L'ambientalismo è una cosa da femmine?

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Manifestante alla marcia ambientalista Friday For Future a Trieste, Italia © partedeldiscorso.it / Anna Scassillo

Manifestante alla marcia ambientalista Friday For Future a Trieste, Italia © partedeldiscorso.it / Anna Scassillo

Si fa un gran parlare di ambientalismo, ecologia, ecosostenibilità. Ma poi, nella pratica, nell’inquinata e ingombra vita di tutti di giorni, da dove si comincia?

Una rapida ricerca su Google serve solo a farti capire cosa stai facendo di sbagliato: butti l’olio nel lavandino? Sei un criminale assassino inquinatore degli oceani; getti gli scontrini nella carta? Da qualche parte c’è un delfino che sta ansimando su una spiaggia imbrattata di catrame ed è colpa tua; compri una bottiglietta di plastica al bar? Dante ha creato un girone infernale apposito per quelli come te.

Insomma, il rischio è quello di lasciar perdere: è troppo, questo pianeta è spacciato, lasciamo che un’onda anomala di cannucce e spazzolini usati ci sommerga tutti e facciamola finita. In fondo, ce lo meriteremmo.

Overwhelmed. Sopraffatto. Mi sentivo esattamente così, come mi dice Marianna con un sorriso. Accanto a lei siede Sara, che parla con un gruppo di ragazze riunite in un bar dove si sta organizzando uno swap party. Ma andiamo con ordine.

In foto, l'attivista svedese Greta Thunberg, 16 anni, candidata al Nobel per la Pace

In foto, l’attivista svedese Greta Thunberg, 16 anni, candidata al Nobel per la Pace

Marianna e Sara sono le fondatrici di Rete Zero Waste, che copiando quello che scrivono nel loro bellissimo sito è una rete creata “da un gruppo di donne provenienti da tutta Italia con l’obiettivo di fornire consigli, suggerimenti e risorse per chi vuole ridurre il proprio impatto ambientale, produrre meno rifiuti e vivere in maniera più sostenibile”.

Lo Zero Waste (o quasi) è uno stile di vita, un cambiamento radicale ma graduale, che dovrebbe portare a ridurre drasticamente i rifiuti prodotti nel corso della vita. Probabilmente, se siete donne lo sapete già. Mi ero accorto infatti, nel corso della mia ricerca, anche di un’altra cosa e ne avevo avuto la conferma non appena entrato nel bar dove Marianna e Sara mi hanno dato appuntamento.

Ma l’ambientalismo, l’ecologia, l’ecosostenibilità… è una roba da femmine?

Sara e Marianna (e tutte le ragazze presenti) annuiscono prima di rispondere: «Sì, te lo confermiamo. Rete Zero Waste è una realtà esclusivamente femminile, anche a livello dei gruppi locali (“gruppi di persone che, in accordo con il coordinamento nazionale, decidono di formare una realtà locale in grado di rappresentare sul proprio territorio la Rete Zero Waste”, sempre dal sito. Stavo, senza saperlo, partecipando proprio a una riunione di un Gruppo Locale, nda), con qualche rara eccezione».

Il logo di Rete Zero Waste Italia

Il logo di Rete Zero Waste Italia

L’eccezione, a parte il sottoscritto, in quel caso era un ragazzo francese che sedeva un po’ in disparte, forse anche lui overwhelmed come me. Cerco un’intesa, una qualche forma di solidarietà.

Anche all’estero è lo stesso? Il discorso ambientalista è tenuto quasi esclusivamente da donne?

Lui è visibilmente stupito della domanda. E capisco il perché quando risponde: «In realtà no. Almeno, in Francia la questione è sentita più o meno da tutti, non se ne fa un discorso legato al sesso della persona».

