Decantare un dolore non significa superarlo, significa abituarsi a esso

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In foto, la copertina del libro di Elvira Sastre, La solitudine di un corpo abituato alla ferita. © Ylenia Del Giudice

In foto, la copertina del libro di Elvira Sastre, La solitudine di un corpo abituato alla ferita. Foto di Ylenia Del Giudice

La solitudine di un corpo abituato alla ferita è finito per caso nelle mie mani. Nei momenti di riflessione, in quelli dove il sospiro si fa più pesante e più costante, scelgo sempre due tipologie di letture: la prima incentrata sulla fiaba; la seconda, invece, incentrata sulla realtà, sul dolore. Come a volermi ricordare che dalla realtà non puoi fuggire, che non basta una favola per ignorare tutto.

Così Elvira Sastre, poetessa di venticinque anni, ha catturato la mia attenzione. La Garzanti ha pubblicato questo piccolo volume di sessanta pagine appena nelle quali si riversa senza sosta la consapevolezza di avere paura: «È solo che devo fare spazio / alla tua assenza nel mio rifugio, / e non so se sono preparata per metterla / in una poesia / che racconti, in un modo / che non faccia troppo male, / come sei sparita / quando ho aperto gli occhi» recita una delle sue poesie, precisamente da Esausta di paroleSi parla di storie d’amore finite e di lettori in grado di trarne la forza necessaria per riprendere in mano la propria vita e proseguire.

La solitudine di un corpo abituato alla ferita non mi ha lasciato nessuna forza, solo inerzia; mi è rimasta addosso la brutta sensazione di tristezza profonda, di chi prosegue la sua vita perché deve, in qualche modo. Questo è il motivo per il quale non riesco a trovare questo vigore nelle sue parole. Si sente il vuoto, si sente il passo trascinato, quella consapevolezza che la propria tristezza è il motivo per cui, apparentemente, si viene lasciati soli. Nell’ultima poesia, La casa di un altro, si legge: «Chi, nel pieno delle sue facoltà, / può accettare di vivere tra le rovine / di un castello preso d’assalto / in cui ormai non resta altra cosa che / l’attesa eterna di un altro, / una solitudine prigioniera che ha paura / dell’abbandono?».


Decantare un dolore, qualunque esso sia, ci porta inevitabilmente ad abituarci alla sua presenza fino quasi a non poterne fare a meno. Se ci abbandonasse anche lui saremmo persi.


In foto, la poeressa Elvira Sastre

In foto, la poetessa Elvira Sastre

Il messaggio, almeno per me, resta fin qui chiaro: ci allontaniamo dagli altri, a volte, per il vuoto che si portano dietro, un vuoto che pesa e che porta giù anche noi. Cercando informazioni su Elvira Sastre e su La solitudine di un corpo abituato alla ferita ho trovato più che altro elogi; il riconoscimento del dolore equivale per molti al superamento di esso. Invece, come si evince sempre nell’ultima sua poesia, il dolore è l’unica cosa che ci ricorda che siamo ancora vivi.

Sembrerà assurdo, ma non sono assolutamente d’accordo. Non lo sono con chi decanta in questo modo queste poesie, con chi accetta il dolore in questo modo così passivo. Questa non è La solitudine di un corpo abituato alla ferita bensì la solitudine con la quale scegliamo di ferire il nostro corpo ed è decisamente diverso. Decantare un dolore, qualunque esso sia, ci porta inevitabilmente ad abituarci alla sua presenza fino quasi a non poterne fare a meno. Se ci abbandonasse anche lui saremmo persi.

Dunque la coerenza dimostrata dall’autrice è presente – un corpo abituato alla ferita, un corpo che preferisce non aprire una porta piuttosto che liberarsi di questo dolore ingombrante; non è dunque possibile chiederle altro. Eppure non mi torna questa forza che dovrebbe riscoprire il lettore. Non riesco in alcun modo a trovare in queste poesie e in questo linguaggio quello che vi trovano tutti. Non trovo lo slancio ad aprire la porta, trovo bensì un modo per chiuderla con tanto di chiavistello. Forse mi spaventa la sua scelta, perché a differenza di altri chi scrive sceglie volontariamente di rifugiarsi dalla vita. Un modo come un altro per non correre il rischio di dover raccogliere i cocci di un ennesimo abbandono.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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