Marco Greco: «Non sono un venditore di canzoni, corro il rischio di essere me stesso»

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In foto, il cantautore romano Marco Greco. Il 29 marzo ha pubblicato il suo ultimo album

In foto, il cantautore romano Marco Greco. Il 29 marzo ha pubblicato il suo ultimo album

Marco Greco, classe 1991, è un cantautore romano. Il 29 marzo ha pubblicato il suo primo disco di inediti, che ha deciso di intitolare col suo stesso nome per un motivo ben preciso, che in questa intervista racconterà.

Marco, a soli ventotto anni, puoi vantare una carriera fatta di importanti riconoscimenti e incontri umani e professionali che hanno segnato profondamente il tuo percorso. Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio, dall’adolescente che sei stato. Quando e come ti sei avvicinato alla musica?

«Ho sempre avuto, fin da bambino, una grande sensibilità alla musica ma, fino a circa quindici anni, il mio unico pensiero era il pallone: giocavo a calcio in un ruolo abbastanza creativo, il trequartista, ed ero convinto che l’avrei fatto come professione. Ad un certo punto ho ripreso in mano la chitarra, che avevo imparato a strimpellare da bambino, e ho cominciato a canticchiarci sopra. Quella è stata una piccola rivelazione: ho provato un forte senso di libertà e, nel giro di poco tempo, la chitarra ha rimpiazzato definitivamente il pallone con grande delusione del mio allenatore.

«Da quel momento la musica è diventata la mia vita e poco a poco mi sono reso conto che non mi bastava cantare e suonare, volevo anche e soprattutto scrivere canzoni. In questo senso è stata fondamentale mia zia, Francesca Benigni, una pittrice e una donna fantastica che mi ha guidato nel cammino artistico e mi ha insegnato cosa significasse esprimersi con autenticità e con un linguaggio personale. Le devo tantissimo e, per quanto sia curioso a dirsi, è proprio cosi: la mia vera insegnante di musica è stata una pittrice. Poi devo tanto ad alcuni artisti come Dalla, Modugno, Battisti e poi ancora Dylan, Cohen, Marley, Luios Armstrong».


Ho cercato semplicemente di fare un disco di belle canzoni, dove a ognuna corrispondesse un colore, un’atmosfera, un’emozione vera.


Restiamo ancora per un po’ nel passato. Ricordi la prima canzone che hai scritto e le sensazioni che hai provato?

«Ricordo di aver scritto tante canzoni prima di scrivere una mia canzone, ovvero qualcosa in cui mi rispecchiassi e mi riconoscessi veramente, La prima volta è stata, mi pare, con Valzer e ricordo una sensazione bellissima, abbastanza difficile da descrivere a parole. Stai strimpellando la chitarra e a un certo punto arriva un passaggio armonico, una melodia, un verso e nel giro di pochi minuti ti trovi tra le dita qualcosa di nuovo, che un attimo prima non esisteva e che racchiude e custodisce i tuoi sogni, le tue emozioni, la tua vita. È una sensazione unica e una felicità profonda che provo ancora adesso ogni volta che scrivo una mia canzone».

Veniamo al presente: recentemente hai pubblicato il tuo disco d’esordio, che hai deciso di intitolare col tuo nome. Marco Greco è la tua carta d’identità oggi, dico bene?

«Direi di sì. È un disco che nasce dall’esigenza di raccontarsi senza veli e dalla voglia di farlo in musica, più precisamente nella forma della canzone. La canzone è qualcosa che mi affascina e mi affascinerà sempre perché è un’alchimia segreta tra profondità e semplicità, un paradosso; dire tantissimo con poco e provare a versare la complessità del proprio vivere dentro a un contenitore semplice, tascabile, fischiettabile: questa è la magia della canzone. Direi, quindi, che ho cercato semplicemente di fare un disco di belle canzoni, dove a ognuna corrispondesse un colore, un’atmosfera, un’emozione vera e ho avuto la fortuna di lavorare con grandi musicisti e con un grandissimo Maestro che ha curato la produzione artistica: Fausto Mesolella. Con Fausto abbiamo lavorato divertendoci, appassionandoci e cercando la bellezza in ogni sfumatura. Questo è lo spirito di questo disco».

La copertina dell'album self-titled di Marco Greco

La copertina dell’album self-titled di Marco Greco

Stavo giusto per farti tre nomi, tra cui proprio Fausto Mesolella. E poi ancora Paolo Conte e Federico Zampaglione. Credo tu abbia molto da raccontarmi.