Non dovrebbe esserlo, infatti. Ma l’evidenza di ciò che ho davanti agli occhi parla chiaro: nel corso della mia ricerca, oltre che la Rete, ho avuto a che fare con il negozio Friendly Shop di Padova e anche Caterina, la fondatrice, nei brevi messaggi che siamo riusciti a scambiarci, mi ha confermato che la maggior parte dei loro clienti è donna. Questo perché l’offerta si è regolata verso prodotti per la cura della persona e della casa. Tutti campi percepiti dal maschio italiano come “femminili”, secondo il vecchio stereotipo duro a morire per cui a tenere all’igiene sono esclusivamente le donne. E sono, quindi, solo le donne a doversi preoccupare di costruire.

Lo ha scritto anche la nota ambientalista indiana Vandana Shiva in una lettera alla sindaca di Roma Virginia Raggi: “Nella storia le donne sono state relegate a fare il lavoro che era considerato irrilevante. Andare in guerra e uccidere era considerato importante. Fare profitti a spese degli altri era considerato importante. In realtà, le donne sono state lasciate a fare le cose reali: fornire l’acqua, fornire il cibo, e prendersi cura della famiglia. I valori di cui abbiamo bisogno sono i valori legati alla conoscenza di come vivere con la natura. Abbiamo bisogno di conoscenza su come prendersi cura. Abbiamo bisogno di conoscenza su come si condivide. Questo è il sapere delle donne, le capacità di cui avremo sempre più bisogno in futuro. O sarà permesso alle donne di mostrare la via o non avremo nessun futuro”.

Forse senza saperlo, o forse sì, ma Sara mi dice esattamente la stessa cosa: «Noi confidiamo in un mondo salvato dalle donne».

In foto, l'ambientalista indiana Vandana Shiva

In foto, l’ambientalista indiana Vandana Shiva

Ma non c’è il rischio che poi si crei un circolo vizioso, se si continua a parlare solo alle donne per le donne, su un tema così universale?

«È un problema, senza dubbio, tanto che stiamo cercando di creare una realtà, all’interno della Rete, che si rivolga proprio agli uomini. Quelli che sono già all’interno della Rete lo sono in quanto compagni, mariti, fidanzati…raramente c’è un moto spontaneo, un’iniziativa personale che non sia stata in qualche modo “pilotata” da una donna».

Penso a Greta Thunberg e alle milioni di adolescenti, maschi e femmine, nelle piazze di tutto il mondo. E penso, inevitabilmente, anche all’attacco frontale che alcuni personaggi discutibili le hanno riservato.

Nella vostra esperienza, come Rete e anche personale, avete mai avuto la sensazione di essere, come dire, “pedanti”?

«Capita, senza dubbio. Ma è una reazione giustificata. D’altronde, ne abbiamo già parlato: quando inizi a entrare in un’ottica zero waste ti rendi conto che il cambiamento che devi fare sarà radicale e puoi avere la tentazione di abbandonare tutto. Le abitudini sbagliate sono moltissime, farle notare può essere percepito come fastidioso. Per questo all’interno della Rete stiamo lavorando a un progetto per quella che chiamiamo una “Rivoluzione gentile”».


È perfettamente normale non sapere da che parte cominciare. L’importante è mostrare quanto può essere semplice condurre una vita a impatto quasi zero.


Di che si tratta?

«Molto spesso l’errore commesso è quello di essere troppo aggressivi su questo tema. Noi non siamo d’accordo, pensiamo che un atteggiamento troppo rigido sia controproducente. È perfettamente normale non sapere da che parte cominciare. L’importante è mostrare quanto può essere semplice condurre una vita a impatto quasi zero. Gradualmente, non tutto in una volta. Noi come Rete siamo lì per aiutare in questo passaggio, o almeno ci proviamo. Poi, è chiaro, viviamo tutti in questo mondo: se abiti a Roma sarebbe troppo chiederti di rinunciare alla macchina. Ma puoi smetterla di comprare bottigliette di plastica e usare, invece, una borraccia; puoi comprare la frutta sfusa e portarti le buste da casa quando fai la spesa; puoi comprare i vestiti in un negozio dell’usato, o a uno swap party. Sono cose minime che possono iniziare a fare tutti. Il resto viene con calma».

A proposito: cos’è uno swap party?

