Senza mai arrivare in cima: impariamo ad ascoltarci

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In foto, la copertina del libro "Senza mai arrivare in cima", di Paolo Cognetti. © Ylenia Del Giudice per Parte del Discorso

In foto, la copertina del libro “Senza mai arrivare in cima”, di Paolo Cognetti. © Ylenia Del Giudice per Parte del Discorso

Senza mai arrivare in cima: questo il titolo del secondo romanzo edito da Einaudi di Paolo Cognetti, già Premio Strega con Le otto montagne. Il suo è probabilmente un nome che avrete già sentito o quanto meno visto passando da uno scaffale all’altro. Delle sue otto montagne non so nulla – non mi fido mai dei titoli indicati dal Premio Strega, ma questo è del resto un mio problema. Posso mettere la mano sul fuoco, però, su questo secondo titolo, senza ombra di dubbio.

Ogni libro che sento ha sempre una storia, un perché; nonostante possano sembrare scelte casuali, devo ammettere che non lo sono mai del tutto. Senza mai arrivare in cima è, inconsciamente, quella voce che non voglio ascoltare, che voglio ignorare perché non c’è tempo; bisogna correre, non bisogna fermarsi. La paura, l’ansia, il panico, quel dover fare, l’essere sempre in perenne movimento senza comunque arrivare mai. Sono questi i motivi che mi hanno spinta a riprendere un percorso terapeutico; quando poi mi sono sentita nuda, spogliata di tutto e per mia volontà, ho sentito il bisogno di ritornare a toccare la terra umida, ad apprezzarne l’odore. Adesso vado a fare trekking con il FAI. Nonostante questa premessa, non sono riuscita ad avvicinarmi, a una prima lettura, al viaggio di Cognetti.

Senza mai arrivare in cima: divorare passi, passaggi e paesaggi

Succede questo. Vincenzo De Liquori (lo stesso del quale ho parlato in un precedente articolo) mi regala per Natale l’iscrizione al FAI e mi dice poi che forse potrebbe piacermi La porta proibita, di Terzani. Mi attivo con tutte e due le cose: leggo divorando le parole, confrontando quella Cina al Viaggio in Cina di Cassola e mi sembra un mondo totalmente diverso. Poi mi blocco; se non posso vederla devo fermarmi. Riprendo fiato, salto da una lettura all’altra, da un articolo all’altro. Continuo a sentire il bisogno di liberarmi di tutto, di tornare a essere il lupo di Clarissa Pinkola Estès e, per questo motivo, per non fuggire dalla realtà, mi incammino con Cognetti verso l’Himalaya. Mi cade l’occhio sulla citazione che viene riportata in apertura. Proprio Terzani.


volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla con i miei occhi prima che scompaia”.


Però corro troppo, vado troppo di fretta. Come fosse una gara, leggo pagina dopo pagina cercando di arrivare al punto, di scoprire qualcosa che non so, di sentirmi soffocare come si sente lui quando supera una certa altitudine. Questo non succede. Cerco di identificare i luoghi ma sembra tutto avvolto dalla nebbia. Nessuna indicazione certa, nessuna coordinata. Mancano una decina di pagine e dico al mio gruppo di lettura: «Ragazze, questo libro non va, non è un diario, non è un romanzo, non sembra essere niente. Cammina, cammina, ma non arriva mai».

Senza mai arrivare in cima: l’importanza dell’altro punto di vista

Mi ricordano del blog di Fabrizia e di una recensione scritta da un ragazzo proprio riguardo Senza mai arrivare in cima. La leggo e finalmente capisco: il problema non è il libro, sono io. Suona come quel banalissimo ti lascio perché ti amo troppo ma è davvero così: la mia fame che mi impedisce di camminare. Ho così perso quei particolari che restano impressi nella mente e che vanno ad aggiungere un tassello in più nel puzzle della vita di ognuno. Il viaggio di Cognetti non è un viaggio esclusivo bensì un viaggio di gruppo, dove ognuno mantiene il suo ritmo pur camminando affianco all’altro. È il viaggio per riscoprire gli affetti mancati, le proprie paure e i propri limiti. Come ci insegna Romagnoli, è il viaggio del Solo bagaglio a mano: cosa è davvero necessario per affrontare un viaggio? Serve davvero riempire lo zaino di cose? Serve davvero raggiungere la cima?

Senza mai arrivare in cima: l’escursione come metafora della vita

Non è questo il caso nel quale il viaggio diviene metafora di vita. L’escursione, la camminata, lo zaino in spalla che raccoglie la brina dalle foglie che si muovono fra i rami; sono questi gli aspetti che probabilmente sono più vicini ad identificare i nostri viaggi personali. La calma con la quale si osserva un ruscello o il silenzio poco prima dell’alba. Quei momenti in cui scegliamo come compagno un libro, il telefono spento in fondo allo zaino. Con questa idea Cognetti affronta il suo personale viaggio, senza mai arrivare in cima, perché del resto, come dice lui stesso volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla con i miei occhi prima che scompaia”.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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