«Di solito non leggo donne, ma...». Essere donna nel mondo dell'editoria

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La scrittrice Violetta Bellocchi in una foto di Vincenzo Ligresti. La festa nera (Charelettere, 2018) è il suo ultimo romanzo

La scrittrice Violetta Bellocchi in una foto di Vincenzo Ligresti. La festa nera (Charelettere, 2018) è il suo ultimo romanzo

«Di solito non leggo donne, ma questo mi è piaciuto». Il signore fa una pausa, e poi si lancia nel complimento definitivo: «C’è da dire che questo libro non sembra neanche scritto da una donna!».

Nella sala centrale di una libreria X, di una città X, cala il silenzio. E il gelo. Sono tante le donne sedute lì dentro, con una copia dello stesso romanzo sulle ginocchia e le gambe infilate sotto una sedia di plastica, che adesso si guardano intorno perplesse. Sono perplessi anche gli uomini in sala e lanciano occhiate al tizio in piedi, che con un mezzo sorriso si rimette seduto.

La scrittrice che fronteggia la sala, Marta, non è nuova a questo tipo di interventi. E sa già come va a finire, nove volte su dieci: chi durante le presentazioni alza la mano per dire qualcosa di ironico, provocatorio, per lanciarsi in complimenti della risma di quello citato, come se leggere donne fosse qualcosa da non fare o da ammettere controvoglia, sarà probabilmente la stessa persona che alla fine si alzerà e la raggiungerà, a libreria già mezza vuota. «Scusa, per caso sai dirmi a chi posso mandare il mio manoscritto?».

L’indice delle Streghe: solo cinque donne premiate dal 1988

Helena Janeczek è stata l'ultima donna ad aver vinto il Premio Strega, lo scorso anno, col suo La ragazza con la Leica

Helena Janeczek è stata l’ultima donna ad aver vinto il Premio Strega, lo scorso anno, col suo La ragazza con la Leica

Qualche dato rapido. Pochi giorni fa gli Amici della domenica hanno annunciato i 57 autori in lizza per il Premio Strega 2019. 23 di questi, circa il 40%, sono donne. Non è sempre stato così. Negli ultimi trentun anni, dal 1988 al 2018, lo Strega – uno dei premi letterari più prestigiosi d’Italia – è stato vinto solo da cinque donne. L’ultima è stata Helena Janeczek, lo scorso anno, col suo La ragazza con la Leica; per trovare un altro nome femminile tra quelli dei vincitori bisogna tornare indietro fino al 2003, fino a Vita di Melania Mazzucco. Qualcosa si muove e ce lo dice – oltre a quel 40% – anche il numero di donne tra i finalisti: nessuna nell’88, ben tre su cinque nel 2018.

Certo, secondo un’indagine di Elena Salvi (Pepe Research) presentata lo scorso anno a Tempo di Libri, questo è dovuto anche – semplicemente – all’aumento del numero di donne che scrivono. Meno del 30% nel 2005, circa il 38% nel 2017. Una tendenza confermata quest’anno anche dalle candidature allo Strega. Un dato comunque curioso, se si considera che per quanto riguarda la lettura i risultati si invertono: siamo intorno al 70% di lettrici contro il 30% di lettori. E allora manca un passaggio. Perché così poche donne nel mondo della scrittura, quando sono loro a leggere più libri? Perché questa difficoltà a imporsi nei premi letterari – pur in una prospettiva che, l’abbiamo visto, sta lentamente cambiando? Perché pochi nomi femminili ai vertici dell’editoria?

E non solo dell’editoria. Basta affacciarsi al mondo del giornalismo – ci soffermeremo soprattutto sul giornalismo culturale – per capire che il discorso non cambia. Come ci spiega Eugenia Fattori, critica televisiva e cinematografica, «le critiche donne non esistono. E non è una frase effetto: basta cercare su Wikipedia in lingua italiana per vedere che, alla voce “critico televisivo”, troviamo 29 voci di cui soltanto 3 donne; alla voce “critico cinematografico13 donne su 193 voci».