«Un incontro per scambiare vestiti usati. Uno dei primi passi, infatti, è riconsiderare il concetto di “rifiuto”: noi buttiamo tantissime cose che potrebbero essere riutilizzate ancora tante volte. Non solo i vestiti, penso anche alle stoviglie, per esempio. Rifiuto è qualcosa che non utilizzerai mai più, che ha perso la sua funzione. Se cominci a vederla in questa maniera, è più semplice rendersi conto che le cose possono avere tanti usi, tante funzioni diverse».

Il riciclo, in altre parole. Solo che nessuno me lo aveva mai spiegato così.


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Ringrazio Sara e Marianna, e ripenso alla loro “Rivoluzione gentile”. La gentilezza è un atteggiamento che nel mondo non trova più tanto spazio. Specie sulle politiche ambientali. L’aggressività avida di Donald Trump negli Stati Uniti o di Jair Bolsonaro in Brasile, come anche quella più grossolana ma comunque pericolosa made in Italy si può combattere, mi chiedo, con la gentilezza? Si può contrapporre un tono pacato alle grida sguaiate di chi sta avvelenando il mondo e vuole anche ragione?

Quasi a risposta alla mia domanda, è spuntato un
video in rete
che mostra la congresswoman statunitense Alexandria Ocasio-Cortez mentre perde letteralmente le staffe davanti ai membri del Congresso, che aveva appena respinto il voto sul suo Green New Deal, accusato di essere “elitario”.

«Volete dire alla gente che le loro preoccupazioni e i loro desideri di acqua pulita, di aria pulita, sono elitari?», grida battendo i pugni sul tavolo. E ha centrato il problema: la narrazione sull’ecosostenibilità portata avanti da chi ad essa si oppone è imperniata tutta sull’aspetto “maschile” dell’economia. Insomma, si spaccia per vera la favoletta populista che per essere ambientalista devi potertelo permettere.

In foto, la congresswoman statunitense Alexandria Ocasio-Cortez

In foto, la congresswoman statunitense Alexandria Ocasio-Cortez

Il punto è che è vero solo in parte: è corretto che i prodotti cosiddetti “bio” appartengono a una fascia di prezzo più alta. Ma è anche vero che, come Sara e Marianna mi hanno dimostrato, lo Zero Waste è uno stile che tende a dimezzare il costo della vita, non ad aumentarlo. Produrre meno rifiuti significa comprare di meno, che significa spendere meno.

«Dobbiamo ridefinire il discorso sul cambiamento climatico, e dobbiamo farlo parlando di giustizia ambientale. Per molto tempo abbiamo pensato che la legislazione sul cambiamento climatico servisse a salvare gli orsi polari. Non pensiamo all’aria che respiriamo nel Bronx. Oppure ai minatori che prendono il cancro in West Virginia. Dobbiamo parlare del clima come di una questione di giustizia sociale, giustizia economica e giustizia ambientale», dice sempre Ocasio-Cortez, questa volta in un’intervista a Rolling Stone USA.

Da una parte, quindi, la Rivoluzione Gentile; dall’altra invece i pugni chiusi, la voce alta, la ferma protesta. Sono facce della stessa medaglia, ma entrambe facce di donne: donne lontane e diverse tra loro, con approcci diversi al tema dell’ecosostenibilità, ma che hanno capito una cosa prima degli altri, ossia che su questo pianeta ci siamo sopra tutti. Un’ovvietà, ma a volte sono proprio le cose più ovvie che hanno bisogno di essere ribadite. Come Sara e Marianna che mi hanno spiegato cosa significa riciclare, così le donne dovranno guidarci tutti verso il futuro. In maniera alle volte gentile e altre volte – perché alcuni, troppi, sono più duri a comprendere – più “pedante”.

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Giuseppe Cassara

Giuseppe Cassara

C’è un accento sull’ultima ‘a’ del cognome, ma la tecnologia lo rifiuta. Già questo dice tantissimo. Da Palermo a Roma, passando per Torino. Come quell’accento, cerco ancora di trovare il mio posto.

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