Vice: il sonno della ragione genera mostri

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Christian Bale nel film Vice, di Adam McKay. Foto di Matt Kennedy / Annapurna Pictures

Christian Bale nel film Vice, di Adam McKay. Foto di Matt Kennedy / Annapurna Pictures

Ci sono film che, secondo me, al di là delle opinioni politiche, andrebbero mostrati nelle scuole. Non per il valore ideologico, ma per il loro valore storico. In un’epoca in cui le idee vengono sminuite, l’informazione girata e rigirata fino a perdere completamente l’orientamento morale, Vice (di Adam McKay, ndr) arriva nelle sale a raccontarci la storia di un uomo apparentemente innocuo e parla di fatti storici realmente accaduti e che possiamo confermare, perché stavolta li abbiamo vissuti, li abbiamo visti succedere.

Mai come nell’era di Trump sentiamo parlare di fake news: esistono, sono responsabili di danni non indifferenti e fanno perdere credibilità e fiducia verso le principali testate giornalistiche. E se vi dicessi che questo film fa sembrare la peggiore bufala una cosa da nulla? Se vi dicessi che, in Vice, si scopre che le fake news nel 2002 le creava la Casa Bianca?

C’è un motivo se, al discorso per la premiazione ai Golden Globe, Christian Bale ha ringraziato Satana per averlo aiutato a interpretare un ruolo del genere, cioè quello di Dick Cheney, vicepresidente del governo Bush durante entrambi i mandati (dal 2001 al 2009 circa, fino alla storica vittoria di Obama). Stiamo parlando di un uomo che ha passato una vita dentro la Casa Bianca e la politica del suo Paese, reinventandosi continuamente; uno stratega sopraffino, che trovava linfa vitale nell’ambizione e nelle doti da oratrice della moglie Lynne (interpretata da una statuaria Amy Adams). Rispettato, temuto, detestato silenziosamente, Cheney si forma le ossa capendo fin da subito che nella Casa Bianca c’è del marcio e non poco. I valori sono una facciata, ciò che conta sono il consenso e i rapporti di potere.

Christian Bale e Amy Adams nel film Vice, di Adam McKay. Foto di Matt Kennedy / Annapurna Pictures

Christian Bale e Amy Adams nel film Vice, di Adam McKay. Foto di Matt Kennedy / Annapurna Pictures

Questo film non vuole essere solo un biopic su Dick Cheney, ma un ritratto della storia americana e a dipingerlo sembra sia stato Théodore Géricault. La nazione spesso ritenuta la più potente del mondo (soprattutto dai suoi cittadini) si rivela qui in tutta la sua bruttezza, le sue contraddizioni e il suo opportunismo.

Cheney non era un uomo di molte parole, ma quando parlava, come dice lo stesso narratore del film, «sapeva rendere accettabili idee di per sé folli». Questo suo potere l’ha reso il candidato perfetto per la vicepresidenza di Bush – in questo film il 43° presidente americano fa veramente la figura del poveraccio. La pellicola ha tratti quasi machiavellici e Bush è il Messer Nicia della situazione, lui e una fetta ben distinta del popolo statunitense.

Vice getta una luce nuova (ma in realtà solo in parte) sulle vicende post-11 settembre, ma vederle sul grande schermo e sapere che tutto ciò è davvero successo, che un manipolo di persone si sono prese gioco degli USA e del mondo intero e che stiamo ancora pagando le conseguenze di tali decisioni rende il film un pugno nello stomaco di proporzioni assurde.

La sete di potere è un tema vecchio come il mondo nelle arti, eppure sembra essere un sempreverde, un argomento di cui non si parla abbastanza. Vice prende una piega diversa: non si concentra su un leader, ma sul cosiddetto “master mind” della situazione, mostrandoci come le azioni di un solo uomo, o comunque di un piccolo gruppo di uomini, possano condannare un Paese intero.

Nel presente in cui stiamo vivendo, sempre più nazioni sembrano favorire i partiti estremisti, così rassicuranti rispetto alle incertezze degli altri schieramenti, così pieni di soluzioni pronte, così bravi a scovare problemi, a presentare sia il virus che la cura. Vice arriva nelle sale al momento giusto per aprirci gli occhi, per mostrarci come tutti i poteri concentrati nelle mani di una persona sola possano essere catastrofici e come l’opinione pubblica possa essere presa in giro, deviata, portata a prendere decisioni sbagliate.

Ho fatto parecchia fatica a prendere sonno dopo aver visto questo film. Sono verità che fanno male, queste. Ciononostante, io ringrazio chiunque abbia lavorato a Vice per averlo raccontato in maniera così brillante e auguro alla pellicola di ritagliarsi il posto che merita sia alla cerimonia degli Oscar che al botteghino.

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Sara Sgarbossa

Sara Sgarbossa

Immaginate una ragazza (quasi) completamente persa nei suoi sogni, sempre alla ricerca di storie da ascoltare o raccontare, innamorata del teatro e del cinema, nerd riscoperta, e avrete come risultato me.

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