Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? L'incanto di Pirandello nel teatro di Fortebraccio

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Foto di Antonio Ficai dallo spettacolo Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?. Regia di Roberto Latini, con PierGiuseppe Di Tanno

Foto di Antonio Ficai dallo spettacolo Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?. Regia di Roberto Latini, con PierGiuseppe Di Tanno

«Vorrei che gli attori calzassero zoccoli altissimi, portassero maschere più espressive del volto umano, e parlassero per mezzo dei megafoni. Infine, vorrei che le parti femminili fossero recitate dagli uomini». È quanto invocava disperatamente nei suoi Diari Intimi Charles Baudelaire che, in mancanza d’altro, a teatro ci andava solo per ammirare il lampadario.

Chissà cosa avrebbe pensato il poeta maledetto se avesse avuto l’opportunità di vedere il recente Premio Ubu PierGiuseppe Di Tanno, andato in scena al teatro Franco Parenti, dal 19 al 24 marzo, con Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?. L’opera, lavoro decostruito a partire dalla tragedia pirandelliana, è l’ultima produzione firmata Fortebraccio teatro, una drammaturgia in forma di scrittura scenica di e senza, questa volta, Roberto Latini che ne cura solo la regia.

In equilibrio su un elevato trespolo a forma di parallelepipedo, un secondo palchetto sul palcoscenico che allude al metateatrale, il performer fa la sua presentazione di spalle. Basta un’alzata d’occhi per scorgere la mezza maschera che ricorda un teschio, bianca come la canottiera che copre il suo petto. Al collo porta una gorgiera viola e sfoggia dei pantaloni neri plastificati e aderenti. Le unghie delle mani e dei piedi sono laccate e un codino blu elettrico rende più dark la sua figura di Joker dannato. Un’enorme tela fa da sfondo all’esibizione che avviene in uno spazio nudo di arredi, senza quinte né scena, quasi al buio e vuoto, perché si abbia fin dal principio – come annotava Pirandello nella didascalia iniziale – l’impressione di uno spettacolo non preparato.

Foto di Claudia Pajewski dallo spettacolo Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?. Regia di Roberto Latini, con PierGiuseppe Di Tanno

Foto di Claudia Pajewski dallo spettacolo Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?. Regia di Roberto Latini, con PierGiuseppe Di Tanno

In penombra, ancora prima che tutto abbia inizio, Di Tanno si muove, sfiora con i piedi la stoffa, emette stridolini, fomentando la curiosità di chi lo osserva. La bocca, ora chiusa in un ghigno diabolico, ora grotta, spalancata, eco delle innumerevoli voci inghiottite, si fa subito narratrice del doloroso dramma dei Personaggi, costruzioni della fantasia immutabili, in visita dal capocomico per cercare qualcuno che li faccia vivere artisticamente. I Personaggi irrompono nella realtà da ogni lato, la accerchiano, la invadono e sfruttano i varchi lasciati liberi per farsi avanti, per ottenere l’attenzione tanto desiderata. Sono in bilico tra emotività esacerbata e lucidità razionale. Così sin dal principio il monologo si fa rissa e Di Tanno, formidabile trasmettitore di se stesso, è il vero autore che gioca e reinventa il suo ruolo per consegnarlo al pubblico in un presente unico e irripetibile.

Protagoniste assolute sono le parole di cui l’attore si serve in senso concreto e spaziale, manipolandole come un oggetto solido. E la voce, in tutti i suoi timbri e cambi repentini, ora stridula, ora grave, si muove dentro le parole, seguendo il respiro, financo nei suoi impedimenti per arrivare addirittura a inchiodarsi alle ossa. Ed è sul piedistallo che Di Tanno si inginocchia, si piega, si serve di linee oblique e di traiettorie che lo pongono in una dimensione completamente diversa. Pronuncia le frasi in modo asciutto, altre volte le smonta, disorganizza i suoni, si concede senza remore a una suggestiva avventura sintattica, spensierandosi in musica.


