Questa intervista a Carolina Capria l'ha scritta una femmina

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In foto, la scrittrice Carolina Capria, ideatrice della pagina Instagram L'ha scritto una femmina

In foto, la scrittrice Carolina Capria, ideatrice della pagina Instagram L’ha scritto una femmina

Come quello zio che entra in libreria e si dirige verso la sezione per bambini: «Buongiorno, posso aiutarla?». «Sì. Cercavo un libro per il mio nipotino». Segue breve identikit del nipotino: vivace, 9 anni, ama i libri con tanti personaggi diversi. Preferenze: storie d’avventura che però facciano anche sorridere. Il mio consiglio a quel punto non può che ricadere su un volume con la copertina chiara, sulla quale campeggia il titolo Ascolta il mio cuore, di Bianca Pitzorno. Lo zio lo guarda perplesso. «È uno dei miei preferiti di quando ero piccola», dico. «È la storia di questa bambina che, insieme alla sua classe, si trova ad affrontare una maestra terribile, in mezzo a personaggi e avventure di tutti i tip…», «Però mio nipote è un maschietto». Mi dice: «Non è che avrebbe qualcosa più da maschietti?».

Quando ero alle elementari leggevo un sacco. Già a otto anni avevo detto addio a diverse diottrie alle quali non avrei mai pensato di dover rinunciare. Dietro ai miei occhiali viola credo di aver attraversato grossomodo quattro fasi, durante i cinque anni di elementari: la fase “Geronimo Stilton“, la fase “Roald Dahl“, la fase “Bianca Pitzorno” e la fase “Jules Verne“. In quest’ordine. Due autori su quattro sono donne – anche se all’epoca ero convinta che Geronimo Stilton fosse semplicemente «un tipo, anzi un topo!, piuttosto distratto» – ma non mi ero mai posta il problema. Il nome sulla copertina mi interessava solo perché avevo già letto altri suoi libri, mi ero già calata in altre sue storie e le magie di Matilde o il tour della Fabbrica di Cioccolato mi avevano conquistata tanto quanto i pomeriggi frenetici di Colomba Toscani e dei suoi eccentrici condomini, tanto quanto il viaggio di Axel fino al centro della Terra e le avventure del Nautilus in giro per i mari. Per me le storie erano storie, le avventure erano avventure. Ma non è sempre così.

Capita che i libri per bambini – perfino questi, che possiamo ormai tranquillamente definire classici – siano divisi tra un “questo è da maschi” e un “questo è da femmine” e spesso questa distinzione viaggia di pari passo col genere dell’autore; la stessa, identica cosa accade anche con i libri per adulti.

Carolina Capria è partita anche da qui: autrice per l’infanzia, tante volte si è sentita dire dal ragazzino di turno che lui i suoi libri non li avrebbe letti perché “da femmine”; tante volte, parlando con gli amici, ha scoperto che questi non avevano mai letto Orgoglio e pregiudizio o Cime tempestose per lo stesso tipo di pregiudizio. E tante volte ha visto autrici valide firmarsi con uno pseudonimo per essere riconosciute come voci che parlino a tutti, non solo alle donne. Carolina spiega tutto questo nel primo post – risalente ormai a quasi un anno fa – di L’ha scritto una femmina, il progetto che ha deciso di lanciare su Instagram.


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Alziamo la mano.

Un post condiviso da carolina capria (@lhascrittounafemmina) in data:

Se dovessi raccontare il progetto L’ha scritto una femmina a chi ancora non lo conosce, cosa diresti?

L’ha scritto una femmina è un posto nel quale racconto – non mi permetterei mai di dire “recensisco”, perché non ne ho le competenze – libri scritti da donne che, per un motivo o per un altro, credo debbano godere di maggiore attenzione. Nel mio piccolissimo, provo a porre rimedio. È un’idea che è maturata negli anni, quindi non saprei dire quando sia nata. Credo semplicemente che a un certo punto alcune mie passioni – leggere, raccontare – e alcune mie esigenze – combattere per la parità e portare avanti un discorso di uguaglianza – si siano incontrate, e abbiano iniziato a camminare l’una accanto all’altra.

Una cosa che mi incuriosisce e vorrei capire meglio è il perché la scelta della parola “femmina”, spesso percepita come più cruda, bassa, sgraziata rispetto a “donna” o “ragazza”, forse perché più focalizzata sulla biologia che sull’identità.

