Antonio Villani ci racconta il suo Collezione privata

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In foto, Antonio Villani col suo libro Collezione privata, edito da Scatole Parlanti

In foto, Antonio Villani col suo libro Collezione privata, edito da Scatole Parlanti

«È un gioco», dice Antonio Villani intendendo il suo secondo romanzo, Collezione privata, uscito poche settimane fa nella collana Voci della casa editrice Scatole Parlanti. Un romanzo che arriva due anni dopo La Venere Dobner, prima opera dello scrittore napoletano, e che con questa ha in comune diverse cose: i protagonisti – primo tra tutti il professor Saverio Pontecorvo –, la lenta ironia, il muoversi in uno spazio che tocca da una parte il genere giallo, da un’altra il thriller e da un’altra ancora una pacata presa in giro dei primi due. Un gioco, alla fine dei conti.

Come per il primo romanzo, dopo l’uscita di Collezione privata abbiamo intervistato Antonio Villani per capire cosa è successo negli ultimi due anni, soprattutto al professor Pontecorvo.

Questo è il secondo romanzo che vede come protagonista il professor Pontecorvo, a quasi due anni dall’uscita del primo. Come sono cambiati il tuo modo di scrivere e il tuo rapporto con la scrittura nel frattempo?

Da un romanzo all’altro il mio modo di scrivere è cambiato perché sono cambiate le mie letture: prima ero un vorace lettore di racconti e di romanzi brevi, infatti il mio “modello” era il Simenon di Maigret, in cui tutta la vicenda si risolveva in meno di 200 pagine. Dopo La Venere Dobner ho cominciato a leggere romanzi (gialli, ma non solo) più lunghi; è stata una vera e propria fase di studio. Prendevo appunti sui personaggi, sugli intrecci, sulla trama. Credo di essere migliorato sotto questo aspetto ma di potere – e dovere – fare ancora di più: rileggendo, mi resta ancora una sensazione di velocità e “asciuttezza” (nonostante la prosa verbosa) che non so ancora se sia fisiologicamente ineliminabile o sia dato dal fatto di non aver ancora metabolizzato del tutto il tempo del genere romanzo.

Dettaglio della copertina di Collezione privata, di Antonio Villani, edito da Scatole Parlanti

Dettaglio della copertina di Collezione privata, di Antonio Villani, edito da Scatole Parlanti

Come ne La Venere Dobner anche in Collezione privata la città d’ambientazione è intimamente legata alla narrazione. Dalle strade di Trieste, però, ci siamo spostati in uno scenario del tutto diverso: le Fiandre. Perché proprio lì? E quanto incidono i luoghi all’interno del romanzo?

Le Fiandre sono la mia terra d’elezione, il mio “buen retiro”, il mio “happy place” (e sono finite ora le lingue che conosco, però). Sono luoghi che conosco e che amo anche dal punto di vista culturale. Inoltre Saverio Pontecorvo nasce come esperto di arte fiamminga e, prima o poi, sarebbe dovuto comunque finire da quelle parti. Per citare i R.E.M.: «We all go back where we belong».

È curiosa la scelta di gettarsi in una serie di romanzi – personaggi, toni, schemi che si ripropongono – seppur piuttosto indipendenti tra di loro. Una formula interessante che, però, può essere percepita anche come limitante. Perché questa scelta?

È una scelta in parte fortuita (ero partito con l’idea di raccontare una storia in cui si unissero investigazioni, viaggi e pittura) e in parte dovuta al fatto che sono un lettore di fumetti, quindi la serialità – con i suoi aspetti positivi e negativi, come il reiterarsi di schemi riconoscibili – è qualcosa che appartiene alla mia formazione culturale. Saverio Pontecorvo sarebbe un ottimo personaggio dei fumetti, lo penso sempre. Per quanto riguarda la questione del limitante, dopo aver scritto La Venere Dobner ho pensato che per Saverio ci fossero altre storie, ma non così tante storie da poterne fare una vera e propria serie. Credo che un personaggio come lui abbia una vita limitata a massimo 4-5 romanzi, ma non so se e quando li scriverò.


Credo che un grande problema di molti autori miei coetanei sia quello di voler a tutti i costi essere alti, psicologici, profondi. Invece io la penso come Nick Hornby: «Non faccio letteratura, faccio pop» e lo ripeto sempre.


Come dicevamo, sei già alla seconda pubblicazione e hai avuto modo di presentare il tuo lavoro al pubblico, di parlarne direttamente coi lettori. Che rapporto hai con chi ti legge?

Con quelli che ho avuto modo di incontrare ho un bel rapporto, anche perché io mi pongo in maniera molto schietta con loro. Quando parlo dei miei libri dico sempre «leggeteli in treno o in aereo, non è alta letteratura, è un gioco, un intrattenimento come può esserlo un film su Netflix». Credo che un grande problema di molti autori miei coetanei sia quello di voler a tutti i costi essere alti, psicologici, profondi. Invece io la penso come Nick Hornby: «Non faccio letteratura, faccio pop» e lo ripeto sempre. E questa “onestà” sembra pagare, perché finora ho avuto grandi riscontri positivi. I lettori poi mi aiutano a migliorare: alcuni appunti che mi sono stati mossi per La Venere Dobner sono diventati spunti di riflessione e di miglioramento per Collezione privata.

Prossimo romanzo: ci stai già pensando? Parlerà ancora del professor Pontecorvo?

Ci penso e non ci penso, nel senso che sono in una fase della vita in cui comincio a mettere mattoncini importanti per il mio futuro da “non-scrittore”. Se sarà o meno Pontecorvo dipende anche dalla fortuna di Collezione privata; diciamo che sono pronto a ogni evenienza. Prima o poi scriverò un romanzo satirico, però, e sarà il mio atto di resistenza civile.

About author

Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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