Cultura dello stupro: quando la legge non è uguale per tutte

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In foto, la politica irlandese Ruth Coppinger con un tanga, durante una protesta in supporto delle vittime di stupro a Dublin. Foto di Niall Carson/PA Images via Getty Images

In foto, la politica irlandese Ruth Coppinger con un tanga, durante una protesta in supporto delle vittime di stupro a Dublin. Foto di Niall Carson/PA Images via Getty Images

La settimana scorsa è stata emessa un sentenza shock ad Ancona che ha assolto due giovani accusati di violenza sessuale. La motivazione sarebbe stata la presunta bruttezza della vittima, troppo “androgina” per essere desiderata da un uomo. La Cassazione ha rigettato il verdetto, ma non si può cancellare l’umiliazione e il tradimento subito dalla vittima, non solo dagli aguzzini ma anche dalla legge che avrebbe dovuto tutelarla.

Questa vicenda vergognosa presenta dei tratti di similitudine con la brutta piega presa dal processo per stupro a Firenze, seguito all’episodio che ha visto due carabinieri in servizio approfittare di una coppia di turiste americane troppo ubriache per respingerli attivamente. L’avvocato difensore ha sostenuto i suoi clienti in maniera a dir poco imbarazzante, spingendosi in domande umilianti atte a dimostrare che le due ragazze se l’erano cercata. Il repertorio spaziava dal classico «Aveva la biancheria intima?» a «Trova sexy gli uomini che indossano una divisa?».


Durante il processo, la difesa ha portato il tanga indossato dalla vittima al momento della violenza come prova del fatto che la ragazza si fosse cercata le attenzioni sessuali.


Analoga è stata anche la sentenza emessa in Irlanda nel novembre 2018, che ha visto un uomo essere assolto dall’accusa di aver stuprato una diciassettenne. Durante il processo, la difesa ha portato il tanga indossato dalla vittima al momento della violenza come prova del fatto che la ragazza si fosse cercata le attenzioni sessuali. Per protestare contro il sistematico victim-blaming, le donne irlandesi hanno lanciato una campagna social sotto l’hashtag #ThisIsNotConsent, postando foto di intimo di ogni tipo e colore.

A quarant’anni da Processo per stupro pochi passi in avanti

In foto, l'avvocato Tina Lagostena Bassi, soprannominata «avvocato delle donne». In Processo per stupro difende la giovane Fiorella, violentata da quattro uomini nel 1977

In foto, l’avvocato Tina Lagostena Bassi, soprannominata «avvocato delle donne». In Processo per stupro difende la giovane Fiorella, violentata da quattro uomini nel 1977

Ma una vittima è riconosciuta in base alla bellezza? Ai vestiti che indossava? Oppure sono strumenti di una società maschilista che vuole assolversi da qualunque responsabilità? Quale modo migliore di non guardare in faccia la realtà se non quello di puntare il dito sulla donna e dire che se l’è cercata?

Come disse il giudice di Firenze, la legislazione fa passi indietro di cinquant’anni. In effetti meno di cinquant’anni fa si trasmetteva il celebre documentario Processo per stupro. Sotto accusa quattro uomini che avevano attirato una giovane con una promessa di lavoro per poi sequestrarla e violentarla. La difesa fece di tutto per dimostrate che si trattasse di una ragazza facile, che avrebbe fatto meglio a restare «presso il caminetto» piuttosto che incontrare uomini da sola. Si sezionava la sua vita privata, le amicizie, le uscite, nonché le violenze ricevute, con dettagli morbosi.


La cultura dello stupro (dall’inglese rape culture) è in realtà vecchia come i rapporti tra uomo e donna. Il corpo della donna è da sempre oggetto e mai soggetto al centro dei dibattiti.


Il documentario ebbe un enorme riscontro, fu insignito del Prix Italia e presentato al Festival di Berlino. Fu uno dei passaggi importanti perché la legislazione in base allo violenza sessuale cambiasse. Tuttavia, lo stupro oltre a essere violenza è un fatto culturale e, se le leggi possono essere cambiate con relativa velocità, il modo di pensare ha bisogno di generazioni per essere modificato. Il risultato è che la cultura dello stupro è viva e vegeta.

La cultura dello stupro (dall’inglese rape culture) è in realtà vecchia come i rapporti tra uomo e donna. Il corpo della donna è da sempre oggetto e mai soggetto al centro dei dibattiti. L’oggettivazione con cui viene trattato lo ha reso uno strumento politico, sul quale esercitare potere e limitazioni. Ne consegue che per una donna il suo corpo non appartiene mai a se stessa ma ad altri e questi altri sono sempre uomini.

Alcune femministe di Non una di meno hanno colorato di rosa il monumento che raffigura Indro Montanelli nei giardini pubblici di Milano a lui intitolati

Alcune femministe di Non una di meno hanno colorato di rosa il monumento che raffigura Indro Montanelli nei giardini pubblici di Milano a lui intitolati

Il movimento femminista ha studiato e formulato il concetto di cultura dello stupro. Quello che risulta chiaro è che il dominio di un sesso su un altro sia strettamente legato ai concetti di potere, economia e razza. Non dovrebbe sorprenderci, visto che la cultura dello stupro è un concetto si rifà all’esercizio e all’abuso di potere, che oltre alle donne si estende di solito a chiunque non sia bianco, maschio ed eterosessuale.

Ad aderire a questo discorso nel tempo sono stati anche personaggi insospettabili per la loro cultura. Di recente il collettivo Non una di meno ha riportato alla luce alcuni tra i passaggi più oscuri della biografia del grande giornalista Indro Montanelli. Esponenti del movimento femminista hanno colorato di rosa il monumento che lo raffigura nei giardini pubblici di Milano a lui intitolati. Montanelli fu volontario nella guerra coloniale di Eritrea e lì comprò una giovanissima “moglie” sotto il cosiddetto contratto di madamato. «Un animalino docile», fu definita da Montanelli, che giustificava la vicenda con le usanze del tempo e il fatto che «quelle lì» (le africane) sono già mature a 12 anni.

È tipico della cultura patriarcale nascondersi dietro a usanze e pregiudizi razziali per giustificare la violenza. Da questo punto di vista, il colonialismo non è mai terminato. Se i fascisti avevano delle concubine eritree, oggi i loro discendenti sono coloro che vanno in Thailandia per il turismo sessuale, la Mecca del traffico degli esseri umani. A dimostrare che la pelle delle donne vale solo se è bianca.

Oggi non si prova neanche a giustificare la violenza. Anzi, l’indifferenza verso le sofferenze degli altri (se questi altri non ci somigliano) è trattata come un punto di forza. Tra neo-fascisti, legge Pillon e giudici medioevali, si sta provando a riportare il mondo indietro a un sistema più comodo per pochi eletti. Chi ci rimetterà come al solito sono le categorie più a rischio e le donne sono in prima linea.

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