Intervista a Giuseppe Gatti aka Catz: la mia scelta alternativa

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In foto, il cantautore e compositore Giuseppe Gatti, in arte Cats

In foto, il cantautore e compositore Giuseppe Gatti, in arte Cats

Tutto inizia con una telefonata appena scesa dal treno, un martedì di gennaio.

Parliamo al telefono perché Giuseppe Gatti, in arte Cats, abita a Padova e l’ho chiamato perché mi è stato consigliato il suo primo singolo. Per tutto, proprio tutto, il tempo della conversazione mi frego virtualmente le mani perché la dritta si rivela giusta: il mio interlocutore è un musicista in ogni fibra di sé.

Questo per ora dovete sapere: che ha 23 anni, che suona da 17, che è cresciuto in una casa dove da sempre musica e lavoro si intrecciano; che ha imparato a riconoscere le note prima ancora di parlare e che era inevitabile che prima o poi pubblicasse un album suo. Esce quest’anno, anticipato dal singolo Le Stelle.

Ma torniamo alla telefonata. Vi aspettate il ragazzo che recita lo spottone al telefono, vero? Niente di tutto ciò. Si rivela, piuttosto, una chiacchierata molto pensata. Timido non è timido, però prima di parlare si prende un istante. Ed è così anche quando scrive musica: preferisce esprimersi quando c’è qualcosa da comunicare, non a caso. Così come in questo dialogo che state per leggere non troverete luoghi comuni, ascoltando Le Stelle non sentirete qualcosa confezionato per piacervi. Solo molta buona musica.

«Il singolo nasce come espressione di rabbia e di reazione di fronte a una forte delusione che ho provato nell’ambito delle mie amicizie. Ero triste più che arrabbiato, non perché sentissi di aver ricevuto un’ingiustizia o un torto ma perché avrei desiderato sentirmi voluto bene e non giudicato per le mie scelte. Ho pensato che tutti quanti siamo così: desideriamo sentirci voluti bene e speriamo solo di non essere giudicati, emarginati o abbandonati per le scelte che facciamo. Da quel momento mi sarebbe piaciuto che le persone che incontravano il mio sguardo potessero sentirsi importanti indipendentemente da chi sono e dove vanno. Così scrissi Le Stelle: siamo il bello e il brutto di tutto, ma la cosa più importante è che Tu “sei sempre qui, di fronte a me!”. Certo, non è sempre facile, ma penso che sentirsi accettati e stimati comunque siamo sia la cosa più importante.

Secondo te quando è il momento giusto per scrivere un album? Quando abbiamo qualcosa da dire o quando abbiamo la musica giusta in testa? E come nasce la musica giusta?

«Direi che anzitutto serve una predisposizione ad ascoltare i propri sentimenti. Una predisposizione che da sola forse non basta e che va allenata. Per riuscire a esprimersi io credo serva l’abitudine di ascoltarsi, rimanere collegati con il proprio sé, ascoltare che cosa fa vibrare il cuore».

Che poi è quello che cantava il suonatore Jones di De André descrivendo gli artisti: “Sentivo la mia terra vibrare di suoni, era il mio cuore / E allora perché coltivarla ancora, come pensarla migliore”.

«Certo, questo non è il ragionamento di chi vuole vendere subito, chi per comporre parte da se stesso anziché da ciò che chiede il mercato certamente punta a un prodotto diverso da quello dei talent show. La musica che voglio comporre ha al centro il sentimento, quindi un qualcosa di totalmente sincero e personale. Se riesco a esprimere qualcosa di mio, di autentico posso pensare di produrre qualcosa che durerà nel tempo».

C’è un momento in cui uno è maturo e “si sente pronto” a scrivere un album? O funziona in modo diverso?

«Forse è più spontaneo, più una questione di doversi esprimere. Non la puoi impostare, non è questione di maturità ma di sapersi ascoltare. Per me non esiste persona superficiale. Bisogna saperlo cogliere. Dobbiamo evitare di accontentarci, sta a noi chiederci che talenti abbiamo. La canzone è pronta quando sei pronto a dire qualcosa. Tanto che rispetto a ciò che avrei pensato da fare, le cose in studio si sono trasformate, hanno cambiato colore».

Dietro al testo c’è in realtà un sacco di retropensiero, di significato. Nasce dalla chiacchierata con qualcuno, da una lettura, da una riflessione…?

«È nata ascoltando una canzone dei Thirty Seconds to Mars, Kings and Queens. Musicalmente ha tanto di quel brano, perché deriva da ciò che mi suscitava l’ascolto dal punto di vista emotivo. Loro sono un po’ metafisici. Lui (Jared Leto, autore del testo e frontman della band, ndr) dà un colore un po’ negativo, ma mi piace come sottolinea che non ci stiamo in una sola definizione, che in noi c’è sia il bello che il brutto.

