Edgar Allan Poe e il suo principio poetico

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In foto, un ritratto dello scrittore Edgar Allan Poe

In foto, un ritratto dello scrittore Edgar Allan Poe

Noto ai più per la poesia The Raven (il corvo) e i celebri Tales of Horror (racconti del terrore), nel 1846 Edgar Allan Poe pubblica un saggio sul modus operandi con il quale costruisce alcune delle sue opere: La filosofia della composizione. Ma per quale motivo?

Poe spiega: «La maggioranza degli scrittori – in special modo i poeti – preferisce far credere che il loro lavoro si svolga in una sorta di raffinata frenesia, una intuizione estatica – e tremerebbe al pensiero che il pubblico possa dare un’occhiata dietro le quinte alle elaborate e brancolanti rozzezze intellettuali, alle vie giuste imboccate solo all’ultimo istante, alle innumerevoli illuminazioni che non arrivano mai alla maturità della piena coscienza…  In una parola agli ingranaggi, il paranco per il cambio di scena, le piume, la vernice rossa e le toppe nere che, in nove casi su dieci, costituiscono l’armamentario dell’histrio letterario».

“Filosofia compositiva” e “principio poetico”

Questione di lunghezza o brevità? Eccitamento poetico, soddisfacimento intellettuale o desiderio di elevazione dell’anima verso il sublime? Quali caratteristiche deve possedere un’opera letteraria per ammaliare e giungere nell’immediato al cospetto di uno spettatore attento – e rimanere con costanza nel cuore di quest’ultimo? Tutte domande a cui ci si potrebbe dare una risposta da sé ma che Edgar Allan Poe cerca di soddisfare tramite la sua “filosofia compositiva” (prima parte dell’opera) e mediante il “principio poetico” di cui si avvale nel secondo e ultimo capitolo.

Per svelare ai lettori i segreti della sua duttile penna, Poe spiega i meccanismi utilizzati attraverso una delle poesie con cui raggiunse il maggior successo letterario: The Raven. A volte, spiega, sono necessarie una parola o un’espressione per dare ritmo a un’opera poetica; è il caso di “nevermore”, termine che riecheggia più volte all’interno della suddetta poesia e che Poe utilizza come refrain. «Così come viene usato normalmente, il refrain – o ritornello – non solo è limitato alla poesia lirica ma dipende, per l’effetto, dalla forza della sua ripetitività tanto nei suoni, quanto nei concetti. In altre parole, decisi di produrre in continuazione effetti nuovi variando l’applicazione del refrainmentre il refrain stesso restava per lo più invariato».


Tutto ciò che è così indispensabile alla Poesia è precisamente ciò che, con la verità, non ha nulla a che fare.


Ma una volta individuati i suoni del refrain e le parole chiave utili a stabilire il mood (passatemi il termine) dell’opera, cosa rende quest’ultima “unica”? Per toglierci anche quest’altro dubbio, lo scrittore passa in rassegna alcune delle più belle poesie del XIX secolo spaziando da Shelley a E. Pinkney, da Thomas Moore a Longfellow, sostenendo l’idea che «tutto ciò che è così indispensabile alla Poesia è precisamente ciò che, con la verità, non ha nulla a che fare. Dobbiamo essere semplici, precisi, nitidi; conservarci freddi, calmi, impassibili».

Perciò spogliamoci di fioriture e forzature; di gemme colorate e di sfarzi; poniamoci in modo tale da apprezzare ciò che di bello ci sta di fronte, sforzandoci di raggiungere la bellezza suprema. Si potrà mai dimenticare uno scrittore, un poeta, un editore, un artista di questa portata? Nevermore.

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Sonia Ziccardi

Sonia Ziccardi

Roma, classe '93. Diplomata in Canto Jazz al Conservatorio, prova a fare della musica il suo mestiere, tra dolci e fogli di carta: compagni di viaggio perenni. Ama la sua veranda, da cui traspare la vita e in cui ingurgita libri come se fossero dolci, ma almeno loro non danno diabete.

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