Locali per pensare: luoghi dove stare in pace con se stessi

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Locali per pensare è un progetto di Francesca Silvestri e Valerio Corvisieri per trovare luoghi, in italia, in cui sia possibile lavorare, scrivere o semplicemente parlare senza il fastidio di apparecchi tecnologici quali stereo, radio o televisione

Locali per pensare è un progetto di Francesca Silvestri e Valerio Corvisieri per trovare luoghi, in Italia, in cui sia possibile lavorare, scrivere o semplicemente parlare senza il fastidio di apparecchi tecnologici quali stereo, radio o televisione

Vi ricordate quando, nei libri di storia, si leggeva di locali o di caffè letterari attorno ai quali si riunivano gli intellettuali dell’epoca e dal quale si diffondevano conoscenze, correnti letterarie e nuove forme di pensiero? Quei posti non hanno sempre esercitato su di voi un fascino tale da esclamare: “Magari ci fossero anche oggi luoghi del genere”?. Ebbene, non siete gli unici.

Frugando nel web sono venuta a conoscenza di un progetto che, citando testualmente dalla pagina Facebook, si domanda: «Esistono ancora bar, caffè e ristoranti dove stare tranquilli con i propri pensieri o semplicemente per parlare con qualcuno, senza essere disturbati da televisori accesi a tutto volume? Esistono locali pubblici di scrittura, di poesia, di parola? In questo spazio è possibile individuare e conoscere i Locali per pensare d’Italia, una rete di luoghi pubblici e di aggregazione dove incontrarsi, leggere, promuovere iniziative, sperimentare pensieri».

Incuriosita da quanto avevo appena letto non ci ho pensato due volte e ho contattato i creatori dell’iniziativa per scambiare due parole.


Il paradosso cui siamo giunti è che un tempo, quando si era in strada e si voleva parlare tranquilli con qualcuno, si diceva ‘andiamo dentro’; oggi, se sei in un locale, si dice ‘andiamo fuori’, perché dentro, per farsi sentire, bisogna gridare.


Innanzitutto, vorrei chiedervi di presentarvi; mi piacerebbe – e credo anche ai nostri lettori – conoscere chi si cela dietro questo progetto.

«Mi chiamo Valerio Corvisieri, di professione sono guida turistica, attività che svolgo tra Firenze e Arezzo. Sono anche un ricercatore storico freelance, ho all’attivo numerose pubblicazioni, tra cui un saggio sulla famiglia Spagnoli di Perugia, e sono collaboratore del Dizionario Biografico degli Italiani. Il mio hobby è il teatro, sia come attore non professionista che come autore di monologhi e commedie, alcuni dei quali hanno ricevuto premi in concorsi nazionali.

«Francesca Silvestri, invece, è toscana di origine ma vive a Perugia. Da quando è bambina ama la lettura in tutte le sue forme ed espressioni. Laureata in Lettere moderne con indirizzo filologico, è giornalista pubblicista e, nel 2006, ha fondato una casa editrice indipendente dove attualmente lavora come direttore editoriale. Nel 2013 ha ideato e diretto Il Viaggialibro. Festival del libro di viaggio, oggi alla sua quarta edizione. È presidente dell’Associazione culturale Officina delle Scritture e dei Linguaggi, piattaforma no-profit che attiva laboratori di scrittura e comunicazione. Nel 2011 ha fondato con Clara Sereni, cui è legata da un’amicizia decennale, la collana Le farfalle (Ali&no editrice), dedicata alle biografie di donne viaggiatrici. Dal 2016 è impegnata in strutture sanitarie nelle quali ha introdotto sperimentazioni correlate all’utilizzo del libro e della narrazione a fini terapeutici».

Da dove nasce l’esigenza di creare la rete Locali per pensare? Comporterà qualche agevolazione farne parte?

«L’idea di creare una rete di locali caratterizzati dalla mancanza di televisori, video e musica ad alto volume nasce dalla mia insofferenza, che condivido con Francesca, verso il rumore e la volgarità che contraddistinguono, purtroppo, la maggior parte dei posti dove si entra per bere o mangiare qualcosa. Il paradosso cui siamo giunti è che un tempo, quando si era in strada e si voleva parlare tranquilli con qualcuno, si diceva “andiamo dentro”; oggi, se sei in un locale, si dice “andiamo fuori”, perché dentro, per farsi sentire, bisogna gridare. Ci siamo detti: perché non creare una rete di locali “superstiti” dove si possa stare in pace, offrire la possibilità a questi di avere maggior visibilità in rete e ai loro potenziali clienti di trovarli con facilità? Mi pare evidente il vantaggio per i locali che fanno parte della rete».