«L’incontro con Paolo Conte è stato una bella follia di gioventù. Ho preso un treno per Asti e sono andato a bussare, senza invito, ovviamente, nella sua casa in mezzo alle colline; ho detto che ero venuto da Roma solo per fargli ascoltare qualche provino e il cancello si aprì. Cosi mi trovai seduto al tavolo con lui a raccontargli della mia musica, mentre lui si faceva pane e marmellata e mi guardava curioso, “con quella faccia un po’ così”. Da quel momento ci siamo scritti tante lettere e ogni volta che faccio un brano nuovo glielo spedisco e lui mi dà preziosissimi consigli e incoraggiamenti.

«Fausto è stato il mio Maestro, dentro e fuori dal palco, ed è davvero difficile dirti in poche parole cosa mi legava a lui. Sicuramente c’era una grande stima artistica ma soprattutto un affetto profondo e una grande complicità da un punto di vista umano. Un aneddoto che descrive bene Fausto, nella sua generosità e nella sua simpatia, potrebbe essere questo: spesso, quando faceva concerti vicino Roma, lo andavo ad ascoltare, mi sedevo al mio posto, si spegnevano le luci e mi godevo lo spettacolo. Ad un certo punto, totalmente a sorpresa, Fausto si abbassava l’occhiale scuro, mi riconosceva nel pubblico, mi indicava e diceva: “Vedo che oggi in platea c’è un altro artista. Ora io mi riposo un attimo e lui vi suona un brano che io trovo splendido. Il pezzo si chiama Sconosciuti e lui è Marco Greco”. A quel punto io mi alzavo totalmente impreparato ad esibirmi e lo raggiungevo sul palco; lui mi guardava con la faccia buona e birichina, mi passava la chitarra e mi diceva all’orecchio “T’agg fottut uagliù”…

«Con Federico Zampaglione ci siamo conosciuti a una masterclass di scrittura di canzoni e da li è nata una bella amicizia e una stima reciproca. Essendo tutti e due “monteverdini”, ci vediamo spesso, parliamo di musica e di tanto altro e lui mi dà sempre consigli da fratello maggiore. Poi finiamo sempre con lunghe schitarrate da divano. Abbiamo duettato nella bonus track che chiude il disco ed è stata un’emozione forte».

Voglio parlare ancora di Fausto Mesolella. A tale proposito, una menzione speciale merita Il maestro sta in cielo, un brano di profonda bellezza, delicato ma di grande impatto.

«È un brano che ho scritto di getto e in cui ho messo tutto l’affetto e la stima per un grande Maestro. Ho cercato di catturare l’essenza di Fausto sia nei piccoli gesti quotidiani sia nei grandi voli della creazione musicale. L’incipit è stato proprio quella frase, “il Maestro sta in cielo” che Fausto diceva, sorridendo, a chiunque lo chiamasse Maestro. Ed io in quella frase c‘ho sempre visto la sua natura umile e poetica; cominciando con questa immagine e mettendola in scena ho semplicemente raccontato una giornata tipo con Fausto: cominciava con i rituali del caffè e della sigaretta e continuava in studio, dove lo vedevo elevarsi in un’altra dimensione e diventare un tutt’uno con la musica. Dopo la giornata di studio arrivava l’attesissimo momento del ristorante, dove ci rifocillavamo e ci rilassavamo. Tornando in hotel, con la pancia piena, parlavamo ancora di musica e Fausto raccontava tanti aneddoti meravigliosi, la sua vita era un lungo viaggio con la chitarra in spalla».

Adesso, invece, ti cito due esperienze che, credo, difficilmente dimenticherai: il Premio Fabrizio De André e Musicultura.

«Vincere il premio De André è stata una grande emozione. La finale si teneva all’Auditorium Parco della Musica, un luogo mitico per la musica a Roma. Avevo visto tanti concerti di grandi artisti su quel palco e l’idea di suonarci mi faceva tremare le gambe. Poi sono salito e la paura è svanita di colpo, lasciando posto a una bellissima sensazione che poi si è concretizzata con la vittoria del Premio. La ciliegina sulla torta è stata che Fausto era in giuria e lì ci siamo incontrati la prima volta e quindi, in un certo senso, da li è partito tutto.

«Musicultura è stata un esperienza pazzesca! Il livello musicale era molto alto e in quell’occasione ho scoperto artisti interessantissimi con cui si era creato un bellissimo clima anche al di fuori della competizione. Un’altra bellissima sensazione su Musicultura è legata alla bellezza dei luoghi, Macerata, Recanati e soprattutto lo Sferisterio. Suonare lì, in quelle sere d’inizio estate, è un’emozione indescrivibile che mi porterò sempre nel cuore».


