Anna Santinello, pioniera dell’intreccio scultoreo

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In foto, una delle opere dell'artista Anna Santinello

In foto, una delle opere dell’artista Anna Santinello

Un intreccio di fili che si diramano con impeto verso lo spazio creando una sinergia indissolubile tra sentimento, cuore e anima, evocando la nascita per poi dissolversi in una sensazione di caducità della vita e di ciò che circonda l’osservatore: questa la potenza delle opere della pittrice e scultrice Anna Santinello. Nata a Padova nel 1937, vive e lavora a Milano, dove si è diplomata con lode all’Accademia di Belle Arti di Brera. Uno spirito libero le cui mani si lasciano guidare dalla creazione; un lungo percorso durante il quale ha sperimentato diverse tecniche artistiche, dalla pittura astratta all’arte povera, che ha trasferito dalla tela alla scultura con fili metallici di varia natura, intrecciati pazientemente e istintivamente senza alcun aiuto per ottenere figure umane imponenti di addirittura quattro o cinque metri, prive di titolo.

Pioniera di un’arte unica che non lascia indifferenti, ha preso parte a spazi espositivi di affermate gallerie in Italia, Francia, Germania, Irlanda e Colombia, partecipando a importanti manifestazioni a livello internazionale tra cui la Biennale dell’Arte della Fibre di Beauvais (Francia, 2002), la BIAB – Biennale di Pechino (2005), la Triennale di Poznan (Polonia, 2009), la Biennale di Venezia – Arsenale (2011) e la Biennale di Brabant – Tilburg (Olanda, 2012). I suoi lavori sono stati presentati e recensiti da noti esponenti del mondo della cultura tra i quali Giovanni Testori, suo mentore, e sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private in Europa, Stati Uniti, Argentina, Giappone, Brasile, Messico e Cina; è stata inoltre membro di alcune commissioni artistiche tra cui quella del Museo delle Belle Arti Palazzo della Permanente di Milano, dal 1999 al 2001.

Nel 2011 ha ricevuto il riconoscimento ufficiale dalla Provincia di Milano nella sede di Palazzo Isimbardi per il suo impegno nella lotta contro la violenza sulle donne, dimostrato anche attraverso la sua mostra del 2017 dal titolo Donne spezzate a Palazzo Marino dove ha esposto cinque opere – tra cui l’emblematico corpo di una donna appesa a un gancio da mattatoio che «Denuncia la strage delle donne che insanguina la convivenza tra i sessi, rinchiusa in una piramide di metallo simbolo di indifferenza». Il 16 aprile, nel periodo della S. Pasqua, la piccola Sacrestia nel chiostro del Bramante in Santa Maria delle Grazie accoglierà la sua installazione Crocifissione.

In foto, l'installazione Crocifissione, di Anna Santinello, che verrà esposta durante il periodo pasquale in Santa Maria delle Grazie

In foto, l’installazione Crocifissione, di Anna Santinello, che verrà esposta durante il periodo pasquale in Santa Maria delle Grazie

Che persona è?

«Piuttosto semplice, non me la tiro. Sono un po’ timida e nel lavoro scarico le mie tensioni e mi sento forte. Sono sempre stata una persona molto libera, non ho mai voluto contratti e non mi è mai interessato il mercato ma l’arte pura, la sua spiritualità e i sentimenti. Alle spalle ho un percorso abbastanza difficile, niente mi è caduto da cielo e tutto quello che ho fatto me lo sono guadagnato; di conseguenza, nel mio lavoro, cerco di essere molto umile».

Come nasce la sua vocazione artistica?

«Ho studiato ragioneria, che non c’entrava niente, però già da piccola mi cucivo i vestiti da sola. All’epoca si usavano molto le statue di Capodimonte e tutti quelli che avevano qualche problema me le portavano e le aggiustavo con la mollica di pane e la mia manualità. Era un istinto primitivo che già avevo. Mi sono acculturata senza fare il liceo artistico, seguendo mostre. Poi, quando mi sono iscritta all’Accademia mi hanno subito ammessa. L’ho fatto per un fatto culturale, per conoscere, non per diventare artista. Penso che essere artisti sia una cosa che si debba avere dentro».


Quando tocco l’opera non penso che sia un metallo ma una persona. Il mio lavoro nasce con l’idea della precarietà della vita: tutto si crea, tutto si distrugge, ecco perché le mie opere sono tronche.


Mi parli della sua arte.

«Sono espressionista e simbolista. L’arte cresce, cambia e la mia è frutto di una personale ricerca e di tanti anni di lavoro. Sono partita dall’acrilico, olio, acquerello facendo arte astratta e pop art con oggetti dal vivo; usavo la carta da spolvero come scenografia e facevo tele grandissime di lino, perché mi piacevano i materiali puri. Quando ho cominciato ad avere una mia direzione, nonostante all’Accademia mi volessero indirizzare ad altro, mi sono spinta sempre più verso il materico. La carta non mi bastava più, tant’è che le tele me le tagliavo io, le inchiodavo e mettevo sopra oggetti di arte povera, come il laccio di una scarpa, e l’opera diventava lirica, artistica. Sono arrivata poi alla raccolta di un semplice chiodo per strada, così ho pensato di dare nuova vita alle cose.

