Lasciate in pace Mahmood

0
In foto, il cantautore Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, vincitore della sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo

In foto, il cantautore Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, vincitore della sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo

Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, è il vincitore della sessantanovesima edizione del Festival di Sanremo. Cresciuto nella periferia di Milano, di origini sardo-egiziane, il ventisettenne ha conquistato il primo posto con Soldi, un pezzo autobiografico dal sound a dir poco non convenzionale per lo standard del Festival. Della sua presenza sul palco dell’Ariston ricorderemo soprattutto l’eloquente sguardo di incredulità al pronunciare del suo nome, seguito dall’adorabile scenetta di Virginia Raffaele che lo rassicura scuotendogli la testa: «È tutto vero!».

Diciamocelo: eravamo tutti sorpresi quanto lui. È raro, se non unico, che a vincere sia un pezzo fresco, che sfida la tradizione sanremese e che abbia effettivamente qualche chance di superare i confini nazionali. Le due giurie sono state decisive nella sua vittoria poiché il televoto l’aveva sfavorito – 14%, contro il 46,5 di Ultimo e il 39,4 de Il Volo. Mahmood rappresenterà l’Italia all’Eurovision di Tel Aviv il prossimo maggio e stavolta, forse, potremo assistere a un connazionale capace di tenere testa alla competizione (ero già pronta ad accettare l’ennesimo ruolo imbarazzante vedendo Il Volo sul podio).

A prescindere dal merito strettamente musicale – sul quale è lecito discutere – la vittoria di Mahmood è una gradevole sorpresa perché dà immagine a una popolosa fetta di italiani la cui realtà quotidiana è quella di persone come lui, dalle storie diverse, dalle famiglie diverse, dall’aspetto un po’ diverso dalla norma; per questo era inevitabile che venisse accompagnata da un’orda di polemiche banali e mortificanti a ricordarci che, quando finisce il glamour e finiscono i fiori, Sanremo è Italia e in Italia non possiamo avere cose belle senza pagarne il prezzo.

Alessandro aveva messo subito in chiaro che la sua partecipazione al Festival, così come la sua canzone, non avevano alcun significato politico o provocatorio. Perché avrebbero dovuto? Autodefinitosi «italiano al 100%», essendo nato e cresciuto esclusivamente nel Paese, canta in italiano e canta un testo introspettivo e autobiografico: nulla di più lontano dalla politica. Ma per qualcuno il fatto che Soldi contenesse le parole “ramadan”, “narghilè” e una breve frase in arabo è abbastanza per rappresentare un distacco dall’italianità pura, quella di brani cliché come “baciami l’anima”; infine l’aspetto vagamente mediorientale dei suoi lineamenti abbastanza per bollarlo come straniero.

Che Salvini sarebbe stato puntualissimo a esprimere il suo dissenso per questa vittoria potevamo tutto sommato aspettarcelo: il “Capitano” inizia a diventare prevedibile ed era scontato che avrebbe cavalcato l’onda del 46% dei televotanti arrabbiatissimi per la sconfitta di Ultimo. Ciò che più sorprende è piuttosto notare come anche chi parte da un intento benigno finisca per screditare la vittoria di Mahmood quando strumentalizza la sua persona per cercare di far torto alla linea governativa nazionalista. Perché un ragazzo la cui identità è del tutto italiana deve essere associato in primis alle origini di suo padre? Perché la sua vittoria deve diventare automaticamente politica per il semplice fatto che non è incassata dal classico modello di cittadino stereotipato? La base logica di chi strumentalizza la vittoria di Mahmood è la stessa a destra e a sinistra: se a qualcuno dà più fastidio del solito – o se a qualcuno fa più piacere del solito – è perché tutti riconoscono le sue origini come una discriminante; il che, inutile dirlo, è razzista.

Se non ci credete andate a ripescare i giornali del 2018, quando si parlava della vittoria di Ermal Meta e Fabrizio Moro: nessuno si sognava di contestare o celebrare le origini albanesi del primo (che pure in Albania aveva vissuto 13 anni), nessuno ne ha fatto una questione politica. Sarà forse perché Meta è abbastanza bianco da non dare fastidio? Sarà perché non ha osato accennare alle sue origini nel testo della canzone vincitrice? In ogni caso, la reazione alla vittoria del 2018 fu quella corretta: gioia per i vincitori, polemica solo nel merito della musica. La logica secondo cui premiare Mahmood sia un torto a Salvini  ha solo scatenato una serie di complotti élite versus popolo, in cui i fan del Capitano sostengono la solita tesi della RAI di sinistra (probabilmente dimenticandosi che al governo ci sono i gialloverdi) e in cui i più discutibili personaggi sovranisti si sono potuti divertire a speculare sull’orientamento politico della giuria, rovinando un momento che dovrebbe essere di massimo merito per un artista emergente.


Un artista che per necessità o scelta esibisce la propria interiorità e la sua storia e mette a nudo qualcosa di diverso dalle sue idee politiche deve essere rispettato per ciò che è, un essere umano, e soprattutto va giudicato per l’impatto che la sua arte è in grado di lasciare nelle persone, non per le caratteristiche accessorie alla sua persona, quando non vi viene data rilevanza volutamente.


Il presupposto del problema è che spesso si tende a considerare l’arte, e in particolare la musica, come intrinsecamente politica. Forse in parte lo è davvero, ma ciò non vuol dire che l’artista-persona nasca con il dovere di esplicitarlo. Un esempio eclatante: Freddie Mercury definiva l’intento della sua musica «escapism», evasione; evitava rigorosamente la politica nei suoi testi perché voleva parlare di sé, della sua vita e della sua umanità e nel farlo era capace di toccare corde universali. Proprio lì si rende potente la forza politica del suo messaggio, che non è un’ideologia partigiana, ma un innegabile dato di fatto: io e te siamo uguali, perché condividiamo gli stessi sentimenti. Un artista che per necessità o scelta esibisce la propria interiorità e la sua storia e mette a nudo qualcosa di diverso dalle sue idee politiche deve essere rispettato per ciò che è, un essere umano, e soprattutto va giudicato per l’impatto che la sua arte è in grado di lasciare nelle persone, non per le caratteristiche accessorie alla sua persona, quando non vi viene data rilevanza volutamente. Se un emblema della non convenzionalità come Mercury l’aveva capito nel mondo degli anni ‘80, la lezione dovremmo averla imparata.

Mahmood va celebrato prima di tutto per la sua musica e per la sua vittoria, va rispettato il suo coraggio di esistere senza dover diventare automaticamente il simulacro di un’ideologia solo in funzione delle sue origini; va ringraziato per aver condiviso con l’Italia la storia di una famiglia italiana che non è “da Mulino Bianco” e, non meno importante, va celebrato perché è un italiano qualunque, tanto quanto gli altri concorrenti, perché la sua identità rappresenta Milano e la sua vera essenza meglio di chiunque altro.

About author

No comments

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi