L'indie racconta De André: la nostra recensione di Faber Nostrum

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Dettaglio della copertina di Faber Nostrum, album tributo a Fabrizio De André

Dettaglio della copertina di Faber Nostrum, album tributo a Fabrizio De André

È la sera dell’11 gennaio. Un venerdì. Vent’anni fa è morto Fabrizio De André. Ci sono piazze grandi affollate di gente. Ci sono piazze più piccole, come quella della mia città, dove le persone che si sono date appuntamento all’ultimo sono poche decine. Poco importa: il tempo di radunarsi in piazza del Duomo e iniziano a spuntare chitarre, qualche violino, un flauto. Non ci si è organizzati. Però alla fine se suoni “e la gente lo sa, che sai suonare, suonare ti tocca”. Che poi ti piace, lasciarti ascoltare. E ti piace anche De André. Il tempo di accordarsi – in tutti i sensi – e partono le prime canzoni. Marinella, Andrea, Geordie si trovano in piazza accanto a noi, si passano una birra. Le persone tutte intorno iniziano a cantare. Qualcuno è intonato, qualcun altro è tremendo. Nessuno fa caso né all’una né all’altra cosa. Stasera conta solo restituire in qualche modo, tutti insieme, un po’ della poesia che abbiamo assorbito in tanti anni di musica.

È anche con questo spirito, probabilmente, che è nato l’album tributo Faber Nostrum, uscito venerdì notte per Sony. Quindici artisti dell’attuale scena indie italiana reinterpretano quindici canzoni di Fabrizio De André. Accanto alle più famose – La canzone di Marinella, Amore che vieni, amore che vai – trovano spazio anche canzoni meno inflazionate. Un omaggio a vent’anni dalla scomparsa, ma non solo: pare che uno degli obiettivi alla base del progetto fosse anche far conoscere ai ragazzi più giovani – quelli che magari hanno ancora poca confidenza coi vari Guccini e De Gregori, ma che macinano album di Pinguini Tattici Nucleari e Canova – la poesia e la musica di Fabrizio De André.

In realtà in piazza, la sera dell’11 gennaio, l’età media era forse di vent’anni: segno che certa poesia, certa musica non cede il passo al passar delle generazioni. Resta il senso di gratitudine e la volontà di omaggiare un gigante, raccontandolo attraverso il filtro della propria visione artistica.

Con la consapevolezza che i mostri sacri non esistono e che nessuno è intoccabile, ma anche che quando si parla di un cantautorato così personale è facile fare un casino, abbiamo ascoltato Faber Nostrum.

Sally, Gazzelle

Si parte con una canzone che è una fiaba, una leggenda affollata di personaggi. Una dimensione che si perde in questa cover. La fisarmonica del giro iniziale è sostituita da suoni elettronici, mentre la voce leggera di Gazzelle sembra perdere la presa e non riesce a restituire il tono da racconto popolare che è la cifra di Sally. Si sente chiaro, però, lo stile di Gazzelle, che riesce comunque a non disperdere il significato del testo.

Amore che vieni, amore che vai, Ex-Otago

Anche qui, manca un po’ della profondità che veniva data alla canzone dalla tromba all’inizio. Resta però una delle rielaborazioni più interessanti e personali dell’album: regala alla canzone un tono più moderno, togliendole un po’ di quella patina struggente che ha l’originale. E che bello quel momento di silenzio dopo “amore che fuggi / da me tornerai”, con la canzone che si ferma un attimo, sospesa, prima di esplodere. Certo che gli Ex-Otago, genovesi, potevano lanciarsi in una bella cover di Crêuza de mä, Sidun o delle altre canzoni in dialetto.

Il bombarolo, Willie Peyote

Forse il lavoro più interessante dell’album. E anche quello che, sulla carta, suscitava più dubbi: anche perché una cover fatta da un rapper ha poco senso. Ha poco senso se è cantata, perché il ruolo di un rapper non è cantare, e ha poco senso se è rappata.

