La bisbetica domata: una lotta tra ruoli al di là dei generi

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Foto di scena de La bisbetica domata, tradotto e adattato da Angela Demattè e diretto da Andrea Chiodi, in scena al teatro Vascello di Roma

Foto di scena de La bisbetica domata, tradotto e adattato da Angela Demattè e diretto da Andrea Chiodi, in scena al teatro Vascello di Roma

Se è vero che il teatro è il luogo in cui si gioca la partita dell’esistenza, quello a cui si assiste ne La bisbetica domata, in scena dal 19 al 24 presso il teatro Vascello, è un vero e proprio match senza tregua, in cui la posta in palio è la presa della bizzosa e selvatica Caterina. Al centro di una tra le commedie più discusse di Shakespeare, per i toni fortemente misogini, c’è il famoso “to play” elisabettiano del travestimento, del genere rovesciato, delle identità rapite e nascoste.

Prodotto dal Carcano con LuganoInScena e Lugano Arte e Cultura, tradotto e adattato da Angela Demattè, per la regia di Andrea Chiodi, lo spettacolo ha un cast tutto al maschile dove gli attori, sfidanti riconoscibili dalla giacca di velluto nera con nome e numero cuciti sulla schiena, riscrivono attraverso corpo e voce l’opera del Bardo. Tutto ha inizio con la risata dell’ubriacone e malconcio Cristopher Sly, qui ribattezzato Smalizia, che addormentatosi dopo un sbronza, per una burla ordita da un ricco signore, viene scaraventato in una lussuosa dimora. Al suo risveglio il poveraccio, confuso, si convince che quel che tutti gli dicono sia vero: è realmente un uomo nobile, marito per giunta di una splendida dama. Per schernire meglio quest’ingenuo, il signore lo fa assistere a una rappresentazione dal titolo La bisbetica domata. Segue la storia nella storia, in cui l’avventuriero veronese Petruccio deve soggiogare l’intrattabile Caterina, attratto soprattutto dalla sua cospicua dote.

In una scenografia vuota e stilizzata (Matteo Patrucco), gli attori, vere e proprie macchine di scoperta, si muovono su scale mobili dotate di ruote. Lo sfondo ricorda tanto i paesaggi impressionisti e sul proscenio una palla da baseball entra nel fuoco del mirino. Colpisce l’incedere lento di Bianca che ha una grande testa di volpe ed è tutta intenta a suonare il violino. La sua è una muta epifania in cui a gridare è, invece, l’appariscente trucco da drag queen. L’altra figlia, la spiritata e impunita Caterina, è interpretata a meraviglia da Tindaro Granata, che si presenta con capelli rasati, una lunga gonna, calze rosso fuoco e una maglietta con su scritto Girls support girls.


Ancora una volta Shakespeare ci insegna il teatro come atto civile e culturale, il teatro come tensione in cui può affiorare l’immaginazione, il teatro come città con tante cittadinanze. Il teatro come mezzo per vivere meglio.


Cate, così rinominata, è una tigre selvatica che trascina con sé un forte disagio. Nel suo corpo avviene la battaglia. Non indossa alcuna maschera di accettazione, non intende sottostare alle regole della società. Ha una personalità impetuosa che balza addosso allo spettatore sin dalle prime battute ed esige che quest’ultimo la porti dietro con sé anche dopo lo spettacolo. È uno di quei personaggi enigmatici, il cui mistero sta nell’evoluzione delle sue scelte. La troviamo burbera e imbizzarrita nella prima parte. In quella centrale è in disputa con Petruccio che vuole sottometterla e, nell’ultima, siamo di fronte a una donna che per avere un ruolo sociale deve essere così come un uomo la vuole, rinunciando a se stessa e alla propria femminilità.

Petruccio, il magnetico Angelo Di Genio, è il padrone dell’ambiguità: si atteggia a sbruffone, ma in realtà sotto la scorza della sua dichiarata virilità giace una grande insicurezza. All’irruenza solita di Petruccio, qui si è preferito mettere in risalto la sua umanità, il lato più fragile. È un ragazzotto di provincia che prova ostinato e non si dà mai per vinto. Lui e Caterina sono due spiriti liberi che si incontrano, si riconoscono e insieme tacitamente, attraverso lo scontro, riescono a costruire la nuova famiglia dell’epoca, cioè un’impresa. Per ribadire la loro unicità hanno bisogno di vivere il rapporto in maniera perversa, contorta, complessa ma autentica.

Foto di scena de La bisbetica domata, tradotto e adattato da Angela Demattè e diretto da Andrea Chiodi, in scena al teatro Vascello di Roma

Foto di scena de La bisbetica domata, tradotto e adattato da Angela Demattè e diretto da Andrea Chiodi, in scena al teatro Vascello di Roma

Nel conflitto tra Petruccio e Caterina, Shakespeare ha voluto far notare quanto probabilmente valga di più non fingere di essere qualcun altro. E il dialogo che passa attraverso lo scontro è una forma di comunicazione tra le più sincere.

Come diceva Beckett, amare la parola è una strada difficile e in questa commedia il potere della parola assume un peso decisivo. La tattica che porta avanti Petruccio su Cate è infatti di continua manipolazione della parola. Il Bardo dona a Petruccio una dialettica fuori dal comune, per falsificare i rapporti che costruisce. Non è dunque un testo che parla del maschile sul femminile, ma della guerra tra ruoli al di là del genere, della volontà di affermare disperatamente la propria identità, la propria posizione sull’altro.

La bisbetica domata è un testo che, pur avendo dentro delle amarezze profonde, si contraddistingue per la comicità irresistibile, pieno di dialoghi arguti e spavaldi, caratterizzati da un linguaggio irriverente. Liti furibonde, diverbi accesi rendono la commedia vertiginosa e incalzante nella scacchiera sempre mutevole delle situazioni, degli equivoci e degli inganni diabolici, per giungere al monologo finale di Caterina, intriso di profondo lirismo.

Non mancano momenti più esilaranti, come gli intermezzi musicali, curati da Zeno Gabaglio, con brani famosissimi come Caterina di Perry Como, Magic Moment fino al Presley di Love me Tender. Gli attori dimostrano tutta la loro bravura personalizzando le battute e facendole diventare sintassi sonora, usando il corpo come cassa armonica. Tra loro Christian La Rosa, Igor Horvat, Massimiliano Zampetti, Rocco Schira, Ugo Fiore e Walter Rizzuto.

Ancora una volta Shakespeare ci insegna il teatro come atto civile e culturale, il teatro come tensione in cui può affiorare l’immaginazione, il teatro come città con tante cittadinanze. Il teatro come mezzo per vivere meglio.

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