«La scultura a intreccio ha trovato me, non il contrario; è venuta da sola. Ho costruito uno scheletro con del filo di ferro e l’ho coperto con la stessa tela con cui facevo i quadri; la modellavo con la colla di coniglio acquistata in Germania, che con l’acqua tiepida tornava a vivere e potevo plasmare, dare una forma. Alcune opere erano molto grandi, di due e tre metri. Per fortuna avevo lo spazio che me lo permetteva. Sembravano reperti archeologici. Poi mi sono accorta che questi fili mi piacevano di più senza tela e a quel tempo nessuno li usava in quel modo».

Quali sono le fasi di una sua opera?

«Non faccio disegni preparatori, è tutto un lavoro di pancia, istintivo e in solitaria. Vado a prendere i materiali di scarto: fili di rame, fili dell’alta tensione che smatasso, il ferro, l’alluminio, l’acciaio e li cucio insieme. Li porto poi in una fornace a Verona dove alcune parti vengono cotte a mille gradi e si ossidano, diventando come il colore della carne. Quando tocco un’opera finita non penso mai al freddo metallo che la compone ma sento come se toccassi la carne, una persona; come Louise Bourgeois anche io penso che “la scultura è il mio corpo”. Il mio lavoro nasce con l’idea della precarietà della vita, tutto si crea, tutto si distrugge, ecco perché le mie opere sono tronche».

In foto, un busto evirato, opera di Anna Santinello

In foto, un busto evirato, opera di Anna Santinello

Perché non mette il titolo?

«È un fattore legato sempre alla libertà. Ognuno di noi ha estrazioni sociali ed esperienze diverse. Quando si guarda un’opera bisogna sentirla propria e immaginare cose che si hanno dentro. Lascio la libertà di scegliere l’emozione che si può ricevere».

È un lavoro faticoso?

«Sì, perché lavoro con fili grossi. Ho le dita piegate anche se uso guanti di pelle, ma non mi sono mai fatta male. Amo il mio lavoro e lui ama me e quando lavori con passione non senti la stanchezza. Ora ho una certa età, ma prima stavo fino alle tre di notte a lavorare».

Cosa significa per lei essere un’artista?

«Non lo considero un mestiere, è un piacere. L’artista è colui che ha la libertà di essere creativo, di giocare. Non bisogna aspettarsi riconoscimenti, ma farlo perché lo si sente come una necessità, una passione».


L’ispirazione mi è venuta dagli Etruschi e dall’arte arcaica ma seguo molto gli accadimenti del mio tempo, la cronaca e i fatti della vita che mi colpiscono; li sento sulla mia pelle, così esprimo tutto quello che ho dentro.


La sua prima opera?

«La prima in assoluto è stata una piccola ceramica. Quando sono andata alla fornace per la cottura e ho aspettato tanto tempo ho capito che non faceva per me, non volevo dipendere dagli altri. La prima opera di intreccio è stata un bambinone di un metro e mezzo».

A cosa si ispira?

«L’ispirazione mi è venuta dagli Etruschi e dall’arte arcaica ma seguo molto gli accadimenti del mio tempo, la cronaca e i fatti della vita che mi colpiscono; li sento sulla mia pelle, così esprimo tutto quello che ho dentro».

La scultura a cui è più affezionata?

«Quella realizzata per le donne violentate in Bosnia: cinque metri di ferro intrecciato, un tema che mi ha scosso molto, come quello di un’americana che ha evirato il marito al quale mi sono ispirata per un busto».

In foto, l'opera realizzata da Anna Santinello per le donne vittima di stupro in Bosnia

In foto, l’opera realizzata da Anna Santinello per le donne vittima di stupro in Bosnia

Nel 2017, con la mostra Donne spezzate, contro la violenza sulle donne, cosa ha voluto testimoniare?

«Che la donna deve essere madre e moglie ma anche libera come l’uomo. Ho testimoniato che io mi sento libera, ho avuto tutto questo e che tutti possono fare quello che ho fatto io».

Prossimo progetto?

«Sto lavorando per uno spazio grezzo ubicato in un ambiente lussuoso di un grande hotel che sembra uno scavo disarticolato, una specie di antro in cemento grezzo coperto da un cristallo trasparente dove la gente potrà camminare. Creerò delle mani di varie dimensioni le cui forme saranno un po’ aggressive, come dei ragni in ferro, rame, acciaio… A queste accosterò un ragno effettivo più grande. Il tutto posto su una rete in corda che sembra una tela di ragno, fissata al cemento in alcuni punti, in modo da creare unicità all’opera per chi la vedrà dall’alto».

Il messaggio che vuole dare con la sua arte?

«Innovazione, libertà di fare, sperimentare ed essere sempre se stessi. Come donna dico che siamo come gli uomini, anche se più brave perché facciamo i bambini; mi auguro di ottenere quello che ci spetta e che ancora non abbiamo ottenuto, la parità. Stiamo tornando indietro invece di andare avanti. A volte le persone rimangono sbalordite sapendo che ho fatto io tutto quel lavoro e pensano che sia stato fatto da un uomo. Nessun uomo!».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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