Alzi la mano chi è stata violentata: l’artista Paula Bonet sul mansplaining

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Privilegios, un'opera dell'artista spagnola Paula Bonet

Privilegios, un’opera dell’artista spagnola Paula Bonet

di Paula Bonet per El Diario
traduzione di Giulia Di Filippo

«Che gambe lunghe. Come sei bella. Non sai come si sono ingelositi i miei amici quando hanno saputo che ti avrei intervistata». Il genere e il fisico sono la nostra lettera di presentazione. E questa è, mie care e miei cari, una vera porcheria.

Il contesto: Madrid, 2015, la grande sala di uno spazio culturale di riferimento con un pubblico di più di trecento persone che assiste a un incontro in cui si parlerà di pittura, di illustrazione, di tecniche di lavoro. Sul palco, due autori uomini, un moderatore, sempre uomo, e un’autrice. Il moderatore apre la bocca rivolgendosi alla donna. È lui a uscirsene con il commento viscido delle gambe e la gelosia, e quanto succede poco dopo non ha nulla a che vedere con le sue aspettative. La donna delle gambe ero io ed è stato lì che ho finalmente capito che qualsiasi mio sforzo per farmi rispettare in quanto autrice non sarebbe stato abbastanza.

Plasencia, 2019. Intervista con pubblico. Rispondo alla domanda sul mio risveglio femminista e comincia l’incontro. Racconto anche di quando, poco meno di un mese prima, a Cartagena de Indias, a un festival letterario che vedeva le donne protagoniste, avevo vissuto una situazione identica a quella del 2015, sorte che era toccata anche alla scrittrice spagnola Luna Miguel: «Buongiorno Queco, grazie per le sue meravigliose illustrazioni. Salve José, ottimo lavoro. Cara Paula, com’è bella lei! Bene, cominciamo con la prima domanda […] ». Passi il commento, la cosa più grave è stata il fatto che, quando durante l’incontro abbiamo cominciato a parlare di genere, gli ospiti uomini che erano con me si sono prodigati in risposte evasive.

In foto, l'artista spagnola Paula Bonet

In foto, l’artista spagnola Paula Bonet

Avrei applaudito, mi sarei commossa, li avrei abbracciati forte, alla fine, se entrambi fossero stati onesti e avessero risposto che no, non ci avevano pensato e che sì, tutti i personaggi principali dei loro romanzi erano uomini, che era vero che le donne comparivano solo nel momento in cui il protagonista aveva bisogno di aiuto o di andare a letto con qualcuno, che era un punto di vista interessante, che si era squarciato il velo, che era un tema da affrontare. Ma no. Mentre loro parlavano come un fiume in piena che non si sa dove nasce né dove sfocerà, nella mia testa risuonava la voce di Rebecca Solnit. Li ascoltavo mentre sui loro visi brillava «quello sguardo compiaciuto che conosco bene in un uomo intento a pontificare, gli occhi fissi sul lontano e indistinto orizzonte della propria autorità».

Nascondendosi entrambi dietro una non-risposta, uno di loro ha parlato della violenza in Colombia. L’altro ha finito per spiegare in maniera dettagliata come sono fatti i mostri che disegna e ha raccontato di quanto fosse difficile avere a che fare con tanti draghi.

Ieri, a Plasencia, durante la meravigliosa lezione di letteratura che organizza il Comune, dopo un incontro con un pubblico partecipativo pieno di uomini, dopo aver parlato di Silvia Federici, della cilena María Luisa Bombal, della relazione tra Manuela Ballester e Josep Renau o di quella tra Ted Hughes e Sylvia Plath, dopo aver spiegato come il patriarcato attivi in maniera immediata meccanismi volti a screditare il lavoro intellettuale delle donne o come il sistema sia interessato a continuare a svalutare i lavori di cura per avere mano d’opera gratis e potersi mantenere, è successo di nuovo. Un uomo, un signore eterosessuale bianco sui cinquant’anni, ha preso parola e ha detto assertivo di non godere di nessun privilegio e che, se qualcuno per caso ritenesse il contrario, lui dei suoi privilegi non ne aveva mai approfittato. Ha aggiunto che siamo delle esagerate, che in Spagna viviamo più che bene. Che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio.

