10 canzoni per i diritti umani: le pagelle del Premio Amnesty International 2019

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Anche quest'anno sarà assegnato il Premio Amnesty International Italia alla migliore canzone sui diritti umani. Ecco la nostra classifica dei dieci brani finalisti

Anche quest’anno sarà assegnato il Premio Amnesty International Italia alla migliore canzone sui diritti umani. Ecco la nostra classifica dei dieci brani finalisti

È ormai dal 2003 che Amnesty International Italia assegna il Premio omonimo alla miglior canzone sui diritti umani. Una storia (relativamente) breve, quindi, che ha però già visto essere incoronate alcune delle più interessanti canzoni italiane degli ultimi anni, da Il mio nemico di Daniele Silvestri (2003) fino a L’uomo nero di Brunori Sas (2018), dimostrando una costante attenzione alla qualità formale, oltre che ai contenuti dei brani.

Anche quest’anno i dieci brani finalisti del Premio Amnesty International sono stati selezionati, dai referenti della ONG e del festival Voci per la Libertà, tra quelli segnalati dal pubblico e dagli addetti ai lavori. Noi di Parte del discorso abbiamo deciso di stilare una classifica, basata sui giudizi di dieci tra i nostri collaboratori. Scopriamo allora insieme qual è la nostra canzone preferita tra quelle candidate.

Ermal Meta e Fabrizio Moro, Non mi avete fatto niente – 5 ½

L’ultimo posto della classifica lo occupa Non mi avete fatto niente, la canzone vincitrice dello scorso Festival di Sanremo, scritta e interpretata dalla coppia Meta-Moro. È un risultato non scontato, stando ai commenti della nostra giuria: c’è chi la demolisce (qualcuno l’ha definita «opportunista», qualcun altro scrive di un «testo che non fa testo»), chi invece la apprezza per il suo «messaggio di speranza e di forza». Qualcuno, ancora, resta sulle sue, riconoscendo meriti e difetti del brano, che «parte subito con un testo diretto ed evocativo, salvo poi perdersi in una stucchevole retorica sugli abbracci, i sorrisi dei bambini e qualunquismo d’antan». Deluso è poi il commento di chi pensa che «dei due (ottimi) cantautori» restino «solo le voci, tra loro ben armonizzate». Andrà meglio il prossimo duetto!

Radiodervish, Nuovi schiavi – 6 ½

Non viene accolto con troppo entusiasmo neppure il testo di Nuovi schiavi, dei Radiodervish. «Per quanto interessante, il discorso alla base (la riflessione su chi siano i nuovi schiavi) viene penalizzato da un testo ermetico. La musica aiuta».

Raccoglie consensi l’arrangiamento, «mediterraneo» nella sua accezione più ampia. Se però «il Mediterraneo è protagonista nella musicalità e negli strumenti, la condizione di schiavitù accomuna i popoli e gli ultimi», il testo suona tutt’altro che melodico e toglie complessivamente armonia al brano.

Roy Paci & Aretuska feat. Willie Peyote, Salvagente – 6 ½

«Chi la ascolta e dice di non aver ballato, mente», scrivono dalla giuria, «anche se pensando bene al testo della canzone, forse, passa anche la voglia di ballare». Come nel caso precedente, però, Salvagente raccoglie consensi per il suo arrangiamento ma diversi dubbi riguardo al testo: «Non si capisce bene se sia intrecciato attorno a un filo rosso oppure siano frammenti di pezzi diversi in uno stile molto pop (più che Willie Peyote, sembra un Jovanotti anni ‘90)».

La frammentarietà del pezzo sembra essere una costante notata quasi all’unanimità. Parla di «tanti buoni elementi che si sarebbero potuti combinare meglio tra loro e che invece paiono solo sovrapporsi» chi avrebbe desiderato «una variazione strumentale più netta sul ritornello, oltre che sul bridge, per dare maggiore dimensione alla canzone nel suo insieme». Supera comunque la sufficienza, forse per i versi «si stava meglio quando si stava peggio / ma i treni non sono mai arrivati in orario».

Patrizia Laquidara, Il cigno (The Great Woman) – 7 –

«Delicata» e «leggera» sono gli aggettivi più gettonati per Il cigno, il brano con cui Patrizia Laquidara si candida al Premio Amnesty International Italia 2019. Un augurio di libertà rivolto alle donne che hanno subito violenza, tema che «la voce angelica di Patrizia non sminuisce nella sua gravità».

