Appunti su Santa Barbara: la situazione dell'art-ivismo oggi

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La scrittrice Violetta Bellocchi in una foto di Vincenzo Ligresti. La festa nera (Charelettere, 2018) è il suo ultimo romanzo

La scrittrice Violetta Bellocchi in una foto di Vincenzo Ligresti. La festa nera (Chiarelettere, 2018) è il suo ultimo romanzo

Santa Barbara nasce da due domande, rivolte ad artisti e attivisti su Instagram: che cosa sai fare? Che cosa ti manca? A porle, la scrittrice Violetta Bellocchio, che dà così vita a un pretesto d’incontro reale tra donne – almeno al momento – accomunate dalla convinzione che ognuna di loro possa fare qualcosa di rilevante e che esista un ostacolo che glielo impedisce.

Il progetto viene presentato al Book Pride di Milano – in un sabato decisamente caldo e in una stanza oggettivamente piccola – da Bellocchio e Martina Cera, attivista di Ci passa la fame che si occupa di migrazioni, autrice del blog Un’altra rotta e impiegata all’interno di un centro SPRAR. Sono solo due tra le rappresentanti di Santa Barbara, ma ne sono anche la sintesi perfetta: professioni diverse, età differenti, stessi problemi.

Cos’è e cosa ci racconta Santa Barbara


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Questo non è un logo, ma l’ha disegnato @lipsteria, tanto quanto #santabarbara non è un collettivo ma un momento in cui persone femmine (per ora) e non abituate a guardarsi in faccia compiono il meritevole sforzo di uscire di casa e andare a conoscersi, per capire chi sa fare che cosa, come incrociare le competenze, come risvegliarsi dal lungo isolamento alle spalle di tutte noi. Sabato venturo arriva un momento simile in una sala di @bookpride alle 17:00 per un’ora: artiste, attiviste, organizzatrici, venite a raccontare cosa vi manca e cosa potete, eventualmente, mettere sul tavolo. Grazie. #rete #santabarbara #podcast #live #festival #riviste #femminismo? #attivismo

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Ciò che è emerso dai (finora) due incontri di Santa Barbara sono infatti punti di criticità e di forza riconosciuti tanto dalle artiste quanto dalle attiviste. Molti di questi hanno a che fare coi limiti poco (ri)conosciuti del web, il che rende ancora più rilevante sottolineare che Santa Barbara è un momento d’incontro reale, non virtuale; una sorta di gruppo di autocoscienza anni Settanta, all’interno del quale è possibile discutere senza mediazioni e in un ambiente a misura d’individuo le proprie idee e competenze. Ché a misura d’individuo, molto spesso, Internet può sembrarlo ma non esserlo: qui il bombardamento di stimoli e di offerta è così alto che non solo porta a una crisi di autorevolezza (diventa difficile, per l’utente, distinguere chi è realmente competente da chi non lo è), ma complica anche la possibilità di fare davvero rete, promuovendo piuttosto il rafforzamento dei soliti legami e l’irrobustimento delle proprie camere dell’eco.

Altro ostacolo alla creazione di una rete trasversale di attivisti e artisti: le differenze generazionali. Difficile non citare il recentissimo caso di Greta Thunberg, capace di far scendere nelle piazze di tutto il mondo milioni di giovani e giovanissimi, ma comunque presa poco seriamente – se non apertamente disprezzata – dagli internauti “adulti”. Inutile negarlo: le nuove generazioni sono oggetto di forte diffidenza; una diffidenza che interessa non solo i cosiddetti «leoni da tastiera», ma che io stessa ho esperito perfino in ambito accademico. Potrei (ma eviterò di) fare una lista assai ricca di docenti della mia Università che, microfono alla mano, hanno in più occasioni disprezzatto le conoscenze, le capacità e le attitudini di noi studenti, con generalizzazioni che non trovano effettivo riscontro nella realtà (la nostra è in realtà una generazione molto attiva, perfino iper-attiva).

La situazione, però, non è davvero così scoraggiante: qualche elemento positivo è pervenuto ed è molto rilevante. Tanto per cominciare, su Internet si stanno affermando delle fortissime competenze verticali. Cosa significa? Che i (negativi) ritmi di lavoro alienanti ci lasciano poco tempo a disposizione, il che ci ha portato a sviluppare la consapevolezza (positiva) che una sola vita non basta ad approfondire più di un tema; che se vogliamo essere realmente competenti di una disciplina o questione, dobbiamo dedicarci completamente a questa. Il modello anacronistico dell’intellettuale quale possessore di una cultura enciclopedica viene sostituito da quello di un soggetto iperspecializzato, che parla di questioni che ha imparato a conoscere veramente a fondo, nella loro interezza.

