Giulia Mei: «Io sono i miei sogni»

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In foto, la cantautrice Giulia Mei, autrice dell'album Diventeremo adulti

In foto, la cantautrice Giulia Mei, autrice dell’album Diventeremo adulti

Non è la prima volta che intervisto Giulia Mei, cantautrice siciliana, classe 1993. Eppure, ogni volta, ritrovo la stessa sognatrice, con gli occhi ben spalancati sul presente, che lei sa raccontare con estro e ironia. Ed è quello che ha fatto nel suo nuovo disco, Diventeremo adulti, pubblicato il 19 marzo. Ecco cosa ci siamo detti.

Giulia, di’ la verità, tu non hai venticinque anni: la tua personalità artistica è talmente definita e peculiare e la tua musica unisce con grande disinvoltura vecchie e nuove suggestioni, da farmi pensare che dietro si nasconda una cantautrice che ha attraversato più generazioni. Sputa il rospo…

E va bene! Ne ho 246… e mezzo! (ride, ndr) Intanto ti ringrazio per queste belle parole e ti dico che questa è una cosa che mi sono sentita dire più volte. La verità è che amo, ascolto, respiro la musica, la poesia e la letteratura da sempre, da quando ero in fasce, sono state mie assidue compagne di vita per tutti gli anni del mio quarto di secolo. Così, quando è arrivato il momento di raccogliere tutto ciò che avevo assimilato e di scrivere la mia di musica e i miei di testi, tutti gli ascolti, da Bowie a Guccini e tutte le mie letture, da Kundera a Shakespeare, sono tornati a galla nella mia memoria e nel mio bagaglio umano e, ognuno di essi, a modo suo, è entrato in gioco, consapevolmente e non, nella creazione dei miei lavori.

La cover dell'album Diventeremo adulti, di Giulia Mei

La cover dell’album Diventeremo adulti, di Giulia Mei

Qualche giorno fa, dopo un periodo di duro lavoro, hai pubblicato il tuo disco d’esordio, Diventeremo adulti. Lo descrivo con due parole: senza tempo. Non è un album alla moda e, per sua fortuna, non lo sarà mai. 

È bello che tu dica questo, perché è esattamente quello che ho cercato di fare in questo disco, scrivere qualcosa che possa essere senza tempo, scrivere delle canzoni che possano essere valide a prescindere dalle mode e dalle tendenze musicali del momento, è chiaro che questa non è certo una pretesa, ma solo un tentativo. Il mio disco è fatto semplicemente di canzoni che raccontano qualcosa, e la forma, gli abiti che ho scelto per loro sono delicati, le vestono ma non le appesantiscono fino a nasconderle dietro a qualche suono che adesso va per la maggiore. È un disco semplice, autentico, niente di più e niente di meno. So bene che questo è un rischio, ma se avessi fatto diversamente avrei tradito qualcosa della Giulia di oggi, e questo non avrei potuto permetterlo.

Hai scelto un titolo ambizioso per il tuo primo lavoro discografico. Cosa significa, per te, diventare adulti?

Gran bella domanda! Io non sono certo sicura di saperlo e quel Diventeremo adulti che fa da titolo al mio album, più che una certezza, è una grande, immensa domanda. Forse diventeremo adulti quando impareremo a vivere per davvero, rispettando la nostra vita e quella altrui, quando saremo veramente liberi o, volendo citare un brano del disco, Kundera, «quando avremo la decenza di toccarci finalmente, senza opporre resistenza».

Voglio raccontare il tuo disco attraverso alcuni pezzi che lo compongono. Partiamo da Kundera, appunto, un brano che ha un peso importante perché è un pezzo consapevole, maturo. Si direbbe che tu sia già diventata adulta.

Magari lo fossi! Kundera è un brano a cui sono molto legata. L’ho scritto in un momento molto difficile della mia vita, uno di quei periodi in cui metti da parte tutte le tue forze e ricominci da capo. È anche il brano da cui mi è stato ispirato il titolo dell’album. Io amo definire Kundera una canzone di riscatto, una canzone dolceamara che parla di come, nonostante le botte subite dalla vita, ci si debba comunque salvare e imparare a stare al mondo, capendo quando schivare i colpi e quando no, ma senza mai indurirsi o costruirsi una corazza, perché in fin dei conti la vita «è pesante ma leggera».

La Bellezza, quarta traccia del disco, è un invito alla riscoperta dell’imperfezione, come un valore aggiunto e non un limite.

