Paolo D'Angelo, la filosofia di Gil Cagné sui visi di tutte le donne

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In foto, Paolo D'Angelo, in arte Pablo GIl Cagné, durante un corso di formazione presso il suo make-up studio Face Place

In foto, Paolo D’Angelo, in arte Pablo GIl Cagné, durante un corso di formazione presso il suo make-up studio Face Place

“Tavolozza” in mano, dalla quale attingeva con pennellate delicate alle polveri dalle mille sfumature, per riuscire a esaltare con naturalezza, senza appesantire, l’essenza delle donne, forte di un furore creativo, tra pantoni, sigarette e un ciuffo biondo all’indietro. Tutto questo e molto di più era il make-up artist Gil Cagné. Truccatore italiano di origine belga con aplomb d’altri tempi e accento francese, dalle sue mani si sono susseguite le più grandi dive: Lana Turner, Ava Gardner, Bette Davis, Liza Minnelli, Jacqueline Kennedy Onassis e per cinque anni è stato guida il team di Miss Italia. Direttore artistico di Max Factor, ha lavorato anche come attore per Andy Warhol. A prendere in mano lo scettro dopo la sua scomparsa nel 2003 è Paolo D’Angelo, in arte Pablo Gil Cagné, classe ’68, responsabile artistico della linea di trucco Gil Cagné, distribuita da Baldan Group.

Animo curioso e meticoloso, l’educazione rigida impartita dai genitori salernitani ha aiutato D’Angelo a progettare il suo brillante futuro. Dopo aver conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere con lode, non rinuncia al suo sogno, il trucco, con esperienze non da meno del suo mentore: Amii Stewart, Diana Ross, Jodie Foster, Nicole Kidman. Collabora inoltre con eventi di prestigio come Miss Mondo, Alta Roma, Miss Italia, London Fashion Week, Mode A Paris e New York Fashion Week, per citarne alcuni. Nel 2005 fonda e dirige il suo make-up studio Face Place, dove forma giovani talenti.

A febbraio è stato insignito dal Senato della Repubblica del premio Eccellenze Italiane di Assotutela 2018/2019, riconoscimento ambito fra intellettuali, sportivi, magistrati ed esponenti del mondo istituzionale. Un lavoro di dedizione e preparazione, che ha spinto l’art director a mettere le sue mani a disposizione non solo dei visi delle star, ma anche di quelli delle pazienti oncologiche, con corsi gratuti organizzati da Lilt e Unicef. Numerose anche le partecipazioni a progetti di solidarietà, tra i quali Modelle e rotelle con la onlus Vertical e Sowed onlus.

Come nasce la passione per il make-up?

«Sin da piccolo ero estremamente affascinato da mia madre, che è stata Miss Eleganza nel 1956. Lei mi ha un po’ inculcato il senso del bello. La guardavo mentre si truccata alla toletta e ricordo ancora il profumo della cipria, il rossetto rosso immancabile e l’eye liner. Poi ovviamente i primi esperimenti, come molti, li ho fatti su mia sorella, che è stata la mia prima modella e musa ispiratrice per il make-up degli anni ’80, caratterizzati da sperimentazione ed eccesso».

In foto, Paolo D'Aangelo col maestro Gil Cagné

In foto, Paolo D’Aangelo col maestro Gil Cagné

Nel ’96 l’incontro con Gil Cagné. Era emozionato?

«Come accade sempre con i maestri, avevo un grande timore reverenziale nei suoi confronti. Dovevo incontrarlo un lunedì in Accademia, non ebbi il coraggio e ritornai indietro sui miei passi. Il mercoledì successivo presi coraggio e, spinto anche da mia madre, lo incontrai e mi fece un colloquio di circa un’ora e mezza perché era affascinato dal fatto che, oltre che alle lingue straniere, fossi interessato anche al make-up. Dopo quindici giorni di scuola feci il mio primo servizio fotografico. Mi diede questa grande responsabilità e mi prestò anche la sua valigia trucco, perché ancora non avevo tutto l’occorrente. Ero un po’ terrorizzato: ha fatto come gli insegnati che ti tolgono i braccioli gettandoti in piscina. Alla fine ho scoperto che era un servizio per la copertina di un giornale».

Perché scelse proprio lei?

«Perché mi vedeva sempre molto curioso. Ero uno di quelli che faceva tantissime domande. Mi diceva spesso: “A te, il corso lo dovrei far pagare il doppio per tutte le domande che mi fai”. All’epoca non esistevano tutorial e conservavo tutti i suoi giornalini, le videocassette, perché per me era un idolo. Apprezzava molto il fatto che sapessi tutto di lui e ciò che aveva fatto nella vita».

Cosa ha ereditato da lui?

«Sicuramente una tecnica, una filosofia di trucco e soprattutto un amore verso il bello. Lui diceva sempre: “Le donne vanno amate anche per come battono le ciglia e, se non sei capace di valorizzale, è meglio che cambi lavoro».

