L’attualità di un messaggio vecchio di cent’anni: Manifesto di Julian Rosefeldt a Palazzo delle Esposizioni

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In foto, Cate Blanchett nel ruolo di una maestra, nella video installazione Manifesto di Julian Rosefeldt. Foto cortesemente concessa da Palazzo delle Esposizioni, Roma

In foto, Cate Blanchett nel ruolo di una maestra, nella video installazione Manifesto di Julian Rosefeldt. Foto cortesemente concessa da Palazzo delle Esposizioni, Roma

Julian Rosefeldt (Monaco, classe 1965) è un regista – parecchio bravo, per giunta – con una solida formazione da architetto alle spalle, che gli permette di ridefinire gli ambienti che ospitano le sue video installazioni. Così, fino al 22 aprile, il Palazzo delle Esposizioni di Roma dimette la retorica neoclassica della Rotonda, per articolarsi in un irriconoscibile spazio ampio e buio, un labirinto articolato da tredici grandi schermi dove sono proiettati in loop i video che compongono Manifesto (2015, 130′ totali – 10′ per video).

Protagonista assoluta di tutti i brani, la superstar, la diva, Sua Altezza Cate Blanchett. Il rischio era palpabile: la celebrità dell’attrice avrebbe potuto adombrare la struttura del progetto artistico. Pericolo brillantemente scampato; a noi sembra piuttosto il contrario: lo spessore attoriale della Blanchett impreziosisce tutto il lavoro, lasciando il giusto spazio allo stupore per il trasformismo camaleontico della protagonista che veste i panni ora di una scienziata, ora di una reporter, incarnando in ogni video un personaggio differente.

L’attrice snocciola lunghi monologhi, collage dei maggiori manifesti del Novecento, intrecciando politica, cultura, arti visive – combinando Karl Marx e Lucio Fontana, John Cage, Guy Debord e molti altri (niente paura: tutti i riferimenti sono presenti all’interno del libricino consegnato all’ingresso, per non perdere neanche una virgola).


Non dimentichiamo la vera natura di questi manifesti: sentenze secche e lapidarie, scritte da giovani arrabbiati, desiderosi di cambiare il mondo con la loro arte, lanciando un alto grido di protesta.


I manifesti appartengono al passato, è vero, ma parlano una lingua universale e sempre attuale, di cui possiamo apprezzare qui la straordinaria poetica. Non dimentichiamo la loro vera natura: sentenze secche e lapidarie, scritte da giovani arrabbiati, desiderosi di cambiare il mondo con la loro arte, lanciando un alto grido di protesta. Filippo Tommaso Marinetti aveva trentatré anni quando pubblicava il suo infervorato Manifesto del Futurismo, Boccioni ventotto; Tristan Tzara parlava di Dada a soli ventidue anni.

Una lezione ben oltre il ripassone enciclopedico delle Avanguardie artistiche del Novecento: è più che lecito essere arrabbiati, insofferenti del proprio tempo, ora come allora. Ma si deve avere qualcosa da dire. Coltivare la memoria di queste parole appassionate e appassionanti è un invito rivolto soprattutto ai più giovani, per non far appassire oggi il nostro spirito critico, una call to action a cui si attribuisce una connotazione politica drammaticamente attuale.

La video installazione Manifesto di Julian Rosefeldt a Palazzo delle Esposizioni, Roma. Foto cortesemente concessa da Palazzo delle Esposizioni, Roma

La video installazione Manifesto di Julian Rosefeldt a Palazzo delle Esposizioni, Roma. Foto cortesemente concessa da Palazzo delle Esposizioni, Roma

Per testare la tenuta di questi brani sulle coscienze del nuovo millennio, Rosefeldt li sottrae alle bocche degli artisti, e dà voce alle persone qualsiasi: una ragazza punk, una madre di famiglia, una telecronista. Sono parole che appartengono a tutti. Anche alle donne, soprattutto alle donne. A ben guardare, solo uno dei personaggi è di sesso maschile. I manifesti sono sempre stati firmati dagli uomini e, in questo modo, Rosefeldt invita anche le donne al tavolo dei creativi, dei rivoluzionari.

Nessuna scelta è lasciata al caso: la burattinaia che cuce i suoi pupazzi è la portavoce perfetta per i visionari testi di André Breton, così come la morte dell’arte sancita dal Dadaismo non può che essere annunciata da una donna a lutto durante un funerale. E poi, chi meglio di un clochard può parlare dei danni del capitalismo?

Il tutto è condito da una messa in scena elegante, una fotografia superba e una meticolosa attenzione al dettaglio. Un contenuto originale, che dell’arte non fa uno sterile documentario, ma assembla il manifesto dei manifesti. L’ultimo, quello dedicato al cinema, sembra essere la dichiarazione d’intenti di Rosefeldt. Cate Blanchett interpreta una maestra che impartisce la sua lezione paradossale agli alunni: copiate! Copiate se le cose che state guardando vi parlano diritto al cuore. Solo così sarà possibile realizzare qualcosa di autentico. Così fa Rosefeldt: egli si è appropriato delle energiche voci delle più autorevoli personalità del Novecento, cucendole insieme in un progetto unico e d’impatto, in un contesto tutto nuovo, che attinge a piene mani dal passato, ma parla la lingua inedita del presente.


Con lo stesso tono cantilenato, come in trance, Cate Blanchett ripete gli imperativi categorici della cultura del secolo scorso, che riempiono gli ambienti. Non c’è via di scampo: non possiamo sottrarci all’eredità del Novecento che ancora oggi risuona.


I video sugli schermi sono proiettati tutti insieme contemporaneamente; si può fruire ogni video singolarmente o farsi travolgere dal coro di voci dissonanti. La video installazione segue dei tempi precisi: durante la proiezione, all’improvviso, tutti i personaggi vengono inquadrati in primo piano, lo sguardo penetrante di Cate Blanchett è puntato direttamente sugli spettatori, da ogni angolo della stanza. Con lo stesso tono cantilenato, come in trance, Cate Blanchett coreografa-broker assicurativa-operaia ripete gli imperativi categorici della cultura del secolo scorso. Il complesso discordante di sentenze riempie gli ambienti, non c’è via di scampo: non possiamo sottrarci all’eredità del Novecento che ancora oggi risuona. D’altronde «contro l’inerzia della mente, restare seduti anche solo un istante sulla sedia, mette la vita a repentaglio»; lo diceva Richard Huelsenbeck nel Primo manifesto Dada tedesco nel 1918, lo diciamo noi, centouno anni dopo.

Bonus per chi si è avventurato fino alla fine di questo articolo: io e Lucia (sì, proprio Lucia Liberti – che ha messo su la baracca di Parte del discorso, nda) siamo andate insieme a vedere la mostra. Armate di libretto con le traduzioni in italiano dei manifesti, ci siamo sedute sulle panche davanti gli schermi e ogni volta sfogliavamo febbrilmente le pagine di testo, alla caccia della traduzione di quello che stavamo guardando in quel momento. Questo cos’è? La scienziata ok. Ma a che pagina sta? Ma dove siamo? No aspetta non lo trovo. Aah, ecco qui  – pagina 8, trovato. E poi giù di sussurri bassissimi per commentare i personaggi, indicando ogni tanto qualche punto indistinto dello schermo. Vista l’atmosfera silenziosa e sacrale, sembravamo davvero due vecchiette in chiesa con il libretto della messa. Ça va sans dire, Lucia era così tanto calata nella parte, che a un certo punto ha persino intonato “Osanna nell’alto dei cieli”, omaggio alla sua passione devota per Cate Blanchett.

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