Gauguin a Tahiti: il paradiso perduto

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Three Tahitian Women, di Paul Gauguin. Il dipinto compare nella locandina di Gauguin a Tahiti – Il paradiso perduto, docu-film prodotto e distribuito da Nexo Digital

Three Tahitian Women, di Paul Gauguin. Il dipinto compare nella locandina di Gauguin a Tahiti – Il paradiso perduto, docu-film prodotto e distribuito da Nexo Digital

Uno dei film evento della rassegna La Grande Arte al Cinema, prodotta da Nexo Digital, ha condotto nelle sale dei cinema italiani molti appassionati di arte il 25, 26 e 27 marzo 2019. Stiamo parlando di Gauguin a Tahiti – Il paradiso perduto, un docu-film sulla vita umana e artistica di uno dei più importanti pittori francesi del periodo post-impressionista.

Artista ribelle, deriso dalla comunità parigina e accusato di “esotismo artificiale” nella sua pittura, Paul Gauguin ha inseguito la sua strada cercando di dare un senso alla vita civilizzata che conduceva prima di approdare nella terra che tanto bramava – o forse, invece, il senso di quella “trivialità europea” da cui era nauseato voleva proprio perderlo.


Il presente non mi diceva nulla che valesse. Ritrovare l’antico fuoco, ravvivare la fiamma tra tutte quelle ceneri.


«Sarei mai riuscito a ritrovare una traccia di quel passato così lontano, così misterioso? Il presente non mi diceva nulla che valesse. Ritrovare l’antico fuoco, ravvivare la fiamma tra tutte quelle ceneri». Queste alcune delle parole che Adriano Giannini, voce narrante del capolavoro artistico diretto da Claudio Poli, riprende da Noa Noa (profumo, in lingua maori), il diario di viaggio che Gauguin scrisse una volta giunto a Tahiti, nel 1891.

Quel “profumo polinesiano”, di cui iniziò ad appropriarsi una volta familiarizzato il luogo, si rispecchiò anche nei dipinti di questo periodo. Un profumo che incantava la sua anima di artista, che dava spazio e libertà di espressione: «I miei piedi nudi quotidianamente a contatto con i sassi si sono familiarizzati con il suolo, il mio corpo quasi sempre nudo non teme più il sole; la civilizzazione poco a poco mi abbandona, comincio a pensare con semplicità, a nutrire poco odio per il mio prossimo e mi comporto animalmente, liberamente – con la certezza del domani simile all’oggi; tutte le mattine il sole sorge per me come per chiunque altro, sereno: divengo noncurante, tranquillo, amorevole».

Forse era alla ricerca proprio di questo: una nuova consapevolezza, una catarsi da quella società conformista che oramai odiava e che aveva assorbito ogni sua forza vitale. Gauguin lasciò così la sua famiglia, la sua amata moglie Mette e partì verso confini sconosciuti, primitivi, rudimentali: approdò prima lungo la costa bretone – esattamente a Pont-Aven, luogo di inizio della sua svolta pittorica in cui dipinse, in uno dei suoi quadri più celebri, Il Cristo giallo – per poi giungere oltreoceano: a Papeete, capoluogo di Tahiti, e a Hiva Oa, nelle Isole Marchesi, dove morì.

In questo paradiso perduto, Gauguin si conforma alla natura, alla bellezza dei visi tahitiani, agli sguardi limpidi che gli facevano scrollare di dosso «il fardello di un pensiero malvagio», in cui «tutta la civiltà mi aveva preceduto nel male e mi aveva educato». Una nuova rinascita, quindi, quella che vede Gauguin alle prese con i più proficui capolavori artistici; un percorso che lo condusse all’estraniazione da quel mondo ottuso e ancora aggrappato alla paura dell’ignoto che voleva lasciarsi alle spalle.

Vahine no te tiare (Donna con fiore), Aha oe feii? (Come, sei gelosa?), Te arii vahine (La donna regale) e il più simbolico Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? sono la prova di quanto la caparbietà di inseguire le proprie ispirazioni e i propri ideali, con tutto ciò che questo comporta, possa dare nuova vita a una sopravvivenza che soccombe ai compromessi di una civiltà che molte volte ci schiavizza.

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Sonia Ziccardi

Sonia Ziccardi

Roma, classe '93. Diplomata in Canto Jazz al Conservatorio, prova a fare della musica il suo mestiere, tra dolci e fogli di carta: compagni di viaggio perenni. Ama la sua veranda, da cui traspare la vita e in cui ingurgita libri come se fossero dolci, ma almeno loro non danno diabete.

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