Cosa rendeva Gil Cagné unico?

«Era molto affascinante, un uomo di grande charme, con questi capelli biondi e gli occhi azzurri, spesso vestito di bianco e in smoking. Quando toccava il viso delle donne sembrava un po’ come il volo di una farfalla, non si percepiva la presenza della sua mano. Riusciva a entrare nell’essenza di una donna, per lui la bellezza era un portamento, un carisma e non necessariamente un naso perfetto o un occhio bello».

 

Gil Cagné con Gina Lollobrigida. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

Gil Cagné con Gina Lollobrigida. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

Tra i suoi ricordi quello di stare con il maestro svegli fino a mezzanotte a studiare il trucco per una sfilata. Cos’è cambiato da allora?

«Purtroppo è tutto molto più veloce. Da una parte la tecnologia ci aiutano tanto perché è più facile parlarsi e inviare immagini, però manca un po’ lo studio e la ricerca che rendeva quel lavoro unico. Si andavano a sfogliare le riviste del passato dalle quali si prendeva ispirazione e, dato che c’era il cartaceo, le fotografie non si potevano ritoccare, Era fatto tutto alla perfezione, con cura del dettaglio. Adesso tutto è molto più facile. Questo è un lavoro di manualità, in cui competenza e conoscenza vanno di pari passo. Non esiste la persona solo pratica o quella solo tecnica. È per questo che ai miei corsisti do anche i compiti a casa».

La qualità che deve possedere un buon make-up artist?

«Un po’ di talento lo devi avere dentro, ovviamente, perché è un lavoro di manualità. C’è chi è più predisposto e chi meno. Poi tanta tecnica e quella passione che ti aiuta ad andare avanti. È un lavoro tortuoso, in cui c’è molta competitività, con tante scuole, tutorial… Si parla di trucco ovunque. Da una parte è un bene, perché cioè ha permesso di sdoganare il fatto che il trucco fosse adatto anche a contesti diversi da, ad esempio, le cerimonie. Però ci vuole quella che in napoletano chiamano cazzimma. Avere quella forza di andare avanti, essere testardo e portare a termine il tuo lavoro».

Nel 2000 le si spalancano le porte di Hollywood. Che ricordi ha?

«È stato il momento più bello della mia vita, ero al massimo delle aspirazioni. Ho incontrato il produttore Solomon, amico di Gil e della contessa Giovanna Vacca Augusta che mi sponsorizzarono a Hollywood. Ho lavorato per sei mesi negli studi Warner Bros., dove ho avuto modo di conoscere Jodie Foster, il mio mito. Lei con grande semplicità, a differenza delle dive italiane, a una cena mi chiese di truccarla per un servizio fotografico. Rimasi impietrito. Aveva scelto me che lì, all’epoca, ero “un illustre sconosciuto”. Lei però disse: “Italians do it better (gli italiani lo fanno meglio), quindi avrai una sensibilità diversa”. Ho cominciato poi a truccare Jeff Goldblum, Heather Locklear, Nicole Kidman, Halle Berry, Diana Ross e molte celebrità nere, perché amo truccare tutte le donne».


Virna Lisi è quella che in Italia mi ha segnato di più. Era di una grande professionalità e serietà, una donna di una classe e un’eleganza unica, che oggi mancano.


La diva che ha adorato o adora truccare?

«Virna Lisi è quella che in Italia mi ha segnato di più. Era di una grande professionalità e serietà, è stato un incontro bellissimo che ricordo con tanto affetto. Era una donna di una classe e un’eleganza unica, che oggi mancano. Adesso c’è tutto questo mettere in mostra, con seni, zigomi e bocche. Lei invece era sempre un passo indietro, la sua bellezza ed eleganza conquistavano comunque, senza grandi artifici».

Ha dichiarato: “Dai miei collaboratori pretendo molto. Parafrasando Miranda Priestley de Il Diavolo Veste Prada ‘Un anno con me e poi possono lavorare ovunque!’”. Cosa pretende soprattutto?

«Un po’ di educazione, perché si è perso il concetto del maestro e dell’allievo. In questo sono un po’ all’antica: pretendo molto dalle persone che reputo che possano dare di più, non tanto per ricavarne qualcosa, ma per loro stesse. Le metto alla prova io, anche se comunque sarà la vita a farlo».

Gil Cagné con Andy Warhol nel febbraio 1974, all'uscita del Jackie'O. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

Gil Cagné con Andy Warhol nel febbraio 1974, all’uscita del Jackie’O. Foto gentilmente concessa da Marcellino Radogna

A febbraio il premio di Assotutela come eccellenza italiana del make-up nel mondo. Cosa ha provato?