In un mondo che richiede e pretende la perfezione e che appiattisce le diversità e le sfumature, che siano benedetti i tulipani, che non hanno nulla da invidiare alle rose, che si riscopra la Bellezza, quella con la B maiuscola, quella che ti cammina dentro e non si vede alla specchio, quella che si vede col cuore, perché è da quella che scaturisce il vero amore, quello che sfugge a ogni tipo di superficialità sentimentale e che ama per davvero, perché osserva con altri occhi, gli occhi che osservano sapendo bene che «non ci si guarda solo per sentito dire». Questo brano è anche un grido forte contro il bullismo e il cyberbullismo.

In foto, la cantautrice Giulia Mei © fotostudioprint

In foto, la cantautrice Giulia Mei © fotostudioprint

E fattela ‘na risata!, il brano che ha anticipato il disco, è l’esempio lampante del tuo stile: un argomento di grande attualità, quello del cattivo uso dei social network, raccontato attraverso un motivetto d’altri tempi, con un piglio quasi teatrale.

Sì, con un motivetto impertinente, ispirato al grande Alberto Sordi, ho voluto raccontare in realtà qualcosa su cui c’è poco da ridere, ovvero la cattiveria gratuita sui social. E fattela ‘na risata! parla anche di come, nascosti dietro uno schermo, sappiamo solo puntare il dito e abbiamo perso la capacità e il gusto di osservare le cose con ironia, preferendo invece sputare sentenze e insulti, anche gravissimi, verso i contenuti in cui ci imbattiamo. È un piccolo grande dramma di cui si parla poco e male e che invece meriterebbe attenzione.

Quanta tenerezza in A mia madre. Canti «ti basta una figlia che ti canta una canzone?». Quanto è difficile essere artisti e non dare alternative al proprio sogno?

La mia famiglia mi ha sempre appoggiata. Non credo sperasse che diventassi una musicista, ma di certo non mi ha mai ostacolata, perché ha sempre visto la passione e l’impegno che ho speso per cercare di fare della musica il mio mestiere. Non avere alternative o “piani B” non mi è mai pesato più di tanto: è così che ho sempre immaginato la mia vita ed è in questo che sto investendo il mio tempo e non solo. È bello avere una strada in mente da perseguire, per quanto difficile e dura possa essere. E la mia strada è la musica.

Destinatario inesistente è una canzone d’amore senza amore.

È una canzone dedicata a chi è talmente innamorato dell’idea dell’amore che alla fine non si innamora mai di nessuno, a chi vive sempre in bilico tra sogno e realtà, agli eterni romantici in cerca di una qualche “Beatrice” che chissà se esiste, chissà se mai esisterà. È la canzone dei poeti, di quelli che non hanno smesso di cercare. E non smetteranno mai.

Facciamo un passo indietro, torniamo all’agosto scorso, quando hai conosciuto il “colpevole” del tuo sogno di fare la cantautrice, Roberto Vecchioni. Che emozione è stata?

È stato incredibile! C’era tantissima gente e io mi sentivo piccolissima. Sono salita sul palco e ho iniziato a cantare una canzone intitolata Tutta colpa di Vecchioni con la consapevolezza di chi sa che subito dopo, sullo stesso palco, sarebbe salito Roberto Vecchioni. Avevo già fatto il pieno di emozioni, ma poi è successa un’altra cosa: appena scesa dal palco, lui era lì, con gli occhi lucidi e con un sorriso indimenticabile. Mi ha abbracciato fortissimo e, stringendomi, mi ha sussurrato all’orecchio: «Grazie, grazie di cuore, sei bravissima». Vecchioni è una persona incredibile e in quell’occasione lo ha dimostrato ancora una volta.

All’inizio di questa nostra chiacchierata, dicevamo che la tua musica un difetto ce l’ha: non è alla moda, quindi non è affatto furba. Credi che la personalità paghi ancora?

Io credo proprio di sì, credo che l’autenticità, la sincerità, la forza e il coraggio di essere ciò che sei, nella vita e nell’arte, alla fine, ripaghino. Tradire se stessi, quella sì che è una cosa poco furba.

Torniamo a Diventeremo adulti. Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Mi aspetta un tour nelle principali città italiane, tour ancora in aggiornamento… Ah, la vita degli indipendenti! Il prossimo appuntamento è il 30 aprile al ‘Na cosetta di Roma, dove presenterò il disco, poi mi fermerò nella capitale per incontri e interviste. A maggio tornerò a Palermo per un bellissimo evento durante il quale avrò l’onore di esibirmi davanti a Francesco Guccini; poi mi sposterò al Nord. E poi? Il disco nuovo!

A questo punto, prima di lasciarci, dovrei chiederti la parola più importante della tua vita, come faccio sempre alla fine delle mie interviste. Siccome non è la prima volta che facciamo quattro chiacchiere e conosco già la risposta, oggi ti chiedo quella che ti appartiene di meno.

Menzogna. Tutto ciò che fuggo nella vita e nell’arte è la menzogna, da sempre.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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