Pippo Delbono: un viaggio verso La gioia

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Foto di scena dello spettacolo La gioia, al teatro Argentina (Roma) fino al 10 marzo

Foto di scena dello spettacolo La gioia, al teatro Argentina (Roma) fino al 10 marzo

La gioia di Delbono – in scena al teatro Argentina fino al 10 marzo – è un viaggio, un tentativo fatto di vuoti, silenzi, buchi neri che assorbono energia, momenti di dolorosa tristezza a cui si alternano altri di pura comicità. Ma è soprattutto un tenero omaggio a una persona scomparsa; a Bobò uomo, prima che attore, al fratello prezioso con cui si sono condivisi anni di teatro autentico. «È una ferita che ritorna a essere verità, ritorna a essere linguaggio», dice Delbono. «È come raccontare a occhi chiusi e non si può spiegare il perché».

La gioia non è nulla di statico – un fatto, un risultato –, è piuttosto una meta. Così sulle note di Don’t worry be happy si apre il sipario e un clown compare a innaffiare fiori che vanno via via aumentando. La voce di Pippo guida in luoghi del ricordo: parla di sé, di episodi che lo hanno colpito, senza retorica ma con una semplicità tale da toccare e coinvolgere tutti gli spettatori. Si sofferma sul vecchio attore incontrato a Bali, che da settant’anni fa la parte della scimmia in maniera impeccabile, ogni sera, il sogno nel cassetto di diventare trapezista e, ancora, il boscaiolo che deve lasciare il proprio mestiere perché il suo destino è di essere lo sciamano della tribù.

Il lavoro di Delbono è continuamente imbevuto di immagini, suggestioni, frammenti di testo, poesie, frasi ripetute sino all’ossessione che non seguono una concatenazione convenzionale, ma che sono sempre sull’orlo del disfacimento. Non c’è alcuna direzione registica a voler dare coerenze, non ci sono scenografie, ma emerge un montaggio ideato per rime visive e verbali: si susseguono spazi che si riempiono e si svuotano di volta in volta. Il palcoscenico diviene luogo dove si scrivono esperienze, dove i corpi sono pezzi di vita che accadono, dove l’arte passa attraverso la callosità dell’esistenza.

Foto di scena dello spettacolo La gioia, al teatro Argentina (Roma) fino al 10 marzo

Foto di scena dello spettacolo La gioia, al teatro Argentina (Roma) fino al 10 marzo

Segue poi un cambio di scena in cui avanzano creature felliniane, Erinni del pensiero, maschere che danzano e si muovono attorno a Pippo, su cui nel frattempo è scesa dall’alto una gabbia di pali ad imprigionarlo. Sono grottesche proiezioni generate da questo dolore a cui cercano di dare una risposta le parole dell’Enrico IV di Pirandello: «Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia».  Una nera figura grida «Je so’ pazzo», una ballerina danza come indemoniata in un vortice di suoni e luci psichedeliche. Ritornano i testi già battuti di Beckett, mescolati con La morte di Ivan Il’ic di Tolstoj, i versi del giapponese Kikuo Takano.

E poi la storica compagnia. I suoi attori come unici artefici della nascita dell’opera, carichi della loro forza vitale e della ricca anarchia creativa. Delbono li chiama uno alla volta: Nelson, che quando l’incontrò era un barbone di Napoli; Ilaria, appassionata di danza Milonga; Gianluca, nella tenera esibizione in playback di Maledetta primavera; Grazia, che balla da sola la Petite fleur di Henry Salvador. Corpi diversi, corpi folli, corpi come fatti politici, corpi che abitano la propria pelle.

Foto di scena dello spettacolo La gioia, al teatro Argentina (Roma) fino al 10 marzo

Foto di scena dello spettacolo La gioia, al teatro Argentina (Roma) fino al 10 marzo

Lo spirito di accoglienza e condivisione porta anche all’abbattimento di barriere tra attori e tecnici, chiamati quest’ultimi a posare barchette di carta, sacchi di stracci, di foglie secche, di fiori. E di nuovo Bobò, con l’innocenza del bambino e la saggezza dell’anziano; Bobò, questo miracolo della presenza immediata, che chissà se se n’è andato per davvero. Lo si pensa quando viene festeggiato il compleanno con gli amici intorno che cantano. Con la panchina dove sedeva insieme a Pippo, dialogando sul senso profondo del valore dell’amicizia, ora vuota. Un vuoto che pesa, mentre la voce di Totò recita la preghiera del clown tratta da Il più comico spettacolo del mondo:

Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un po’ perché essi non sanno, un po’ per amor Tuo, e un po’ perché hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri.

Il grido di Bobò è un grido dell’essere umano che si mette a guardare l’universo, un grido senza colore del sentimento che dà voce a quanti non possono esprimersi, che scatena reazioni, scuote dal torpore. Sul palco vengono disposte barchette di carta, panni di diversi colori a comporre quel “mare nostro che non sei nel cielo” della laica preghiera di Erri De Luca, caldo rifugio per le anime in fuga che portano su di sé le brucianti piaghe dell’esilio.

La ricerca di questa gioia prosegue in un crescendo, fino alla delicata cascata di fiori pronta a invadere la scena nel finale, nella stupenda realizzazione di Thierry Boutemy. La gioia scioglie i nodi, diventa l’alfabeto della leggerezza. Non si giunge alla luce se non si passa dal dolore, perché gioia vuol dire anche sincerità, onestà con se stessi, amare qualcosa di profondo, di intimo, anche se è difficile amare se stessi. La commozione ha il sopravvento sui pensieri e lascia spazio a un ultimo canto di speranza:

Qualunque fiore tu sia, quando verrà il tuo tempo, sboccerai. Prima di allora una lunga e fredda notte potrà passare. Anche dai sogni della notte trarrai forza e nutrimento. Perciò sii paziente verso quanto ti accade e curati e amati senza paragonarti o voler essere un altro fiore, perché non esiste fiore migliore di quello che si apre nella pienezza di ciò che è. E quando ciò accadrà, potrai scoprire che andavi sognando di essere un fiore che aveva da fiorire.Daisaku Ikeda

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