«Un grande brivido. Quando ho ricevuto la telefonata dal Senato non ci credevo. Questo lavoro è sempre un po’ denigrato, considerato legato ai fattori di narcisismo e vanità, mentre io ho sempre cercato, nel mio piccolo, di conferire una dignità a questa professione e di dare anche una veste culturale, non solo di glamour e bellezza. L’ho sempre vissuta così, un po’ anche per mia sorella, che ha avuto problemi di salute da piccola. Il mio andare a correggere i piccoli difetti del viso era proprio conseguenza di questo».

Il suo lavoro non si limita solo a truccare donne dello spettacolo, ma organizza anche corsi di trucco gratuiti per le pazienti oncologiche e dà la sua disponibilità per eventi e iniziative di solidarietà.

«Tanti anni fa Gil organizzò una campagna per le donne sfregiate con l’acido del Bangladesh, in cui i proventi delle vendite di make-up sono stati devoluti per creare delle sale operatorie in quelle zone e poter portare dei chirurghi estetici italiani per migliorare la parte funzionale e cercare di dare decoro e dignità alla vita di quelle donne. Ho cercato di mettere a disposizione le mie capacità ed esperienze organizzando corsi con la Lilt, con trattamenti di estetica oncologica, dove si può intervenire con il trucco, il tatuaggio o il trucco permanente. Faccio parte dell’associazione Dermopigmentisti e spesso gli ospedali ci chiamano per intervenire a titolo gratuito sulle pazienti. Portiamo un messaggio di bellezza come contenuto e contenente, non solo di contenente. Un altro progetto al quale tengo molto è Modelle e rotelle con la onlus Vertical, che fa sfilare in passerella donne sulla sedia a rotelle con abiti meravigliosi. Molte volte si pensa che le donne e gli uomini in sedia a rotelle abbiano perso la loro bellezza, invece è giusto che anche loro si sentano belli. Con la partecipazione a Sowed Onlus, che dà in donazione abiti e accessori da sposa a chi ne ha bisogno, ho donato gli abiti che avevo in Accademia e che usavo solo per fare delle dimostrazioni».

C’è una storia che l’ha colpita durante uno dei suoi corsi?

«Quella di una psicologa che si fece tatuare le sopracciglia prima della chemio, per evitare lo shock quando sarebbero cadute. Di solito siamo noi che andiamo dagli psicologi, invece lei venne da me e mi sembrò una specie di seduta, mi sentivo molto piccolo in confronto a lei. Poi le ho insegnato a truccarsi, a mettersi le ciglia finte, l’ho seguita nel suo evolversi. Per fortuna ha superato tutto, sta bene e sono molto contento».


Ai miei corsisti dico sempre: se una cliente vi dice “Mi vedo bella”, vuol dire che avete colpito nel segno. Se vi dicono: “Che bel trucco”, preoccupatevi.


In che modo il trucco può aiutare?

«Ho sempre creduto nel trucco, perché è come un vestito, quando ti guardi allo specchio e ti senti a tuo agio. Ai miei corsisti dico sempre: se una cliente vi dice “Mi vedo bella”, vuol dire che avete colpito nel segno. Se vi dicono: “Che bel trucco”, preoccupatevi».

Ci parli della linea di make-up, orientata al biologico e a combattere quei pigmenti non conformi alle normative europee messi sul mercato da diverse aziende.

«È un impegno che trovo etico e morale. Fa sempre parte dei valori che mi hanno insegnato da piccolo, il rispetto, anche nei confronti dell’ambiente oltre delle persone, perché il trucco lo metti sulla loro pelle e lavorando nell’estetica oncologica le reazioni del sistema immunitario e deficitario possono essere più amplificate. Così ho cercato di creare, in quanto consulente dell’azienda, una linea del gruppo Baldan, che porta il nome di Gil Cagné art director Pablo, trovando fornitori che posseggono certificazioni adeguate. Mi sto impegnando anche per il packaging: mi dirigerò verso il vetro, limitando la plastica, anche se non è facile per prodotti come rossetti e mascara trovare un’alternativa. Intendo fare una ricerca e vedere quali sono i fornitori più attenti al discorso ecologico».

In foto, Paolo D'Angelo, in arte Pablo GIl Cagné, durante un corso di formazione presso il suo make-up studio Face Place

In foto, Paolo D’Angelo, in arte Pablo GIl Cagné, durante un corso di formazione presso il suo make-up studio Face Place

Cosa consiglia alle donne?

«Di accettare il più possibile l’invecchiamento, che fa un po’ paura a tutte. Non sono contro la chirurgia e la medicina estetica, ma sono contrario all’esagerazione, quando non ci si riconosce più. E bisogna partire da una beauty routine per la cura della pelle, avere cura e rispetto per se stessi».

Un suo desiderio?

«Vivo il momento, penso anche al futuro ma non troppo, perché si può perdere ciò che si ha. Spero di avere sempre accanto a me il mio coniuge, che la nostra unione, che penso sia più forte della parola matrimonio, duri molto e di essere in salute con lui, guardando al futuro in maniera serena».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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