Buoni giudizi per «l’arrangiamento e il cambio di armonie, il sound molto spazioso e onirico». Colpisce soprattutto l’aspetto mitologico del brano, a cui Il cigno fa riferimento: «Inguaribilmente attaccate alla vita, le donne sfuggono alla tossicità dell’umano per reclamare e ribaltare il senso di quella potentia generandi che il mito ha sempre riconosciuto loro, per non cedere alla morte. Si fanno Grandi Madri dalla potenza animale, con l’augurio di marciare – o volare, nuotare, strisciare! – verso la libertà insieme. “Non una di meno”».

Subsonica, Punto critico – 7

I Subsonica stupiscono qualcuno con Punto critico («è la prima loro canzone a piacermi!»), raccogliendo in generale un’ottima accoglienza («Forse il miglior brano dei Subsonica dai tempi di Eden»). Qualche voto si abbassa, però, perché «il focus del brano sembra essere un po’ lontano dal tema del premio, i diritti umani». Piuttosto, i Subsonica si concentrano su un «malessere sociale palese, ma i problemi veri non vengono affrontati». Come nel caso di Salvagente, si nota che vengono accostate «immagini diverse e sparse, ma se bisogna passare un messaggio va scritto in modo chiaro».

Messi da parti questi dubbi, però, Punto critico fa il pieno di giudizi positivi. Qualcuno di noi riesce a scrivere solo «CHAPEU!». C’è chi propone un’interpretazione dettata da un «sound che fa pensare a una sorta di narratore esterno, che si trova su un altro pianeta» e chi, invece, si fa venire alla mente immagini molto più terrestri, ma evitando comunque di tenere i piedi saldi al suolo: «Parte Punto critico e io divento Alex Owens».

Ghali, Cara Italia – 7

Ghali divide, ma chi lo promuove lo fa a pieni voti, permettendogli di piazzarsi nella seconda metà della classifica. Coglie il senso profondo di Cara Italia chi la descrive come «una dichiarazione d’amore all’Italia che fa quasi da contraltare a quella Io non mi sento italiano del fu Giorgio Gaber, anche lui, come Ghali, nato e cresciuto a Milano».

Più giurati premettono che il genere di Ghali (la trap) non incontra i loro gusti, riconoscendo però ugualmente i meriti del brano: «Passa con disinvoltura da un tono serio a canzonatorio, trattando di politica, immigrazione, periferia milanese»; ancora, «la forma della scrittura è sicuramente ragionata. C’è un’apprezzabile ironia sottile nonché un margine di esperienza personale».

Proprio partendo dalla soggettività di Ghali, Cara Italia riesce a raccontare più di quanto potrebbe inizialmente sembrare: «un unico brano per decostruire ogni stereotipo sulla mascolinità, la trap, la cosiddetta “integrazione”. Ghali racconta la disillusione di una generazione a cui, seppure da privilegiato, appartiene; una generazione di cui sia la destra che la sinistra non sono stati in grado di riconoscere il legame con il Paese che vi ha dato i natali. Ghali parla quindi di prigioni virtuali che una politica ora inadeguata ora miope ha trasformato in roccaforti da cui è impossibile evadere».

Punkreas, U-Soli – 7 +

Viene definita da qualcuno tra i giurati «una delle migliori canzoni tra le finaliste per il Premio Amnesty International Italia» e infatti U-Soli dei Punkreas arriva vicinissima al podio. Un brano «irriverente, divertente e sincero» che ci ha conquistati.

Apprezzato anche il video del brano, che emoziona nella sua semplicità. Il testo è per alcuni giurati «non avvincente», ma resta comunque «intelligente e ironico. Il mio unico dubbio è: perché non lo conoscevo?».

Salmo, 90MIN – 7 +

Anche Salmo divide i giurati, che in alcuni casi danno pesanti insufficiente, bilanciate però da generose promozioni che lo fanno volare al terzo posto della nostra classifica, seppure con un vantaggio di pochi centesimi rispetto al brano precedente. 90MIN è una «descrizione esatta, senza esagerazioni» dell’Italia di oggi, veicolata da un testo «esplicito, irriverente, crudo» e dall’«energia ipnotizzante».

