Tutto quello che il femminismo non è

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 Siamo nel 2019 e dichiararsi femminista sembra ancora un atto estremista.

Siamo nel 2019 e dichiararsi femminista sembra ancora un atto estremista

Siamo in un periodo storico in cui si fa fatica a prendere posizione. Schierarsi è quasi diventato tabù: affermare con forza un’idea piuttosto che un’altra viene spesso visto come un atto rivoluzionario quando in realtà dovrebbe essere un atto spontaneo. Restare in un limbo di ignavia risulta molto più semplice che assumersi la responsabilità di stare da una parte, una soltanto. Passi l’indecisione su quale pizza scegliere su tutte quelle presenti sul menù; passi l’indecisione sul primo concerto dell’anno a cui andare; ma quando in ballo c’è la salvaguardia dei diritti umani e dell’uguaglianza di genere non si dovrebbe vacillare nemmeno un attimo: dalla parte dell’umanità, sempre.

Eppure, se a “umanità” sostituite femminismo vedrete pezzi perdersi lungo la strada: fa ancora paura dichiararsi femminista, perché femminista – nell’immaginario comune – è ancora e soltanto chi va contro gli uomini. Se si vogliono difendere i diritti delle donne, l’autodeterminazione e l’emancipazione di queste ultime, se si vuole combattere contro la violenza di genere, basta farlo senza dare troppo nell’occhio: pronuncia la parola femminista e verrà lanciato contro di te l’anatema di estremista, o ancora peggio di persona che segue una moda passeggera. Come se pronunciare la parola femminismo fosse una bestemmia

Proprio la parola anatema mi viene in aiuto: nell’antica Grecia, essa rappresentava un’offerta votiva a una divinità che veniva deposta presso il tempio a lei dedicato. Con il tempo, e più propriamente con l’avvento del Cristianesimo antico, esso ha assunto un significato totalmente diverso: l’anatema è diventato la scomunica che veniva lanciata agli eretici e agli scismatici. Da dono a maledizione. Così come l’anatema, anche il femminismo ha assunto un significato e una relativa interpretazione totalmente opposta a quello che in realtà è. Da ciò che non è, allora, è bene partire per affermare con forza il valore del femminismo, al di là di tutti gli stereotipi.

Una moda

Non siamo soltanto una maglietta e dobbiamo combattere anche – e soprattutto – per ricordare questo.

Non siamo soltanto una maglietta e dobbiamo combattere anche – e soprattutto – per ricordare questo

Il fenomeno inflazionato del femminismo mainstream è quanto di più lontano possa esserci dal significato vero di un movimento così importante. Non scrivo questo per andare contro la massa – lungi da me voler cristallizzare il femminismo come un valore per pochi – ma per sottolineare che un movimento che lotta per l’emancipazione delle donne e per la parità di genere, non può essere svilito a una semplice pila di magliette con su scritto “feminist.

Il paradosso è che, al netto di una deriva consumistica in cui siamo tutti invischiati, si esca con addosso una maglietta che inneggia alla lotta per eguali diritti, ma poi non si sappia nemmeno quali siano, quei diritti. Non siamo soltanto una maglietta e dobbiamo combattere anche – e soprattutto – per ricordare questo.

Odio verso gli uomini

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“Sei femminista perché odi gli uomini”. Proclamarsi femminista presuppone la volontà di lottare per affermare la parità di genere: come si può allora pensare che femminista voglia dire “denigratrice del genere maschile”?

Ancora una volta si mistifica il significato di una parola per reinventarne una versione più accattivante agli occhi della gente: siamo nel 2019 ma le discriminazioni, le violenze e gli abusi perpetrati verso il genere femminile dagli uomini sono ancora troppi: questo non è però un processo a un’intera categoria. Se un uomo ha un comportamento irrispettoso nei confronti di una donna, se un uomo viene pagato più di una donna, se un uomo riceve un favoritismo, tutto questo è da denunciare.

Gridare forte che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini non è odio, è giustizia.

Rifiuto della femminilità

Ogni donna ha la libertà di curare il proprio aspetto e la propria persona nei modi e nella misura che preferisce, senza alcuna discriminazione

Ogni donna ha la libertà di curare il proprio aspetto e la propria persona nei modi e nella misura che preferisce, senza alcuna discriminazione

Nel marasma di stereotipi creatosi attorno al movimento femminista uno campeggia su tutti: essere femminista significa dire addio alla propria femminilità. Come se una femminista si riconoscesse da un determinato abbigliamento o – peggio ancora – debba avere un abbigliamento, un trucco preciso per definirsi tale.

Ogni donna ha la libertà di curare il proprio aspetto e la propria persona nei modi e nella misura che preferisce, senza alcuna discriminazione. Nessun canone estetico può influire sulle battaglie che una persona compie, giorno dopo giorno.