Invece Willie Peyote è riuscito a dare la propria personalissima lettura de Il bombarolo: un testo inedito, costruito su ciò che la canzone raccontava a lui e di lui, che si riallaccia all’originale solo qua e là. I vari “Son di un’altra razza, son bombarolo”, “Per strada tante facce non hanno un bel colore / qui chi non terrorizza si ammala di terrore” sono modi di sfiorarsi, di indicare un modello su cui si è costruito. E il testo è intenso e interessante. Di un’altra razza, proprio.

Il suonatore Jones, Canova

Un’altra sorpresa positiva: era difficile immaginarsi i Canova, gruppo leggero e frizzante, a cantare la storia intensa e solitaria di Jones il suonatore. E invece proprio la leggerezza ha permesso loro di raccontare “i campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore” nel modo migliore. Il risultato, infatti, è una versione molto delicata. Una versione che si discosta poco dall’originale per tempi e melodie: un modo per avvicinarsi e sfiorare, con un rispetto spinto fino alla reverenza.

Canzone per l’estate, CIMINI ft. Lo Stato Sociale

“Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva / Con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva” è il nuovo “E fai il cameriere, l’assicuratore”. La canzone risulta un po’ appiattita. L’iconico “Com’è che non riesci più a volare?” del ritornello perde un po’ quella patina provocatoria che aveva nel pezzo di De André: più che un pungolo, questa sembra una resa. Non la presa di coscienza di chi vuole volare di nuovo, ma la mesta analisi di chi crede che non volerà mai più. Nella seconda parte tutto si vivacizza, ma questa sensazione – che è comunque un’interpretazione personale e plausibile – rimane. Il rischio è quello di trasformare una canzone che è originariamente critica sociale in una canzoncina – appunto – per l’estate.

Inverno, Ministri

L’inizio è un po’ cringe. E soprattutto manca quella meravigliosa parte strumentale in apertura, che nell’originale è così importante – un’ossatura imponente per una canzone meravigliosa – che è difficile non notarne l’assenza. Però l’interpretazione, così intima e sommessa, è in linea con l’originale: rimane quell’alone di malinconia che va oltre la semplice introspezione.

Canzone dell’amore perduto, Colapesce

Idem come la canzone sopra, tanto che l’una sembra continuare e completare l’altra: anche quella di Colapesce è una versione intima, delicata. E anche qui si sente un po’ la mancanza dell’Adagio di Telemann che De André faceva scivolare in “Ricordi? / Sbocciavan le viole”. Qui si inizia subito, senza alcun preambolo. Il testo, però, è raccontato con l’intensità di chi sa cosa sta dicendo. Manca un po’ di verve, quello sì. Ma resta un po’ di tenerezza.

Se ti tagliassero a pezzetti, The Leading Guy

No.

Verr…

No ok, dai. Parliamo un po’ di questa versione di Se ti tagliassero a pezzetti. La scelta, qui, è stata quella di proporre una canzone profondamente rivisitata dal punto di vista dell’arrangiamento e, in parte, anche della melodia. Rispetto ai secchi accordi di chitarra della versione di De André, e al semplice snodarsi della canzone senza troppe variazioni, qui il brano si articola in modo ben più complesso. Se ti tagliassero a pezzetti rimane una poesia e un brusco scontro con la realtà. Qui, però, il tono è meno intimo, più acceso. Troppo leggero. Forse anche più aggressivo dell’originale. Ma c’è bisogno di rendere più rock una canzone che parla di quanto siano tenaci e incrollabili la libertà e la fantasia (ops, anarchia)?

Verranno a chiederti del nostro amore, Motta

Una canzone intensa, troppo intensa. La perdita di un amore, il ripercorrere il corridoio dei ricordi. In un certo senso fa strano ascoltare Motta in un arrangiamento così minimal, quando solitamente uno dei suoi punti forti è proprio una produzione massiccia, complessa. Qui abbiamo accordi di pianoforte, un tocco di violoncello qua e là, poco più. La semplicità, però, è un modo per puntare l’attenzione sul cuore della canzone: il testo. E allora anche la voce graffiante e un po’ cacofonica di Motta si presta a raccontarci di questo “amore così lungo”, asciutta ed essenziale su una base altrettanto asciutta, altrettanto essenziale. Unico appunto: è “la scusa del corallo”. Mica “l’accusa”.