Sessismo ed editoria: ne parlano le donne

In foto, la scrittrice e blogger Marta Zura-Puntaroni. Cura Diario di una Snob (diariodiunasnob.com) da più di cinque anni

In foto, la scrittrice e blogger Marta Zura-Puntaroni. Cura Diario di una Snob (diariodiunasnob.com) da più di cinque anni

Abbiamo pensato di andare più a fondo nel problema e ne abbiamo parlato proprio con loro: con le donne che lavorano con le parole, che ogni giorno si trovano a vivere il mondo dell’editoria e del giornalismo. Non senza qualche difficoltà. Sono la scrittrice Violetta Bellocchio, la blogger e scrittrice Marta Zura-Puntaroni, l’autrice e giornalista Nadeesha Uyangoda, la giornalista Giulia Blasi, la blogger, giornalista e scrittrice Giulia Ciarapica e la critica cinematografica e televisiva Eugenia Fattori.


Mi sono sottratta a un paio di contesti in cui avrei avuto il permesso di respirare e lavorare solo se avessi accettato di essere ‘la creatura’ scelta e plasmata da un maschio.


Partiamo dal principio. Ci siamo chieste: ma in questi ambienti – che qualcuno definirebbe radical chic – ci sarà mica un problema di sessismo?

«Per usare il linguaggio più pacato possibile, delle artiste donne non gliene frega niente a nessuno. E delle scrittrici ancora meno», spiega Violetta Bellocchio. «Se sei femmina puoi avere un talento che spazia da 0 a 10, però sei femmina, quindi il tuo posto al massimo è fare la femmina: scrivere articoli sulla superficie, libri rosa o consolatori, occuparti di “questioni femminili” lisciando il pelo a chiunque».

Un problema che parte da lontano, sottolinea Bellocchio: dalle allieve delle scuole prese meno sul serio rispetto ai colleghi maschi, fino alle semi-professioniste cui vengono affibbiate mansioni minori: «L’unica chance reale ce l’hanno quelle che partono determinate a spaccare tutto e non si abbrutiscono subito. Peccato che spesso abbandonino la professione. Certo, la situazione non sta migliorando anche per un clamoroso “velinismo” femminile nei confronti del capo maschile».

E racconta di sistemi e meccanismi consolidati, duri a morire. «Mi sono sottratta a un paio di contesti in cui avrei avuto il permesso di respirare e lavorare solo se avessi accettato di essere “la creatura” scelta e plasmata da un maschio. Penso che essere cresciuta a contatto con artisti maschi veri mi abbia insegnato che un vero artista è talmente preoccupato di fare bene il proprio lavoro che non gliene frega niente di coltivarsi un successore, uomo o donna. La galassia di cattivi comportamenti che posso aver subito, dalla mano sul culo al redattore maschio che ti telefona alle undici di sera o al collega che ti bolla come “troia radical chic”, passando per tanti, tanti consigli non richiesti, non è mai venuta da gente con un peso o un valore».

Un problema di ruoli: «ai festival le donne reggono il microfono mentre gli uomini parlano delle loro opere»

In foto, la giornalista e autrice Nadeesha Uyangoda. Studia Giurisprudenza e collabora con il Corriere della Sera

In foto, la giornalista e autrice Nadeesha Uyangoda. Studia Giurisprudenza e collabora con il Corriere della Sera

Per Nadeesha Uyangoda e Giulia Blasi, il modo più semplice per rendersi conto della disparità che esiste tra uomini e donne in questi ambienti è partire non dai piedi della montagna, ma dalla cima.

«Se guardiamo chi sta ai vertici dei progetti editoriali degli ultimi anni vediamo poche donne», dice Uyangoda, «e anche quando questi progetti sono diretti da donne, mi sembra che dietro ci siano comunque degli uomini. Allora ho l’impressione, soprattutto nel freelancing, che mettere la firma su un pezzo sia una questione di cameratismo, anche quando preferiamo chiamarlo networking. In fondo, non è più facile accettare il pitch del ragazzo che i tuoi amici ti hanno presentato lo scorso weekend? Succede anche con le donne, direbbe qualcuno: e sì, succede, ma non con la naturalezza di un’abitudine radicata».

«Pochissime donne alla guida di giornali e TG, direzioni editoriali perlopiù in mano a uomini, festival letterari in cui le donne reggono il microfono mentre gli uomini parlano delle loro opere», snocciola Blasi. «In generale, una sistematica svalutazione della produzione intellettuale delle donne, che spesso vengono relegate al settore della produzione cosiddetta “commerciale”». Il che spiegherebbe anche la scarsa presenza di donne all’interno dei premi letterari: «Non vengono spesso prese in considerazione per riconoscimenti, a meno che non scrivano libri riconosciuti come aderenti al canone letterario modellato, guarda un po’, sui maschi».