Ancora, positivo è (o può essere considerato) notare che oggi a lottare per farsi spazio nel mondo dell’arte e dell’attivismo, a prendere parte alla lotta per il cambiamento, sono quasi soltanto le donne. Per Santa Barbara, nessun uomo si è fatto avanti e questo accade spesso – lo testimonierò più avanti – in tutte le realtà che hanno a che fare con l’attivismo e/o il volontariato. Di conseguenza, non solo le donne appaiono meno timorose di esporsi rispetto al passato, ma sono anche più inclini a supportarsi reciprocamente: dimostrano oggi maggiore spirito di squadra, minore individualismo.

La mancanza di iniziativa da parte delle donne, dettata dal timore di non essere mai sufficientemente brave, non è del tutto superata. Lo testimonia anche il nostro articolo-inchiesta «Di solito non leggo donne, ma…». Essere donna nel mondo dell’editoria, evidenziando come queste propongano molto meno spesso dei loro colleghi uomini i propri scritti agli editori, pur essendo delle lettrici più avide. La conseguenza è che le candidature professionali delle donne sono diventate una prova quasi certa della loro iperpreparazione: solo quando sono sicure di essere eccellenti, le ragazze si fanno avanti. Agli uomini, invece, basta molto meno per auto-valutarsi positivamente. Anche al Book Pride l’interesse per Santa Barbara viene quasi esclusivamente dalle donne: in sala c’è solo un uomo, che quindi non si offenderà se d’ora in avanti parlerò della platea con termini al femminile. Alle donne presenti, Bellocchio e Cera rivolgono le stesse domande di partenza: cosa sai fare? Cosa ti manca? I minuti contati e una generale timidezza riescono a strappare solo una risposta.

Oltre Santa Barbara: obiettivi e interlocutori a cui puntare

In foto, Marvi Santamaria. Cura il blog dedicato a dating app, sessualità e femminismo Match & the City. È tra le prime attiviste di Santa Barbara

In foto, Marvi Santamaria. Cura il blog dedicato a dating app, sessualità e femminismo Match & the City. È tra le prime attiviste di Santa Barbara

Se al termine dell’incontro dedicato a Santa Barbara non ho alzato la mano non è (solo) perché ci è stato fatto cordialmente intendere che la sala andasse liberata in fretta, per far posto a un altro panel disturbato dal traffico cittadino. Non è neanche (solo) perché non è nella mia indole snocciolare le competenze che sì, sono convinta di avere, davanti – però – a una trentina di estranei. È piuttosto e soprattutto perché su Santa Barbara non ero pronta a dare giudizi o impressioni affrettate né ero certa di essere in grado di rispondere alla seconda domanda, cioè di sapere cosa mi manca per mettere a frutto i miei talenti. Il tempo, invece, mi ha decisamente permesso di acquisire una visione più lucida del progetto e della direzione che avrebbe potuto prendere, quindi dei problemi su cui una realtà simile potrebbe lavorare.

Santa Barbara può sicuramente lavorare su quella che, l’ho detto, è al momento una struttura da gruppo di autocoscienza femminista. Ha acquisito questa forma involontariamente, ci tengo a ricordarlo, ma interrogarsi sui motivi per cui questo è accaduto è fondamentale. Rispetto a questo punto, la mia esperienza in Parte del discorso è decisamente eloquente: complessivamente, gli uomini che hanno collaborato a questo blog sono meno di 1 su 3 e, nel caso degli ex redattori, questi sono molto più spesso delle donne quelli che hanno abbandonato il progetto dopo aver scritto molto poco (non più di tre articoli) o non aver scritto per niente (svanendo cioè nel nulla, dopo che la loro candidatura è stata accettata). In altri termini: le donne sono oggi molto più degli uomini propense ad attivarsi volontariamente, a fare gruppo e a prestare il proprio tempo all’attivismo o anche solo alla gavetta.

In foto, la scrittrice Violetta Bellocchio

In foto, la scrittrice Violetta Bellocchio

Si potrebbe pensare che questo non sia tutto sommato un bene, ma che dipenda dalla tendenza femminile ad autosvalutarsi – che esiste. D’altra parte, cambiando per un attimo prospettiva sulla questione, sono anche convinta dell’evidente tendenza degli uomini alla sopravvalutazione e a un atteggiamento misto tra il menefreghismo e l’egoismo, tale per cui l’ordine costituito – finché riesce a convincere i più distratti di poterne trarre solo vantaggi – vada non difeso (la difesa implicherebbe uno sforzo) ma per lo meno non disturbato. Ecco, se Santa Barbara può mettere in atto una piccola rivoluzione è quella di convincere gli uomini del fatto che, a ben vedere, anche loro avrebbero di che lamentarsi e che farlo all’interno di e per una comunità è assai meglio che potare e concimare solo il giardino del proprio appartamento all’americana, con staccionata di legno bianca e nani da giardino imbalsamati. Significherebbe riconoscere che sotto l’erba tagliata con cura si nascondono ancora i rifiuti e le carcasse che il loro labrador di razza ha seppellito agilmente e che inquinano il terreno, impedendo a quella piantina di pomodori tanto desiderata di crescere bella e fruttuosa.