Se si comincia a pensare a cosa piace agli altri si sconfina nel marketing e si diventa, senza neanche accorgersene, dei venditori di canzoni.


Nel tuo curriculum manca un talent show, è una scelta o un caso?

«Una scelta. Vado dove posso essere me stesso e lì dovrei lasciare a casa le mie canzoni, che sono una parte imprescindibile di me».

Tu sei un cantautore puro: niente distrazioni, niente arrangiamenti che strizzano l’occhio alle radio, solo parole a cui prestare meticolosa attenzione. Quanto è dura, oggigiorno, fare quello che fai tu senza scendere a compromessi?

«Per me essere artisti significa prima di tutto essere in comunione con se stessi e lavorare con dedizione per far sì che ciò che fai possa rispecchiare la tua anima. Se ci si distrae da questo punto e si comincia a pensare a cosa piace agli altri si sconfina nel marketing e si diventa, senza neanche accorgersene, dei venditori di canzoni. Fare una scelta come la mia, in questo momento storico, significa anche accettarne i rischi sapendo che la strada dell’unicità può essere molto più lunga, faticosa e senza nessuna garanzia d’arrivare incolumi al traguardo, ma le cose belle spesso sono le più difficili».

Il cantautore romano Marco Greco durante un'esibizione dal vivo

Il cantautore romano Marco Greco durante un’esibizione dal vivo

Oggi si parla di una nuova scuola romana di cantautori, di cui fanno parte, giusto per fare qualche nome, Tommaso Paradiso, Calcutta, Carl Brave. Faccio un po’ di fatica a considerarti parte di questo gruppo.

«Mi sento molto distante dai nomi che hai fatto e sento di non appartenere a nessun filone, scuola o genere. Non mi hanno mai appassionato gli artisti catalogabili in un genere preciso, gli artisti che amo sono quelli che sfuggono alle definizioni e che percorrono, con più coraggio, la loro strada, unica e irripetibile. Io cerco di fare la mia musica, tutto qui».

Cos’è che rende una canzone senza tempo? Perché, mi e ti chiedo, oggi si fa così fatica a comporre brani senza le ore contate?

«Bella domanda… È un’alchimia misteriosa e non c’è una vera e propria ricetta. Quello che posso dire è che se una canzone ha come materia prima un’emozione profonda, autentica e non retorica, scaturita da un vissuto personale e allo stesso tempo estendibile agli altri esseri umani, allora quella canzone probabilmente sarà senza tempo, perché le emozioni vere sono senza tempo e senza barriere di genere, età, schieramento politico, condizioni sociali o altro, basta essere umani per sentire un’emozione.

«Poi credo che, come ti dicevo prima, le canzoni senza tempo hanno tutte la caratteristica di essere profonde e semplici allo stesso tempo, “possono far sognare un bambino e far commuovere un vecchio”, mi diceva sempre Fausto. Per scrivere canzoni senza tempo serve un binomio raro come il plutonio, talento e coraggio, e per coraggio intendo quello di mettersi a nudo e di puntare su un’emozione vera, senza pensare al mercato o ad altre logiche meno nobili che invece, purtroppo, riempiono la testa di tanti artisti e discografici di oggi. Se pensi a fare un pezzo radiofonico, un pezzo attuale o un pezzo che funzioni, non farai mai un brano senza tempo».

Ti faccio una serie di domande e ti chiedo una risposta secca. Ti squilla il telefono e un artista chiede di poter collaborare con te, chi vorresti che fosse?

«Beh, in a quanto a collaborazioni per ora sono contento così, però se devo proprio aggiungerne un altro direi… Sting, volando basso!».

Un (o una) interprete ti chiede di poter cantare un brano scritto da te, chi vorresti?

«Daniela Pes».

Un brano che avresti voluto scrivere tu?

«Santa Lucia di Francesco De Gregori».

Il disco della tua vita?

«Com’è profondo il mare di Lucio Dalla».

Vincitore del Premio Tenco come miglior disco dell’anno o vincitore del Festival di Sanremo?

«Sanremo».

Concludo tutte le mie interviste con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita? 

«Desiderio, nel senso più profondo del termine, ovvero quella tensione inesauribile che ci spinge verso la vita e che dà senso alla vita. Solo stando in contatto con il nostro desiderio possiamo essere, per quanto possibile, felici».

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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