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Perché anche se per qualcuno – come Marta Zura-Puntaroni e Giulia Ciarapica – un problema di sessismo c’è (ma è lo stesso che permea un po’ tutti i campi e che trova nel mondo dell’editoria solo un ulteriore modo di declinarsi), è anche vero che qui una delle problematiche è sottile, quasi inconscia, e riguarda in larga parte il pubblico: è la sensazione che le donne debbano scrivere per le donne. Un circolo di domanda e offerta ripiegato su se stesso e sugli stessi temi. Punto.

«Per quanti passi avanti – anche notevoli, eh! – siano stati fatti, credo che non si arriverà facilmente a una condizione di parità», precisa Ciarapica. «È ancora aperto il dibattito su letteratura femminile e scrittura femminile. Voglio dire: ma davvero secondo voi ne esiste una?». Il che ci riporta all’inizio di questo articolo, alla libreria X di una città X e al signore in piedi che decide di intervenire.

La diffidenza dei lettori (maschi)

In foto, la blogger, giornalista e scrittrice Giulia Ciarapica. Nel 2018 ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché (Cesati)

In foto, la blogger, giornalista e scrittrice Giulia Ciarapica. Nel 2018 ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in rete: come, dove, perché (Cesati)

«Penso che nei confronti delle scrittrici ci sia una certa diffidenza da parte dei lettori maschi», riprende Marta Zura-Puntaroni. «Forse mi sbaglio, ma credo che i lettori maschi raramente leggano donne. Se lo fanno, non lo ammettono volentieri e, se non lo fanno, non lo ammettono se non in presenza di soli uomini: questo a seconda di quanto percepiscano come cool la loro misoginia». È lei ad aver ascoltato coi propri orecchi quello «che sembra essere il complimento preferito di un certo tipo di lettore: “Di solito non leggo donne, ma il tuo libro mi è piaciuto”. Le donne però leggono più degli uomini, e in maniera più autentica».

Eccoci di nuovo alla fine della presentazione: al tipo che si alza e sottovoce chiede come diamine si faccia, a chi ci si possa rivolgere, per pubblicare un manoscritto. «Le donne leggono anche se non scrivono. E spesso, anche quando scrivono, leggono solo per il piacere di leggere. Per questo perdersi alcuni lettori maschi non è un grosso dramma».


Sono stata considerata una “che faceva cose da donne”. E che quindi non andava presa sul serio.


La diffidenza nasce spesso dalla sensazione – neanche troppo – sotterranea di cui parlavamo prima: sei una donna, scrivi cose da donne. «Fino a quando mi guadagnavo da vivere lavorando principalmente in contesti femminili, ad esempio settimanali o mensili che si rivolgevano alle donne, nessuno aveva troppo da ridire», aggiunge Bellocchio. «Ho poi voluto e potuto staccarmi da quel genere di prodotto perché ho intuito che non mi sarei mai slegata dall’ambito femminile, nel senso patinato del termine. Sicuramente, avendo poi svolto lavoro gratis per sostenere in concreto la scrittura di altre donne, sono stata considerata una “che faceva cose da donne”. E che quindi non andava presa sul serio».

Non mancano, però, le esperienze tutto sommato positive. Come quella di Giulia Ciarapica, che quando si parla di chi la legge è tranquilla: «Con i lettori non ho mai avuto questo tipo di problema da quando ho iniziato a fare questo lavoro. Loro guardano sempre ai contenuti, almeno per quanto mi riguarda».

In foto, la critica cinematografica Eugenia Fattori. Collabora con Seriangolo, Point Blank, Nina e Betty&Books e ha pubblicato Nel labirinto di Westworld (Intrecci)

In foto, la critica cinematografica Eugenia Fattori. Collabora con Seriangolo, Point Blank, Nina e Betty&Books e ha pubblicato Nel labirinto di Westworld (Intrecci)

Le cose si fanno più difficili, come sempre, quando ci si sposta sui social. È la stessa Ciarapica a ricordare un attacco particolarmente duro, l’unico che le sia capitato. «Ho ricevuto degli insulti online: non direttamente, l’ho scoperto per altre vie. Avevo stroncato il libro di un personaggio piuttosto in vista e lui replicò su Facebook. Lo fece in modo garbato, nonostante fosse parecchio turbato dalla recensione. I suoi amici e lettori scrissero che avevo stroncato il suo romanzo perché evidentemente non facevo abbastanza sesso. E questa è la versione edulcorata dei commenti: ti lascio immaginare cosa ci fosse scritto in realtà».

