Philip Roth e i suoi antieroi

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In foto, lo scrittore americano Philip Roth

In foto, lo scrittore americano Philip Roth

Quando parliamo di Philip Roth parliamo del principe anticonformista del grande romanzo americano, perché quando si parla dell’esperienza di uomini ordinari incastrati nelle loro vite a stelle e strisce è lui a fare gli onori di casa. L’opera rothiana è l’esaltazione dell’outsider, dell’impostore che sente il peso dei propri fallimenti e delle sue bugie, ci prende per mano e ci invita a seguirlo nella sua mente. Ci è d’aiuto una citazione del suo Everyman: «L’uomo che da giovane aveva sperato di non dover mai vivere una doppia vita stava per tagliarsi in due con un’accetta». È proprio da Everyman che dobbiamo partire per indagare sul perché i grandi personaggi di Roth, i suoi narcisi istrionici, sono in realtà ordinarissimi uomini che fanno i conti con i loro ordinarissimi problemi; perché qui l’eroe è l’antieroe.

Everyman è il titolo di una morality play inglese del 1495: il protagonista, Ognuno (nella versione originale Mankind), è costretto ad affrontare la Morte e non accetta di farsi corrompere dal denaro. La storia in realtà è molto più complessa; siamo qui però per cercare di comprendere il parallelismo tra quest’opera quattrocentesca e il romanzo del giorno d’oggi, che si apre con la scena del funerale del moderno Mankind – di cui non sapremo mai il nome, ma conosceremo la banalissima vita fatta di rimorsi e tradimenti e scandita da ricoveri ospedalieri e operazioni chirurgiche.

Qui, come più di cinquecento anni fa, il nostro Everyman scappa dalla morte, sentendo il peso dell’inafferrabilità dei bei tempi andati: i giorni al negozio del padre in compagnia delle tradizioni della famiglia ebraica di seconda generazione. Poi la tragedia: il tradimento, il divorzio, gli altri due matrimoni con donne che non si sa se siano innamorate o no del protagonista, ma cui di certo lui non si è mai innamorato dopo il distacco dagli unici sprazzi di felicità della sua vita; Phoebe, la prima moglie, e la figlia Nancy, l’unica che rimarrà accanto al padre fino alla morte e che, nel morality play, viene interpretata da Buone Azioni, la compagna che decide di affiancare Mankind davanti a Dio. Roth è dunque il nano sulle spalle dei giganti, perché Everyman è un’indagine sulla fallacia dell’uomo, la storia di un personaggio che ricalca Amleto e il manuale del perfetto antieroe.


L’eroismo dei personaggi di Roth sta proprio nella loro meschinità o nelle loro disgrazie. Meschinità che diventa umanità, che trasforma Nathan Zuckerman o Seymour Levov negli eroi tragici delle grandi storie dell’autore dissacrante, sarcastico ma mai comico, quale Philip Roth è.


Ciò che riesce a trasformare l’antieroe nel suo esatto contrario è il peso della morte che il personaggio si porta dentro, perché è l’autore stesso, nell’invecchiare, a passare «dalla scrittura dal punto di vista del figlio a quello del padre», come direbbe Alessandro Piperno. La morte entra dentro lo scrittore e dentro il personaggio, in un gioco di identità volutamente mal riuscito che è la creazione dell’alter ego Nathan Zuckerman, il quale, in Pastorale Americana, si accorge dello schiacciante peso della morte nella sua vita al ritrovo con i suoi vecchi compagni del liceo, ormai anziani. Uno fra tutti, Jerry Levov racconta la storia che sgretola il bagaglio di certezze che Nathan legava alla sua cittadina di origine: «Vuoi sapere una cosa? Mio fratello Seymour ci ha lasciati e no, non era l’eroe del sogno americano in cui avevamo riposto tutte le nostre speranze». Il primo capitolo del libro, Paradiso perduto – un omaggio non così difficile da decifrare all’opera miltoniana – si apre con un buffo gioco delle parti: Seymour Levov, il beniamino della scuola, il self-made man che sposa Miss New Jersey ed eredita una fabbrica di guanti, da un giorno all’altro non ha più niente, non è più niente. Un moderno Lucifero caduto dal Paradiso che però non arrecherà danni a nessuno se non a se stesso.

Pastorale Americana è un paletto nel cuore, un’opera violenta che ripercorre al contrario la tesi da me difesa: non c’è nessun tentativo di glorificare i rottami di un uomo, ma una narrazione spietata e a volte quasi sarcastica dell’eroe che diventa relitto. Sullo sfondo, le contraddizioni dell’America sessantottina dalle mille facce, tra la presuntuosa banalità degli abitanti di provincia e la furia dei movimenti studenteschi. È sul piano della narrazione storica che l’occhio dell’autore si allontana, nell’ultima pagina, per ricordarci che no, Seymour, il sogno non si avvera. L’eroismo dei personaggi di Roth sta proprio nella loro meschinità o nelle loro disgrazie. Meschinità che diventa umanità, che trasforma Nathan Zuckerman o Seymour Levov negli eroi tragici delle grandi storie dell’autore dissacrante, sarcastico ma mai comico, quale Philip Roth è.

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Susanna Guidi

Susanna Guidi

Romana, attivista per i diritti umani con un grande amore per la letteratura; vuole vivere in una casa piena di roditori ai quali dare nomi altisonanti. Qualcuno le dica che gli anni Ottanta sono finiti.

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