Quando si mette in atto un'idea come la nostra si tratta di una scommessa al buio; si spera di intercettare un'esigenza inespressa nella società, ma non si può immaginare cosa succederà

«Quando si mette in atto un’idea come la nostra si tratta di una scommessa al buio; si spera di intercettare un’esigenza inespressa nella società, ma non si può immaginare cosa succederà»

In poco tempo avete raggiunto più di 5.000 like alla pagina Facebook: a quanto pare, scovare dei luoghi dove stare in pace con i propri pensieri è un interesse condiviso. Vi aspettavate questo entusiasmo da parte delle persone? Come reagiscono i proprietari dei vari bar o ristoranti che contattate?

«Nel frattempo i like sono arrivati a 6.200! L’entusiasmo della gente che ci segue è stata una gradevole sorpresa. Quando si mette in atto un’idea come la nostra si tratta di una scommessa al buio; si spera di intercettare un’esigenza inespressa nella società, ma non si può immaginare cosa succederà. Evidentemente in molti aspettavano un’iniziativa come questa, lo capiamo dai messaggi entusiastici che ci arrivano sulla pagina Facebook, oltre che dai numeri.

«I proprietari dei locali che contattiamo reagiscono in vari modi: c’è chi aderisce con entusiasmo, chi prima vuole saperne di più e chi non ti risponde affatto. Non possiamo pretendere che tutti rispondano “Presente!” alla prima chiamata. La cosa che ci fa piacere, però, è che molti si auto-candidano perché hanno saputo della rete e ci chiedono loro stessi di farne parte».

Nella vostra pagina Facebook c’è un breve decalogo con le regole per essere considerati Locali per pensare. Riflettendo sulla realtà che vivo tutti i giorni me ne vengono in mente giusto un paio che possono rientrare in questa categoria. Questi ambienti rappresentano quindi una rarità oppure sono più diffusi di quanto si possa pensare – basta saperli cercare?

«Se avessi una risposta precisa sarei l’Istat o la Camera di Commercio – ma forse non lo sanno nemmeno loro. Diciamo che la percezione, condivisa anche da chi ci scrive, è che i locali per pensare siano senz’altro una minoranza; questo ci rafforza nella convinzione di doverli mettere in rete per valorizzarli e renderli raggiungibili. Direi che è proprio la loro relativa rarità a giustificare la nostra iniziativa. Ci tengo a chiarire che abbiamo sì, una pagina Facebook, ma il vero cardine della rete è il sito Locali per pensare, grazie al quale, per mezzo di una mappa interattiva, si possono cercare i locali in tutto il territorio nazionale e avere informazioni su ciascuno di essi».

Saremo pure nell'era digitale, ma senza un momento di stacco da tutti gli strumenti che ci collegano al mondo esterno la mente non genera nulla di profondo o di creativo e non può riposare

Saremo pure nell’era digitale, ma senza un momento di stacco da tutti gli strumenti che ci collegano al mondo esterno la mente non genera nulla di profondo o di creativo e non può riposare

Perché, secondo voi, una persona nel pieno dell’epoca digitale dovrebbe recarsi in un locale privo di stimoli esterni come la televisione o la musica?

«Gli “stimoli esterni” come la televisione sono tali – e possono avere una funzione positiva – nel momento in cui volontariamente me li vado a cercare, come quando sono nel salotto di casa e accendo la TV perché voglio vedere un film o il telegiornale. Nei locali pubblici invece sono costretto a subire il rumore continuo che esce da uno schermo o da una cassa a parete mentre sono lì, magari, per gustare in pace un cibo o una bevanda, parlare con un amico o con il partner, parlare di lavoro, scrivere una mail o una poesia, discutere di politica o qualunque attività – compreso il solitario, pensare o sognare a occhi aperti – che presuppongono la facoltà di comunicare e di pensare. Il rumore continuo diventa un disturbo, a volte un supplizio, almeno per le persone più sensibili. Saremo pure nell’era digitale, ma senza un momento di stacco da tutti gli strumenti che ci collegano al mondo esterno la mente non genera nulla di profondo o di creativo e non può riposare. Ecco perché ci siamo chiamati Locali per pensare».

Avete qualche progetto per il futuro legato a questa attività? Magari aprirete voi stessi un locale per pensare?

«Aprire un nostro locale per pensare non è nel nostro orizzonte. Molto più interessante sarà, una volta raggiunta una base più ampia di affiliati, utilizzare la nostra rete per veicolare iniziative culturali, visto che si parla di locali che hanno una vocazione per eventi letterari e artistici – passione che noi stessi, che abbiamo creato Locali per pensare, condividiamo in pieno».

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Valentina Zanin

Valentina Zanin

Accanita lettrice, tifosa della pallavolo, perennemente in viaggio, telefilm dipendente, appassionata di filosofia.

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