È il “come se” la freccia attraverso cui passa il dramma in cui PierGiuseppe assorbe monologhi, dialoghi, didascalie, diventando filtro e vomitando la furibonda ribellione di ‘figure più reali e consistenti della volubile naturalità degli attori, nate vive dalla fantasia di un autore che ha voluto poi negargli la vita’.


Servono buone orecchie per vedere il carisma di un performer simile, che dice quello che fa, ma soprattutto che fa sempre quello che dice. Un dire che stratifica le presenze, che brucia immediatamente, retto da una costante tensione, che prova e che scuote le comode certezze di chi vive acciambellato nel sistema. È il “come se” la freccia attraverso cui passa il dramma in cui PierGiuseppe assorbe monologhi, dialoghi, didascalie, diventando filtro e vomitando la furibonda ribellione di «figure più reali e consistenti della volubile naturalità degli attori, nate vive dalla fantasia di un autore che ha voluto poi negargli la vita».

Come un dio che non conosce il perdono, Di Tanno si serve del testo in un climax che tende al delirio, fino a giungere alle feroci grida di dolore di chi non riesce a mettere a tacere il chiasso del cervello. L’attore continua a recitare questo putiferio di diavoli che ha per la testa attraverso una polifonia che non annulla l’immagine, ma che la fa vedere molto di più. Ogni tanto a provocare un’interruzione arrivano un faro (luci e direzione tecnica di Max Mugnai), che squarcia il buio qui e lì con rapide e improvvise accensioni, e un ventilatore che alza appena il telone concedendo alcuni minuti di refrigerio.

Momento cruciale è quando l’attore solleva la maschera scoprendo occhi vuoti, come quelli dei morti. In un istante che si fa silenzio fino alla muta apparizione, con la lentezza satura di energia come un danzatore di Butoh, il performer, togliendo la maschera, capisce che è tutto lui stesso una maschera e si convince dell’impossibilità di mettere in scena qualsiasi dramma. Lascia cadere la gorgiera, strizza la canotta del sudore che lo ha sopraffatto per più di 40′ minuti, mentre si alza un velario nero su cui appare proiettata una sfilza di parole: virgola, due punti, pausa, realtà, finzione,vera, straziante, luce, idea, il tutto accompagnato da sferzate di musica elettronica (Gianluca Misiti) che rimbombano nella sala, amplificando sempre di più l’atmosfera onirica.

Foto di Antonio Ficai dallo spettacolo Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?. Regia di Roberto Latini, con PierGiuseppe Di Tanno

Foto di Antonio Ficai dallo spettacolo Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi?. Regia di Roberto Latini, con PierGiuseppe Di Tanno

Di Tanno ritorna questa volta con una giacca bianca e dei guanti di pelle stretti in mano, parla in un microfono sospeso dall’alto. Supplica che il macchinista gli lasci accesa almeno una lampadina e recita l’ultima didascalia illuminata da una luce rosso vivo, contro un trasparente sudario nero. Quando cala la tela declama il monologo della figliastra che, per intensità e vibrante potenza, ricorda tanto l’interpretazione magistrale di Rossella Falk per la regia di De Lullo, tutta tesa a una preghiera carnale di puro lirismo, che si fa fantastico volo nell’attore.

Il piedistallo si trasforma in bara, rimanda alla vasca in cui la bambina (non) annega e, dopo aver indossato i guanti, il giovane interprete dà vita in inglese al dialogo dei becchini del V atto dell’Amleto mentre sono alle prese con il cadavere di Ofelia. Qui improvvisazione e tempi comici vanno a braccetto divenendo celebrazione dell’attimo. E come sanno fare solo i grandi jazzisti, Di Tanno osa, porta a spasso con un magnetismo fuori dal comune. Sulle splendide note di Midnight the Stars and You si sentono registrati i versi del Padre: «Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!».

Il ventilatore si trasforma ora in una macchina magica da cui fuoriesce la schiuma di sapone che sommerge il settimo personaggio in un ultimo caro rigonfio di esistenza.

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