«La musica mi rispecchiava ma il testo no e ho voluto esprimere la mia versione. Perché non la pensavo come loro? Come lo associavo alla mia esperienza? Volevo condividere con chi ascolta l’idea che ci sono persone su cui possiamo contare e mi piaceva pensare che possiamo riconoscerci in questo».

Dell’album che mi dici?

«L’intero album ha 10 tracce, si chiama Tszunami. Rappresenta il mio modo di vivere ed esprimere ciò che ho da dire. Nasce da quello che vorrei vedere intorno a me, il cambiamento che desidero. Mi sembra ci sia troppa passività, a volte non ci concediamo occasioni per ascoltarci e capire chi siamo.

«L’ho realizzato con Paolo Costola della MacWave Studio. Sono stato davvero contento del lavoro che abbiamo fatto, soprattutto sul testo. Siamo stati tre mesi, parola per parola, ad analizzare se ciò che avevo da dire affinché si capisse in tutte le sue sfaccettature. Io non sono nessuno, ma lui non per questo mi ha trattato come un ragazzino. Non si accontentava di far quadrare la metrica con una parola o l’altra, ma voleva che emergesse ciò che avevo da dire e soprattutto il colore col quale sentivo di doverlo esprimere.

«Per fare questo CD ho ascoltato un sacco di musica. Cercavo la personalità dell’album e un senso complessivo che mi convincesse, aldilà delle componenti minime. Ho capito che le modifiche che venivano consigliate non erano necessariamente un male: il piatto in più o il dettaglio da cambiare non avrebbero snaturato la canzone e ci abbiamo lavorato finché non ero convinto di ogni pezzo».

Ascoltando Le Stelle si percepisce che c’è un background musicale consistente. Come nasce?

«Sin da quando ero molto piccolo mi venivano iniettate dosi di rock classico: Deep Purple, The Who, Eric Clapton, Beatles, Lynyrd Skynyrd, Bob Dylan e molti altri. Poi ci hanno pensato le mie sorelle, mentre frequentavo le medie, a infondermi generi più contemporanei: Blink-182 e Green Day – erano gli anni in cui è uscito American Idiot e avevo dieci anni. Tutto ciò mi ha accompagnato fino alle superiori, quando ho incontrato Dave Matthews e i Thirty Seconds to Mars (quando erano ancora quattro). Tanto di tutto ciò ha influenzato la mia musica, soprattutto per quanto riguarda i testi e l’armonia».

E il primo strumento?

«Suono dal 2001. Presi una chitarra rotta e ci misi dello spago che avevo chiesto a mia mamma, quello che usava per i suoi lavori di decoupage (essendo lei un’insegnante di arte visiva e un’artista in senso lato). Con quell’oggetto imparai la mia prima canzone, Smoke on the water, insegnata da mio padre. Lui di chitarre ne aveva, ma preferivo suonare quella che avevo costruito.

«Quando ancora non sapevo camminare, sentivo suonare mio padre giù dalla cantina. Sentivo quei suoni melodiosi e graffianti echeggiare nella tromba delle scale da quella stanza interrata fredda e umida. A volte mi sedevo davanti al Marshall, un combetto 1×12 che al tempo mi sembrava grande come un palazzo. Ascoltavo e osservavo quella telecaster che mi sembrava grande come un tavolo da biliardo. Ascoltavo quei pochi minuti, quelli che mio padre poteva permettersi di suonare.

«Ho iniziato a suonare una chitarra vera quando avevo 7 anni, ma da sempre concepisco la chitarra come un autentico megafono del cuore».

Capirò meglio il discorso sulle emozioni che rendono valida una canzone solo dopo la telefonata: perché sono così tanto abituata a sentirne parlare come prodotti da vendere, che non afferro subito l’idea. Eppure, penso, dev’essere così, dev’esserci un tipo di arte che parte da noi prima ancora che dai discorsi già fatti da altri. Quindi io la pagina di Catz ve la ripropongo perché è un’idea di musica che come minimo va incoraggiata. È una difesa dell’arte che davvero ci infiamma e che anima i discorsi in cui crediamo.

La terra emana una vibrazione
là nel tuo cuore, e quello sei tu.
E se la gente scopre che sai suonare,
ebbene, suonare ti tocca per tutta la vita.
Che cosa vedi, un raccolto di trifoglio?
O un prato da attraversare per arrivare al fiume?Edgar L. Masters, Antologia di SpoonRiver

About author

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

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