietato morire di Ermal Meta; penso sia una canzone che non renda giustizia al talento e all’originalità che Pierdavide ha dimostrato finora.


Ma veniamo al presente e a Caramelle, il pezzo che Pierdavide, accompagnato dai Dear Jack (Alessio Bernabei e Leiner Riflessi, orfani dei due precedenti frontman) ha proposto al Festival di Baglioni. Caramelle non sarà sul palco di Sanremo e l’esclusione del brano, che affronta il delicato tema della pedofilia, ha creato parecchio malcontento. All’amarezza dei diretti interessati si è aggiunta in fretta quella del popolo del web, dei “twittatori seriali”, degli indignati a intermittenza. Bisognerebbe qui aprire una parentesi lunga e faticosa che poco ha a che fare con la musica, ma con il fallimentare uso, sui social, dell’indignazione, della polemica e della solidarietà verso chi esce sconfitto da un evento (che può essere, indistintamente, la morte durante un concerto trap o l’esclusione dal Festival di Sanremo). Ma andiamo con ordine.

Caramelle è un brano – a mio modo di vedere – mediocre, furbo e poco originale, con un testo approssimativo e poco coraggioso e un inciso che ricorda innegabilmente Vietato morire di Ermal Meta; penso sia una canzone che non renda giustizia al talento e all’originalità che Pierdavide ha dimostrato finora, voglio credere dunque sia stato solo un tentativo per riconquistare le luci della ribalta. Di fatti in parte c’è riuscito, visto che Caramelle, sui social, è stata definita un capolavoro e la sua esclusione una grave perdita per il Festival. In verità, credo sia stata proprio l’esclusione, quindi la sconfitta, a far conquistare a Pierdavide tanti consensi e qui interviene il discorso sui social. Se fosse andato a Sanremo lo stesso web che oggi lo osanna avrebbe fatto emergere la somiglianza con il brano di Ermal Meta; l’avrebbe tacciato di furbizia per la scelta di una tematica sociale; avrebbe sminuito e denigrato la sua storia artistica per il solo fatto di aver partecipato al talent di Maria De Filippi, come se il modo in cui un talento emerge possa in qualche modo definire quel talento stesso e dargli minore (o maggiore, a seconda dei casi) spessore. Ma questo è un pregiudizio tutto italiano che qui non c’entra.

In foto, il cantautore Pierdavide Carone

In foto, il cantautore Pierdavide Carone

L’ipocrisia verso gli sconfitti è uno degli aspetti più desolanti dei social network perché si traduce in una solidarietà che dura il tempo di un tweet o di un hashtag in trend topic; è un fuoco di paglia che si spegne in fretta e lascia pochi segni e poca sostanza, creando solo massificazione: tutti schierati da una parte contro “il nemico”, in questo caso Baglioni e la commissione del Festival. Tutti pronti a combattere l’avversario a suon di tweet, rendendo la musica lo sfondo di una guerra che muore da sola e in poco tempo. È più semplice dare sostegno a chi è sconfitto piuttosto che celebrare il successo di chi è vincente, questa è l’altra grande legge del web. Ma tutto questo nella musica non serve, è un palliativo.

Con o senza Sanremo, Caramelle resta un brano orecchiabile, ben scritto, che rivela un pregio importante di Pierdavide Carone: sa costruire una canzone pop, sa mettere in piedi un pezzo che ha tutte le carte in regola per essere vincente. È immediato, semplice, facile da memorizzare, furbo al punto giusto perché sfiora appena il tema che affronta, ma di fatto lo lascia soltanto intuire cedendo a qualche cliché.


La musica utilizzata come fast food muore in fretta; non perché gli artisti non abbiano talento, ma perché la gente non è più educata all’arte e all’ascolto.


A mio avviso, però, Caramelle resta un brano assai distante dalle capacità autoriali di Carone, dalla verità cruda, dolorosa e tagliente di Vietato morire di Ermal Meta e da ciò che oggi può rappresentare una perdita per il Festival di Sanremo. È un buon prodotto, confezionato bene, con un sound contemporaneo e senza grosse pretese, uno schema lineare e un testo senza alcun guizzo di originalità. Un compito ben svolto che però, a mio avviso, non ha un’anima, quindi non rappresenta una perdita per il Festival di Baglioni.

Non sarà Caramelle a mancare a Sanremo, ma Sanremo a mancare a Pierdavide. Non so quali difficoltà abbia incontrato in questi anni, anche se posso intuirlo, ma Carone merita quel palcoscenico per dimostrare di essere un cantautore valido, uno che non ha bisogno di artifici o scorciatoie per farsi apprezzare (e capire) dal pubblico.

Questo mio pezzo nasce dalla volontà di provare a far (ri)scoprire il suo talento, che è genuino, non artefatto, che ha bisogno di essere ascoltato, non ridotto a una bagarre sui social network. Quanti di quelli che in questi giorni hanno protestato per l’esclusione di Pierdavide dal Festival hanno comprato i suoi dischi, supportato le sue tournée (anche e soprattutto dopo che i riflettori si erano spenti) e l’hanno sostenuto in questi anni di silenzio? Quanti hanno (ri)scoperto tutta la sua musica dopo la vicenda di Caramelle? La musica utilizzata come fast food muore in fretta; non perché gli artisti non abbiano talento, ma perché la gente non è più educata all’arte e all’ascolto.

About author

Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

1 comment

  1. Avatar
    Ester Verzillo 25 gennaio, 2019 at 14:18 Rispondi

    La cosa che le sfugge è che la gente non si è schierata con Pierdavide o contro Baglioni ma contro il fatto che la canzone con il tema della pedofilia sia stata esclusadai palcoscenici perbenisti Rai.
    Come fa poi a dire che ‘potrebbe’ intuire il perchè l’autore sia stato lontano dalle luci della ribalta? O che gli attuali fan avrebbero dovuto supportarlo durante il suo periodo di stop?non puo essere che ci siano fan che all’epoca del debutto di Pierdavide magari non avevano la maturita per apprezzarlo?

Post a new comment

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi