Professione fotoreporter: Marcellino Radogna e i suoi scatti storici

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In foto, il fotoreporter Marcellino Radogna durante un soggiorno all'Hotel Quisisana di Capri. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

In foto, il fotoreporter Marcellino Radogna durante un soggiorno all’Hotel Quisisana di Capri. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

Una canzone come colonna sonora di una vita, con un sound latino dal dolce titolo Besame mucho, scritta da Consuelo Velazquez prima ancora che desse il primo bacio, ha accompagnato il dopoguerra e gli anni di colui che ha consacrato se stesso all’arte della fotografia: Marcellino Radogna, nato a Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi, nel 1942.

Fotoreporter gentiluomo, chiamato “colonnello” per via dei suoi baffi e del suo stile inglese dai modi garbati ed eleganti, tanto da essere scelto da Alberto Sordi per il suo primo film da regista Fumo di Londra – cui però non prese parte a causa di impegni. Mai venuto meno alla passione per la sua professione, cominciata agli inizi degli anni ’60 e portata avanti per oltre mezzo secolo; sempre in prima fila a spettacoli teatrali, presentazioni letterarie e ricevimenti, per catturare in immagini l’essenza di ciò che si trova al suo cospetto. Dal suo obiettivo sono stati immortalati principi, scrittori, attori e politici del calibro di Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Re Umberto II di Savoia, Michail Gorbachov, Walter Chiari, Eduardo de Filippo e Sandro Pertini – per citarne alcuni. Nel 2015 arriva il riconoscimento, da parte della soprintendenza archivistica del Ministero dei Beni Culturali, dei milioni di scatti dichiarati «di notevole interesse storico». Ben cinquantamila immagini sono raccolte nell’archivio del sito aggiornato e curato insieme alla collaboratrice e moglie Rita.

Mai a caccia di scandali o di “paparazzate”, tra i suoi scatti vi è uno scoop inconsapevole che ritrae, su esortazione del principe Giovanelli, una bella signora ingioiellata al suo fianco durante un evento: era Alberica Filo della Torre di Santa Susanna. Quando la contessa incontrò il suo tragico destino, le foto di Radogna furono le uniche in circolazione. Inseparabile dai suoi pezzi di storia, l’unica volta in cui ha dovuto rinunciarvi è stato a causa di un sequestro giudiziario, durante il quale gli inquirenti presero tutte le foto scattate a Giulio Andreotti in cerca del famoso bacio con Totò Riina.

In foto, Marcellino Radogna immortalato in Via XX Settembre a Roma, nel 1977. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

In foto, Marcellino Radogna immortalato in Via XX Settembre a Roma, nel 1977. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

Mi parli della sua infanzia.

«Ho avuto un’infanzia molto particolare a San Pancrazio Salentino. Ho vissuto in una caserma, dato che mio padre era Carabiniere, e da adolescente a Ginosa, un paese ricco di grotte rupestri».

Che studi ha fatto?

«Sono autodidatta. Quando sono andato a vivere a Casamassima, cittadina natale di mio padre, ho conosciuto il fotografo Renato Altobelli. Nel pomeriggio, dopo gli studi della scuola media di Latino, Italiano, Matematica, Geografia – e soprattutto la Storia con la “S” maiuscola, mia grande passione ancora oggi – aiutavo spesso Altobelli; così ho acquisito nozioni di fotografia».

La sua prima macchina fotografica?

«Una Rollei 6×6 con rullo a 12 pose».

 

Cosa rappresenta per lei il mestiere del fotoreporter?

«Questo lavoro mi ha permesso di stare nel mondo, a contatto con molte personalità da cui ho imparato il meglio e mi ha permesso di vederle anche sotto altri punti di vista. Quando mi vide, il conte Giovanni Nuvoletti, marito di Clara Agnelli, così mi descrisse: “Un nobile che fa le foto per hobby”».


Ciò che rende uniche le mie foto è che hanno un interesse storico, perché il tempo le ha rese uniche e irripetibili.


Ha vissuto durante il periodo della “dolce vita”. Che ricordo ne ha?

«Nel periodo della “dolce vita” ero militare, ma ho vissuto la “seconda Dolce Vita” dei night Jackie’O, La Cabala, La clef, Il Veleno, il Number One, l’Easy Going, l’Open Gate e altri; anche premi letterari come lo Strega, il Viareggio, il Premio Capri, il Campiello. C’era un risveglio di ottimismo, una voglia di vivere ed eravamo tutti più giovani».

 

Nel 1996 Michail Gorbačëv, ospite a Roma dell’Associazione Italia-Russia, la vide entrare e le andò incontro certo che con quei baffi fosse un suo connazionale. Cosa ha provato?

«Quando Gorbačëv mi parlò in russo credendomi un suo connazionale rimasi sorpreso di avere suscitato il suo interesse».

Fotografo preferito?

«Ho molta stima di un mio collega, Umberto Pizzi, con cui lavoro da una vita. È il decano dei fotografi romani e anche italiani».

In foto, Marcellino Radogna e Marina Rita di Meana durante una serata al night Gilda. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

In foto, Marcellino Radogna e Marina Rita di Meana durante una serata al night Gilda. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

La foto a cui è più affezionato?

«Quella che feci al teatro dell’Opera estivo a Caracalla al magistrato Giovanni Falcone con la moglie Francesca sotto braccio, soli e senza scorta».

Per cinquant’anni non ha mai mancato un evento romano: qual è stato il più importante per lei?

«La visita al cimitero militare inglese di Carlo e Diana d’Inghilterra è un evento che ancora ricordo nei particolari».

Cosa rende uniche le sue foto?

«Hanno un interesse storico, perché il tempo le ha rese uniche e irripetibili».

Durante un sequestro giudiziario ha dovuto dire addio ad alcune sue foto. La foto che cercavano c’era?

«No. Ho dovuto dire addio ad alcune foto che feci a palazzo Farnese durante il pranzo in onore di Giulio Andreotti per la sua nomina a Senatore. Fotografavo Giulio Andreotti ogni estate a Cortina, quando lui era ospite delle suore Orsoline».


La mia foto più preziosa è quella che feci al presidente Richard Nixon in visita a Roma nel 1970, costretto ad arrivare con l’elicottero nel piazzale antistante il Quirinale per evitare le manifestazioni anti-americane a causa della guerra in Vietnam.


Ha dichiarato: «I giornali non comprano quasi più le fotografie e si può dire che io lavori quasi solo per tenere aggiornato l’archivio». Con il digitale tutto è cambiato: qual è un aspetto negativo e uno positivo?

«Il sistema digitale ha di positivo che mi evita di passare ore e ore in camera oscura e non ho più a che fare con gli acidi, mentre il lato negativo è che tutti possono fare le foto con i cellulari».

Tra le foto che ha realizzato quali sono le più preziose dal punto di vista storico?

«Quella che feci al presidente Richard Nixon in visita a Roma nel 1970, costretto ad arrivare con l’elicottero nel piazzale antistante il Quirinale per evitare le manifestazioni anti-americane a causa della guerra in Vietnam. Un’altra foto storica è quella della principessa Soraya che esce dal night Hippopotamus; in pochi sapevamo che era in esilio a Roma. Quella della principessa Grace Kelly che esce dal night Jackie’O con la figlia Carolina. Ricordo una bellissima festa a Montecarlo per i 100 anni della Cartier e Liz Taylor alla taverna Flavia, famoso ritrovo di attori; la festa a Venezia a Palazzo Volpi per i 18 anni della principessa Elisabetta De Balkany, figlia di Maria Gabriella di Savoia; le mie estati a Cortina. Il primo Papa, Paolo VI, che andò alla festa dell’Immacolata in Piazza di Spagna in carrozza per rispettare l’austerity a causa della crisi petrolifera».

Ted Grant diceva: «Quando si fotografano persone a colori, si fotografano i loro vestiti. Ma quando si fotografano persone in bianco e nero, si fotografano le loro anime». Lei preferisce il bianco e nero o a colori?

«Ted Grant ha ragione, anch’io amo le foto in bianco e nero perché sono più vere, si capisce meglio il tipo di persona che si ha davanti e si colgono più elementi interiori».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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