Una volta indicato con chi parlare, però, Santa Barbara dovrebbe anche definire a chi parlare. È qui che il progetto, facendo proprio il principio per cui il privato si fa politico, ha la potenzialità di trasformare le istanze dei singoli artisti e/o attivisti in un’agenda istituzionale. Ritorna necessario fare riferimento al Friday For Future: cito da un articolo di Antonio Scalari per Valigia Blu che «non si tratta di evitare di buttare le cartacce per terra. Sì si possono anche fare scelte individuali […], ma sono insufficienti. Servono politiche energetiche, industriali, tecnologiche, economiche, infrastrutturali, per contrastare i cambiamenti climatici». Fare gruppo è sicuramente un primo e importante passo, ma il progetto Santa Barbara dovrebbe stare attento a non restare un gruppo di Art-ivisti Anonimi e cercare piuttosto all’esterno del suo nucleo il proprio interlocutore, che io suggerisco essere istituzionale.

In foto, Martina Cera con altri attivisti durante la manifestazione People 2 March a Milano.

In foto, Martina Cera con altri attivisti durante la manifestazione People 2 March a Milano.

L’assenza di risorse da investire in talenti artistici e nell’attivismo non è la nefasta conseguenza di imprevedibili e incontenibili carestie o piaghe divine: le responsabilità sono politiche. Non parlo semplicemente di risorse economiche, che mancano e non è un mistero, ribadirlo non servirebbe a molto. Parlo piuttosto di una mancanza di educazione tanto artistica quanto civica. Che non ci sia una «grande considerazione degli artisti e del mondo dell’arte in generale» lo sa bene, ad esempio, Maria, due lauree in Beni Culturali, secondo cui all’arte dovrebbe essere dedicato più spazio nelle scuole, così come all’educazione alla cittadinanza. Si dà poco peso a questo ambito perché «si pensa che con l’arte e la cultura “non si mangia”» e che quindi, in un mondo orientato al profitto, debbano essere declassate all’ordine del superfluo. Questo è però un circolo vizioso, tale per cui se all’arte non viene riconosciuto valore, non se ne reputa necessario l’insegnamento; se non vi è educazione, non nasce interesse; se manca questa spinta, non si crea un pubblico; se non c’è un pubblico a sostenerle, muoiono quelle «attività di promozione e valorizzazione» che, indica Maria, potrebbero essere la soluzione. Infine, se l’arte non ha successo, non si finanzia; se non si investe, si svaluta – e qui torniamo al punto di partenza.

Questo vale per tutti i settori artistici. Lavoro nell’industria cinematografica e mi è capitato sia di accettare di essere pagata meno del minimo sindacale sia di sentirmi dire che «vorremmo lavorare con te, ma non possiamo permetterci di assumerti», dovendomi così scontrare molto spesso con la consapevolezza che, per quanto brava potessi essere, sarebbe stato difficile trovare qualcuno in grado di pagarmi per il mio lavoro. Il che è peggio di fare i conti con le proprie incapacità: di quelle, prima o poi, ce ne si fa una ragione.

 

 

 

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Per quanto riguarda la produzione, invece, ho la netta impressione che, ormai, il solo cinema italiano a riuscire a vedere la luce sia quello che accede ai fondi pubblici. Le società di produzione, oggi, hanno un raggio d’azione molto limitato e corrono ben pochi rischi. Usare il termine «rischio» in un Paese con una storia cinematografica come quella italiana è assai triste, ma è anche la verità: gli spettatori assidui sono sempre meno (solo il 7,7% frequenta le sale 7 o più volte in un anno, secondo i dati ISTAT); il 40% preferisce la programmazione (passiva) della TV alla scelta attiva del film da vedere in sala. D’altra parte, solo per 1 spettatore su 3 è l’interesse per uno specifico film a spingere ad andare al cinema. Conferma che l’interesse è alimentato dall’educazione il dato secondo cui il pubblico cinematografico è composto al 70,9% da laureati e al 66,7% da chi ha ottime risorse economiche.

Insomma, se agli artisti e agli attivisti oggi manca qualcosa è l’attenzione. Questo non perché le masse siano per loro natura stupide, pigre e rinunciatarie, ma perché su di loro non si è lavorato abbastanza, in termini – lo ribadisco – di educazione. Forse un progetto come Santa Barbara non potrà cambiare direttamente le cose, ma potrebbe diventare l’inizio di una base d’attivismo forte, che reclama spazio rivolgendosi direttamente a chi, di queste mancanze, è responsabile. A nome di Parte del discorso, dichiaro: noi ci siamo. Cambiamo questa merda.

About author

Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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