La canzone di Marinella, La MUNICIPàL

Una versione più dark di una canzone che già non parla di unicorni. Emozionante, piena, estatica. La MUNICIPàL non sbaglia: il risultato è convincente, soprattutto quando la voce maschile va a fondersi con quella femminile. E ricorda il duetto di Fabrizio De André e Mina sulle note della stessa canzone.

Rimini, Fadi

La canzone proviene dallo stesso album di Sally. Qui Fadi riesce a fare quel passo che a Gazzelle è mancato: sostenuto da un arrangiamento scarno, non troppo dissimile dall’originale, e complice una voce profonda, Fadi racconta. Dà il giusto peso alle parole.

Hotel Supramonte, The Zen Circus

Non sembra un azzardo affidare la dolcezza infinita di questa canzone agli Zen. Figo l’arrangiamento. Per il resto la canzone è del tutto simile all’originale: che – come abbiamo già detto – è probabilmente uno dei modi migliori per trattare una canzone che ruota perlopiù intorno al testo.

Fiume Sand Creek, Pinguini Tattici Nucleari

Una delle reinterpretazioni più complesse e personali dell’album. Inizialmente l’effetto è spiazzante, con la voce di Riccardo Zanotti forse troppo dolce per un brano così crudo. Del resto, però, con una canzone di questo tipo è facile giocare: racconta una storia, è dinamica, bilancia alla perfezione testo e musica tra una perdita di equilibrio e l’altra. Un appunto minimo: forse era da evitare la variazione su “Tirai una freccia al cielo per farlo respirare / Tirai una freccia al vento per farlo sanguinare / La terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek”. Quel terzo verso è congeniato e messo lì per apparirci come una sorpresa, un meccanismo che scatta alla perfezione. E questo, nella versione dei PTN, un po’ si perde.

Cantico dei drogati, Artù

Vale lo stesso discorso di Gazzelle e di Fadi. Non è un caso che siano cover di tre canzoni provenienti dallo stesso album. Questa è la più emozionante delle tre di Faber Nostrum, però.

Smisurata preghiera, Vasco Brondi

Quella di De André è una canzone parlata, scarna. E Brondi fa suo questo modo di ascoltarla e capirla: l’arrangiamento è più moderno, ma comunque essenziale. Anche troppo: il rischio è quello di creare un ritmo troppo lento, monotono. Ma Brondi punta sulla semplicità, sulla fedeltà al modello, sul dare significato a ogni singola parola, scandendola bene. E in una canzone che è tutta testo, tutta parola, questa non può che essere una scelta vincente.

Insomma, le quindici tracce di Faber Nostrum si snodano tra chi ha centrato il punto e chi avrebbe dovuto mirare meglio, tra chi ha saputo dare una propria personale lettura dei brani di De André a chi non è riuscito a mettersi a fuoco.

Per chi cerca la perfezione il consiglio è quello di lasciar perdere gli album tributo e di ascoltarsi qualche disco di De André: per quanto “perfezione” e “De André” nella stessa frase stonino comunque. Chi invece vuole scoprire quindici modi diversi di approcciarsi – con fatica, timore, audacia, rispetto, ironia, irriverenza, delicatezza – a un gigante della musica italiana, di respirarlo e raccontarlo e restituirlo, probabilmente trascorrerà un’oretta piacevole con Faber Nostrum.

Resta, certo, la paura che un giorno qualche ragazzina se ne esca dicendo che la sua canzone preferita è «Il suonatore Jones dei Canova». Una paura fondata sulle varie occasioni in cui ho sentito dire «Mi piace molto Geordie di Gabry Ponte». Ma anche lì: se siamo sopravvissuti a Geordie di Gabry Ponte, cosa vuoi che ci faccia Faber Nostrum.


Articolo scritto da Guendalina Ferri e Claudia Fontana.

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