Le critiche su Zura-Puntaroni si sono concentrate sulle sue “origini” come autrice. «Quando è uscito il mio romanzo, qualcuno ha commentato in maniera negativa e secondo me sessista. Nasco come blogger e questa cosa che una donna scriva libri e allo stesso tempo possa parlare di, che ne so, rossetti sui social, turba ancora le menti più fragili. Ma sono stati pochi casi sporadici».

«Io ho un duplice problema, in quanto donna e in quanto nera», le fa eco Uyangoda, «quindi lo spettro di insulti che ricevo è più ampio. Normalmente evito di leggere i commenti ai miei articoli, ma diverse volte mi è capitato di intravedere su Twitter battute sessiste: soprattutto sul binomio donna di bell’aspetto/necessariamente stupida».


Non penso di aver fatto più fatica di quanto avrebbe fatto un uomo per pubblicare il mio libro. La parte faticosa è semmai il contorno, che può passare dal giochino chi-si-è-trombata-per-pubblicare alle pressioni sull’aspetto fisico.


Perché certi assiomi, per natura indimostrabili eppure duri a morire, non risparmiano neanche questi mondi. E riguardano profondamente il confronto con il collega uomo. «Non penso di aver fatto più fatica di quanto avrebbe fatto un uomo per pubblicare il mio libro», riflette Marta Zura-Puntaroni. «La parte faticosa è semmai il contorno, che può passare dal giochino chi-si-è-trombata-per-pubblicare alle pressioni sull’aspetto fisico». E così l’autrice donna si trova a fare i salti mortali per conquistarsi una credibilità che agli autori maschi – quelli bravi, che si impegnano e lo meritano – viene concessa senza troppi problemi.

Sembrano cose piccole, ma allo scrittore maschio è permesso di tutto: «dalle camicie a fiori inguardabili alle opinioni politicamente scorrette, fino ai commenti scomposti sull’ultimo evento sportivo. Come donna ogni volta che fai una battuta, metti uno smalto colorato, esci insomma dall’idea di “intellettuale col tailleur”, rischi di non essere presa sul serio».

In foto, la giornalista Giulia Blasi. Ha pubblicato per Rizzoli il libro Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici (2018)

In foto, la giornalista Giulia Blasi. Ha pubblicato per Rizzoli il libro Manuale per ragazze rivoluzionarie. Perché il femminismo ci rende felici (2018)

E ancora, «L’assenza quasi totale di registe donne in concorso all’ultimo festival di Venezia non è il problema, ma è un sintomo, il simbolo di una forma mentis che tende a premiare lo status quo», racconta Fattori, riflettendo sulle dinamiche interne al suo ambiente. «I registi maschi sono di più, più famosi, più stimati e non si sentono chiamare “puttana” in sala durante le proiezioni».


Spesso mi è capitato di guardarmi intorno e leggere autori maschi, bianchi e miei coetanei che scrivevano di migrazioni e seconde generazioni più frequentemente di giornaliste nere altrettanto preparate e con maggiore empatia verso l’argomento.


«Spesso mi è capitato di guardarmi intorno e leggere autori maschi, bianchi e miei coetanei che scrivevano di migrazioni e seconde generazioni più frequentemente di giornaliste nere altrettanto preparate e con maggiore empatia verso l’argomento», prosegue Nadeesha Uyangoda. «Penso sia da questa esclusione che sono nate certe realtà editoriali in cui maggior spazio è lasciato ad autori neri e/o di seconda generazione».

«In più occasioni ho visto progetti proposti da me – giovane e donna, due enormi discriminanti – venire liquidati in un batter d’occhio e poi magari affidati a colleghi uomini». aggiunge Giulia Ciarapica. Alla base, dunque, ci sarebbe una certa mancanza di fiducia. «Io ho cercato con buonsenso e un filo di testardaggine di proseguire comunque per la mia strada, trovando sempre soluzioni alternative. Finora è andato tutto bene».