In foto, l'artista spagnola Paula Bonet

In foto, l’artista spagnola Paula Bonet

Leggete cosa dice il pugile transessuale Thomas Page McBee sulla mascolinità: persino lui, che ha avuto un corpo femminile e sa di cosa parliamo, ha approfittato dei privilegi che gli vengono concessi solo per il fatto di abitare in un corpo maschile. L’uomo di Plasencia l’ha portata avanti per un po’. Gli ho detto che mi stava facendo un mansplaining in piena regola, che il suo unico obiettivo era quello di delegittimare le mie due ore di discorso. Ho provato a fargli capire quanto sia pericoloso per noi donne un contesto come questo, popolato da opinioni come la sua. Ho provato a spiegargli che – rubo le parole a Silvia Federici – i sistemi di sfruttamento, sempre androcentrici, hanno cercato di disciplinare il corpo femminile per appropriarsene, che il nostro corpo è stato l’obiettivo principale per lo sviluppo di tecniche e relazioni di potere. «Beh, può darsi, magari altri uomini l’hanno fatto, ma io no».


Facciamo parte di un sistema che ci rende invisibili, che ci manipola, ci uccide, che ci vuole mute.


C’è una cosa che ho sempre voglia di fare ma che non faccio mai, per rispetto delle donne che sono tra il pubblico, ma so che se chiedessi che alzassero la mano tutte coloro che sono state violantate, si leverebbe un mare di braccia, bellissimo e terrificante. «L’invisibilità sociale dell’esperienza delle donne non è un fallimento della comunicazione umana. Si tratta di un pregiudizio costruito a livello sociale che è rimasto vivo per molto tempo, anche dopo che le informazioni sull’esperienza femminile sono state rese note». Non è un fallimento, è malafede, ci dice la scrittrice statunitense Joanna Russ. Ci parla anche della necessità di raccontare, nonostante la nostra testimonianza provochi irritazione o repulsione. Ci incoraggia a non contribuire allo sminuimento della realtà delle donne, a non schierarci, come diceva la scrittrice francese Annie Ernaux, «dalla parte della dominazione maschile del mondo». Gliel’ho detto. Ha continuato con il suo discorso.

Ho alzato il braccio e dalla mia bocca è uscita una cosa che non avevo mai detto a voce alta e in pubblico. «Hanno abusato di me». Silenzio. «In un’aula. E questo in parte lo dico perché credo che le scuole e le università debbano essere un luogo sicuro, e perché nessuna donna sia costretta a vivere quello che ho vissuto io».


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Le donne del pubblico hanno cominciato ad alzare le braccia.

Un mare di braccia, bello e terrificante. Un mare di braccia che erano uno solo.

La sororità pervadeva la sala, ci univa tutte in un abbraccio, diventava rifugio.

Il silenzio dell’uomo è durato solo qualche secondo, poi ha aperto la bocca e ha continuato a scagliarsi contro quelle del mio stesso genere.

Il problema che gli uomini e le donne si trovano a dover affrontare non sono questi individui che parlano a voce alta e investendo l’altro perché hanno paura di perdere i loro privilegi. Il problema è molto più complesso. Facciamo parte di un sistema che ci rende invisibili, che ci manipola, ci uccide, che ci vuole mute. Fino a quando abbiamo tenuto la bocca chiusa, abbiamo cercato di capire e ci siamo dotate di argomenti. Adesso l’abbiamo aperta e stiamo sparando con la precisione di un fucile Mile Marker. La nostra nuova pelle ha uno strato oleoso, è diventata impermeabile e la merda ci scivola addosso e non ci colpisce: neanche tutti i mainsplaining del mondo potranno mai riportarci al mutismo, perché siamo disposte a risignificarci. Noi e la lingua, le parole che nominano il mondo, perché il mondo va detto, va guardato e capito anche al femminile.


Paula Bonet è una scrittrice, pittrice e illustratrice spagnola. Con la pubblicazione del suo libro La sed si è dichiarata pubblicamente femminista: un impegno, questo, che continua a portare avanti quotidianamente. Nelle sue opere, inedite in Italia ma molto conosciute in Spagna e in America Latina, affronta temi come l’aborto, le violenze sulle donne, la sororità.

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Giulia Di Filippo

Giulia Di Filippo

Classe ’94, Roma. Mi piacciono il viaggio, la letteratura, l'editoria, la traduzione, il buon vino e il cinema argentino. Più di tutto, mi piace lo spagnolo. Tra le altre cose, imparo come tenere in piedi una casa editrice e a ballare tango.

2 comments

  1. Avatar
    Margarita 1 aprile, 2019 at 23:22 Rispondi

    Gracias Giulia por traducirlo. A mi me violó un hombre italiano que me dijo que mi cuerpo no era sólo para mi. Ojalá muchos lean tu traducción.

    • Giulia Di Filippo
      Giulia Di Filippo 14 giugno, 2019 at 12:38 Rispondi

      Querida Margarita, gracias por tu comentario. Siempre duele escuchar historias de este tipo, y por eso seguimos luchando por una sociedad igualitaria y no patriarcal. La revolución será feminista o no será. Un abrazo bien fuerte!

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