Il tragicomico Regina Madre al Piccolo Eliseo

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In foto, Imma Villa e Fausto Russo Alesi nello spettacolo Regina Madre, in scena al teatro Piccolo Eliseo fino al 17 marzo. Foto di Salvatore Pastore

In foto, Imma Villa e Fausto Russo Alesi nello spettacolo Regina Madre, in scena al teatro Piccolo Eliseo fino al 17 marzo. Foto di Salvatore Pastore

In scena dal 7 al 17 marzo al teatro Piccolo Eliseo, opera baluardo del teatro napoletano firmata da Manlio Santanelli, Regina Madre è la storia dalle tinte tragicomiche tra un figlio, Alfredo, uomo di mezza età reduce da una separazione e da un’attività giornalistica mai decollata, e sua madre Regina Giannelli, donna forte, un “generale Cadorna” unita ad Alfredo da un rapporto morboso.

In scena irrompe la potenza di due attori come Fausto Russo Alesi e Imma Villa, che diventano artefici di una diatriba accesa e ironica, intessuta di continui botta e risposta. Il dramma familiare si svolge al’interno di una cornice apparentemente idilliaca, una stanza mentale più che fisica (scenografia di Roberto Crea), in netto contrasto col testo e dominata da un gigantesco letto che vede i due protagonisti accovacciati sopra; ai lati della scena ci sono due marionette, un pinocchio e una pinocchia con le vesti ingannevoli di fata turchina, illuminate da fasci di luce, lavoro prezioso di Cesare Accetta, e con dei fili retti da nessuno. Infine, a rendere l’atmosfera più suggestiva si intravedono delle candeline accese su una torta e una serie di bicchieri colmi d’acqua, necessari a spegnere l’incendio della vecchiaia, come affermerà durante lo spettacolo l’anziana donna.

In foto, Imma Villa e Fausto Russo Alesi nello spettacolo Regina Madre, in scena al teatro Piccolo Eliseo fino al 17 marzo. Foto di Salvatore Pastore

In foto, Imma Villa e Fausto Russo Alesi nello spettacolo Regina Madre, in scena al teatro Piccolo Eliseo fino al 17 marzo. Foto di Salvatore Pastore

Alfredo si presenta a casa della madre per assisterla perché gravemente malata. In realtà, ritorna al nido materno con il diabolico piano di scrivere un diario segreto sugli ultimi mesi di vita della vecchia signora, sperando di poterne trarne un pezzo memorabile. La messinscena diventa pretesto per scandagliare le zone d’ombra e i nei di una simbiosi in cui il cordone ombelicale non si è mai staccato, con le nefaste conseguenze che ne derivano. Madre e figli (la sorella Lisa, non presente nell’opera ma continuamente citata, è invece messa in scena nell’adattamento di Cerciello) si inseguono e si respingono in un’incalzante staffetta tra i fantasmi e le storie del passato e del presente, in un viaggio allucinato.

Fin dalle prime battute Regina si contraddistingue per il suo aspetto grottesco: a lei è concesso il privilegio della rabbia, provocatoria, battagliera, chiusa in gesti goffi, resta immobile nello spazio. Non si muove, ma si svuota. L’impeto del suo dire, del suo riformulare versi, sfruttando gli accenti curiosi della lingua napoletana, si traduce in sintesi poetica. È una figura ingombrante con la capacità unica di ribaltare tutto, che schiaccia con il calcagno della prepotenza dubbi, paure e sensi di colpa del figlio. In balia di un clima di viva competizione si alternano i rimproveri della madre, per le deplorevoli scelte di vita del figlio, al pensiero per il marito, uomo impareggiabile che la salvò la prima volta in un audace scontro con i pescecani. C’è ancora la macabra invenzione del figlio, che racconta di aver divorato la moglie durante un lungo inverno in cui i due si trovavano prigionieri della casa di montagna sommersa dalla neve e sprovvisti di cibo.

In foto, Imma Villa e Fausto Russo Alesi nello spettacolo Regina Madre, in scena al teatro Piccolo Eliseo fino al 17 marzo. Foto di Salvatore Pastore

In foto, Imma Villa e Fausto Russo Alesi nello spettacolo Regina Madre, in scena al teatro Piccolo Eliseo fino al 17 marzo. Foto di Salvatore Pastore

Nel corso della rappresentazione diviene sempre più vertiginoso il gioco di situazioni, equivoci, polemiche. Un cambio di luce e un cappello nero a falde larghe introducono un tono diverso, nuovo. Il linguaggio nella seconda parte, infatti, si fa spietatamente più aggressivo, i ruoli si invertono continuamente, quasi a non capire più chi sia la madre e chi il figlio; le figure tetre e quasi espressioniste sono colte da un inarrestabile imprecare e le voci si scatenano come in un odio represso e mal compreso e alla fine esploso nell’Amami Alfredo cantato a squarciagola dal cinquantenne ormai delirante. Trave dopo trave, la culla dell’infanzia diventa una cella tombale dove le inferriate di legno, posizionate dagli stessi protagonisti, rappresentano i no, i dolori, l’assenza di affetto, le oppressioni, i nostri lati oscuri, l’impossibilità di crescere.

Nel finale, il vaneggiamento visionario culmina in un crollo psichico che sfalda la personalità di Alfredo, il quale soccombe a se stesso, di fronte alla proiezione della madre che continua ad aggirarsi nella sua testa. Il protagonista scende nella botola dei suoi ricordi dove la dimensione si fa più intima: trucca la madre, trucca se stesso, specchiandosi in ciò da cui non può liberarsi.

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