Essere femminista significa scegliere di stare dalla parte dei diritti e dell’uguaglianza. Bisogna rendersi conto, una volta per tutte, che viviamo in un sistema ancora fortemente patriarcale e discriminatorio: non sono fandonie, ma dati.


Il femminismo non è nulla di tutto ciò: il femminismo è una scelta di vita. Essere femminista significa scegliere di stare dalla parte dei diritti e dell’uguaglianza. Sì, perché chi è femminista combatte contro ogni tipo di discriminazione: sessismo, razzismo, omofobia, transfobia. Bisogna rendersi conto, una volta per tutte, che viviamo in un sistema ancora fortemente patriarcale e discriminatorio: non sono fandonie, ma dati.

Secondo quanto riportato da Amnesty International nel Rights Today, il divario salariale di genere nel mondo si attesta al 23%; inoltre quasi il 60% delle donne lavoratrici nel mondo non beneficia del diritto al congedo di maternità. Ancora nel mondo ci sono 71 paesi che considerano l’omosessualità un reato; il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale solo in 25 paesi, mentre in altri 28 esiste un registro delle unioni civili delle coppie omosessuali. Se guardiamo più nello specifico all’Europa, soltanto un terzo dei paesi dell’Unione riconosce che un rapporto senza consenso equivale a uno stupro; il 23% delle donne che hanno partecipato a un sondaggio in otto paesi, ha subito abusi o molestie online.

A fronte di questi dati, è chiaro che sia urgente e indispensabile lottare fattivamente perché si cambi direzione sulla questione dei diritti e della parità di genere. Essere femminista è un dovere: né un vezzo, né una moda, solo coscienza civile.

About author

Virginia Ciambriello

Virginia Ciambriello

Malinconica seriale, non ho da offrire nulla eccetto la mia confusione - come disse Kerouac. Amo tutto ciò che è arte e ho due ossessioni: il pistacchio e i tramonti. Sono romantica fino all'osso e siccome non riesco a dirlo, lo scrivo.

1 comment

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    Uomo 21 anni 21 febbraio, 2019 at 15:24 Rispondi

    Ciao ho 21 anni , sono un uomo e vorrei dire cosa ne penso di quello che ho letto indirizzando il mio discorso all’ autrice.
    La prima cosa un po’ banale è che il nome stesso “femminismo” sembra essere qualcosa dalla parte delle “femmine” proprio per la composizione della parola quindi si fa un po’ fatica a pensarlo come una cosa che vada anche per i “maschi” (ma questa cosa sarà stata detta 100 volte già).
    La seconda cosa è una considerazione personale , complessa da spiegare e pesante da leggere. Da studente di psicologia ho imparato che spesso alla base delle scelte razionali ci sta una motivazione di cui si è inconsapevoli. In virtù di questa premessa mi permetto di dire che secondo me il movimento femminista è una razionalizzazione (costruzione logica che fa della logica la sua motivazione d’ esistere nascondendo invece la motivazione reale) di una frustrazione dell’ orgoglio femminile. Ipotizzo che l’ orgoglio femminile sia frustrato a causa della sensazione di sentirsi più impotenti rispetto ai maschi. Questo senso di impotenza potrebbe essere causato diversi fattori, non so quale sia quello giusto perché non credo di poter mai arrivarci da me, ma ad esempio un fattore potrebbe essere la perdita d’ identità di genere o al contrario il fatto che la società credo stia incentivando le donne a pensare di dover combattere per i propri diritti (intendo che lo sta facendo troppo presto, ovvero le sta convincendo a lottare sin da quando sono bambine e non ne sentirebbero il bisogno). Io non so spiegarmi bene ma credo di non essere del tutto nel torto quando colgo queste sfumature, e penso tante altre cose, ad esempio che fin quando non si smonterà il castello di razionalizzazioni che regola il pensiero femminista, le persone comuni si sentiranno aggredite da questo modo di pensare nonostante i tentativi (come quello del testo qui sopra) di mettere un limite al significato della parola “femminismo ” e di distinguerlo da cose estremiste. Nella speranza di essermi spiegato aggiungo che io non mi fiderò mai di un movimento che è composto in gran parte da persone di un sesso opposto al mio con l’ aggiunta di qualche maschio, di cui ALCUNI sono d accordo col movimento solo per risolvere i loro conflitti psichici o magari il loro complesso di inferiorità. Inoltre mi fido ancor di meno di un pensiero che si basa sui numeri per rafforzare la propria tesi, perché quello che non viene detto è che sa da un lato i numeri parlano chiaro, essi non sono mai completi.
    Spero di essere stato costruttivo e rispetto cmq chi, a differenza mia, si adopera per i diritti di qualcuno.

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