In realtà la risposta è proprio nella domanda. “Femmina” ha da sempre una connotazione dispregiativa. Dire che una cosa è “da femmina” significa svilirla; “da femminuccia” è l’atteggiamento di chi non sa fare qualcosa o non è capace di farsi valere. Ecco, per me è giusto che questa cosa cambi e che recuperiamo la fierezza di essere “femmine”, perché le “femmine” sono in grado di fare cose bellissime.


Non esiste una scrittura femminile e nemmeno argomenti che siano “da donna”, però può esistere – e secondo me è una ricchezza – un punto di vista diverso.


Nelle scorse settimane noi di Parte del discorso abbiamo parlato con alcune autrici, blogger e scrittrici chiedendo loro se il mondo dell’editoria abbia un problema di sessismo. Una delle problematiche percepite è proprio legata all’idea che le donne debbano scrivere cose da donne e per le donne, tanto che spesso gli uomini si vergognano quasi ad ammettere di aver letto qualcosa che “ha scritto una femmina”. Secondo te perché?

È un discorso ampissimo e non è facile sintetizzarlo. Si parte da quello che ho detto prima: “femmina” è meno di “maschio”. Le cose fatte dagli uomini sono percepite nella nostra società come cose che hanno un valore maggiore rispetto a quelle fatte da una donna. In una società in cui “femmina” si usa per denigrare è purtroppo conseguenziale che un uomo si “vergogni” di avvicinare l’opera di una donna. Per tanti uomini, per fortuna, questo è un limite ampiamente superato. Ma non tutti hanno avuto modo di riflettere su queste problematiche e di comprendere che sconfitta sia rinunciare a conoscere il punto di vista delle donne.

In foto, alcuni dei libri consigliati da Carolina per il progetto L'ha scritto una femmina

In foto, alcuni dei libri consigliati da Carolina per il progetto L’ha scritto una femmina

C’è davvero differenza tra qualcosa che ha scritto una femmina e qualcosa che ha scritto un maschio?

Appunto, si parla di punti di vista. Non esiste una scrittura femminile e nemmeno argomenti che siano “da donna”, però può esistere – e secondo me è una ricchezza – un punto di vista diverso, frutto di esperienze diverse e uno sguardo diverso.

Ecco, sottolineare che L’ha scritto una femmina non è già una piccola forma di discriminazione?

Potrebbe esserlo se uomini e donne avessero le stesse possibilità e godessero degli stessi riconoscimenti, ma non è così. I libri scritti dalle donne sono meno letti, ottengono meno premi, banalmente sono meno visibili. Quindi no, non è una discriminazione: è solo dire “Guardate che ci sono anche io!”.


 

Non abbiamo avuto nessun problema a immedesimarci in storie i cui protagonisti erano ragazzi, perché la società ci ha sempre detto che essere ragazzi era bello, i ragazzi vivevano avventure bellissime e il loro mondo era emozionante. Lo stesso devono imparare a fare i bambini e i ragazzi.


Quando hai presentato il progetto su Instagram hai scritto che i bambini maschi si rifiutavano di leggere i tuoi libri perché “da bambine”. Come far capire che una bambina si può immergere nei romanzi di Jules Verne – perché è talvolta anche un problema “al contrario” – tanto quanto un bambino nelle storie di Bianca Pitzorno?

Continuando a ripetere che “femmina” è bello, così come lo è “maschio”: noi – me compresa – non abbiamo avuto nessun problema a immedesimarci in storie i cui protagonisti erano ragazzi, perché la società ci ha sempre detto che essere ragazzi era bello, i ragazzi vivevano avventure bellissime e il loro mondo era emozionante. Lo stesso devono imparare a fare i bambini e i ragazzi. E devono imparare a farlo da soli. L’unica cosa che possiamo fare è dir loro che esistono storie bellissime che hanno per protagoniste delle ragazze o delle bambine che sarebbe un peccato non conoscere.

Per chiudere: se dovessi consigliarci un libro che “ha scritto una femmina”, quale sarebbe?

Visto che è una domanda difficilissima, rispondo senza pensare molto, d’istinto: Pippi Calzelunghe.

About author

Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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