«Qui e ora, io ho il 20% di quello che avrei se fossi un uomo»

In foto, la scrittrice Violetta Bellocchio

In foto, la scrittrice Violetta Bellocchio

Per Giulia Blasi è difficile stabilire quanto il suo essere donna possa averla penalizzata. Soprattutto in un campo intuitivo, sfuggente, poco “misurabile” com’è quello dell’arte e della comunicazione: «Se dicessi che ho fatto più fatica rispetto a un collega uomo, mi sembrerebbe di gridare al sessismo per giustificare i miei fallimenti. E poi qual è la misura? Chi stabilisce quanto sono brava, quanto lo è il mio collega? Sono solo certa che l’ambiente non sia ospitale, questo sì. Ma non posso dire con sicurezza di essere o di essere stata sottovalutata. Ho sempre cercato di fare quel che mi sembrava vero e onesto per me. Il resto è congettura».

Non ha dubbi, invece, Violetta Bellocchio. «Qui e ora, io ho il 20% di quello che avrei se fossi un uomo. Non si tratta di risultati da raggiungere, quanto di restare attive, in circolazione. E a me ci è voluta una fatica inumana. Comprese fasi in cui formalmente “avevo ottenuto un risultato”, libri pubblicati e collaborazioni soddisfacenti, che in sottofondo avevano comunque robe come “vieni invitata a un festival e nessuno dei colleghi ti rivolge la parola”, o “lasci un posto perché non ti pagano da mesi, recuperi i soldi tramite azione legale, vieni sbattuta nella lista nera perché sei una femmina che ha rotto il cazzo per essere pagata e ci è riuscita”». Una fatica ripagata, però, da una consapevolezza ormai radicata. «Puoi stare sicura che tutto quello che riesco a produrre ora lo faccio perché sono ultra-preparata nello specifico e che mi sto godendo ogni singola opportunità. Ma determinati traguardi non li taglierò mai, purtroppo. Uno su tutti, poter scrivere per il cinema».

Qualcosa si sta già muovendo, qualcosa sta già cambiando. Come in qualsiasi altro ambito, parte tutto dal prendere consapevolezza. E se per Violetta Bellocchio l’unica soluzione possibile è «bruciare tutto» (sarà per questo che il nuovo progetto che ha messo in piedi nelle ultime settimane, ideato da donne che lavorano nella cultura, è dedicato a Santa Barbara, patrona dei vigili del fuoco?), per altre il margine d’intervento è più ampio. Come si può cambiare questa situazione, insomma?

Promuovere il cambiamento è possibile

In foto, Carolina Capria, curatrice del progetto L'ha scritto una femmina

In foto, Carolina Capria, curatrice del progetto L’ha scritto una femmina

«Leggere più donne, parlare più di donne, promuovere più donne brave. Quello che fa il progetto L’ha scritto una femmina, insomma. Questo lo possono fare tutti», dice Giulia Blasi. «Un’altra cosa che faccio abitualmente è spulciare le line-up dei festival, dei congressi e dei panel e far notare in pubblico quando ci sono poche donne. Non va sempre benissimo, perché l’ambiente culturale si racconta di essere molto per le pari opportunità. Ma bisogna essere un po’ tenaci».

Per Nadeesha Uyangoda sarebbe necessario avere più donne che lavorano nel mondo dell’editoria per migliorare le condizioni professionali di tutte le altre. «Si tratta di un serpente che si mangia la coda, lo so», precisa. Eppure sarebbe così semplice.

«Proprio perché il problema è un problema di fondo, culturale, bisogna intervenire su quello», conclude Giulia Ciarapica. «E poi le donne dovrebbero imparare a fare più squadra, a prendersi tutto ciò che spetta loro. Bene sottolineare il fatto che ci si è conquistate un ruolo che prima era riservato ai soli uomini, ma niente arriva dal cielo. Non è grazia ricevuta». Non lo è, in una società che sta cambiando ma che è ancora intrisa di luoghi comuni, di doppie velocità, di parole misurate su realtà che alle donne spesso vanno ancora troppo strette. E loro, che con le parole ci lavorano, sanno quanta fatica, quanto impegno, quanta competenza ci siano dietro questo ruolo: «Ce lo siamo conquistato perché siamo valide. E dovremmo ripartire da qui».


Scritto da Guendalina Ferri e Virginia Ciambriello.

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