Proprio il testo raccoglie le critiche di chi lo descrive come un «cocktail di discorsi sentito mille volte sui social, serviti come fossero un prodotto di pregio. Praticamente In Italia rifatto, e male». Chi ha amato 90MIN invece ne parla come di «un giro sull’ottovolante di Salmo, che vola sull’Italia nazional-popolare e ne ridicolizza i tratti salienti come nelle migliori satire». Quelle di Salmo sono «barre d’acciaio, con anima di ghisa; applausi che diventano schiaffi in pieno viso agli italiani e ai rapper italiani, che tentano di far abboccare il pubblico alle loro hit di scarso valore e spesso misogine».

Francesca Michielin, Bolivia – 7 ½

Seppur meno militante delle altre canzoni finaliste, è Bolivia di Francesca Michielin a conquistare il secondo posto della classifica. «Michielin scrive un pezzo sul restare umani, sul varcare i confini non per feticismo dell’esotico, ma per riconsocere che il peso della gravità è lo stesso in tutto il mondo».

Voti alti al «messaggio di speranza» e alle «sonorità pop e elettroniche con echi tropicali», ma la giuria registra qualche dubbio rispetto all’attinenza col Premio Amnesty International. Questo non impedisce però a Bolivia di piazzarsi al secondo posto, confermando un più complessivo apprezzamento per il lavoro dello scorso anno della Michielin, raccolto nell’album 2640.

Carmen Consoli, Uomini topo – 8

Carmen Consoli mette d’accordo tutti con un brano perfettamente nel suo stile. In Uomini topo «le immagini si susseguono vividissime e si accostano a problemi sociali». Questa graffiante «analisi della nostra supponenza quotidiana» procede su musiche dalle «atmosfere inquietanti e incalzanti, con chitarra acustica e violoncello che rappresentano il tocco di classe».

Il brano, grottesco e pungente, «tratta con verbo altisonante le contraddizioni basse della nostra società e accosta così il tragico e il comico». Non abbiamo dubbi: è Uomini topo il nostro vincitore! Se la giuria del Premio Amnesty International Italia dovesse confermare il risultato, sarebbe la seconda vittoria per Carmen Consoli, che già nel 2011 aveva portato a casa il riconoscimento col brano Mio zio.


La classifica che avete appena letto è stata stilata da questa giuria:

Ilaria Arghenini

Ilaria Arghenini

Mi piace ascoltare racconti e viaggiare in treno, e questo è la causa di tutto: perché mi tocca leggere abbastanza da dover porre ad altri le domande che restano, e a volte trascrivo quello che ne scaturisce. Vivo in un piccolo paese della bassa lombarda, ho studiato lingue e letteratura, sto poco ferma, amo poco le foto e molto the Killers.

Loredana Desiato

Loredana Desiato

Da sempre appassionata dell’arte, del cinema, del giornalismo e sopratutto della fotografia. Ho iniziato a scattare all’età di 15 anni e da allora non ho più smesso. Amo viaggiare e amo raccontare attraverso i miei scatti, mi affascina l’idea di riuscire ad intrappolare emozioni per sempre.

Gaia Giovannone

Gaia Giovannone

"Mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo"

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come Capa Riccia. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

Alessia Scarpinati

Alessia Scarpinati

Sono nata giusto in tempo per capire che le cose belle della vita sono tante, che scrivere di me è fondamentale e che non riuscirei a vivere in un mondo senza musica, concerti, libri,serie tv e attori inglesi.

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. È una persona curiosa, ha voglia di conoscere continuamente cose nuove. Terribilmente affascinata dal cinema e dalla letteratura, Anna è innamorata della musica e della sua batteria rossa. Nella vita Anna vuole fare troppe cose e intanto studia alla Scuola Interpreti di Trieste.

Francesca Vuono

Francesca Vuono

Secondo una stima ottimistica ha già sprecato un terzo della sua vita tentando di comprendere polemiche inutili e cercando un senso agli ultimi aggiornamenti di Instagram. Non ha gli occhi azzurri e la disco non le va, le piace ascoltare anche se poi parla troppo. Per sua madre non può peggiorare, ma lei ha accettato la sfida. Nella disperata ricerca di se stessa e qualcosa in cui eccellere (o quantomeno non fare troppo schifo) tenta di imparare più possibile e non sbagliare direzione in metropolitana.

Sonia Ziccardi

Sonia Ziccardi

Roma, classe '93. Diplomata in Canto Jazz al Conservatorio, prova a fare della musica il suo mestiere, tra dolci e fogli di carta: compagni di viaggio perenni. Ama la sua veranda, da cui traspare la vita e in cui ingurgita libri come se fossero dolci, ma almeno loro non danno diabete.

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