Maria Antonietta: «La libertà è un esercizio di disciplina»

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In foto, la cantautrice Maria Antonietta, al secolo Letizia Cesarini. Per Rizzoli, ha appena pubblicato il libro Sette ragazze imperdonabili © partedeldiscorso.it / Guendalina Ferri

In foto, la cantautrice Maria Antonietta, al secolo Letizia Cesarini. Per Rizzoli, ha appena pubblicato il libro Sette ragazze imperdonabili © partedeldiscorso.it / Guendalina Ferri

Imperdonabili. Sono così le Sette ragazze di Maria Antonietta: sette donne che – con le loro parole, le loro scelte, la loro sensibilità – l’accompagnano come sorelle maggiori.

Emily Dickinson, Jeanne d’Arc, Antonia Pozzi, Cristina Campo, Etty Hillesum, Sylvia Plath, Marina Cvataeva. Imperdonabili, tutte, perché in modi diversi hanno tutte scelto di fare di testa propria. Di rimanere fedeli a se stesse, intatte. Di sottrarsi a qualsiasi “linea di contorno – come Maria Antonietta già cantava nell’album Deluderti, uscito circa un anno fa.

Oggi, in Sette ragazze imperdonabili – uscito per Rizzoli il 29 marzo scorso –, ci racconta queste donne. In questi giorni gira l’Italia, Maria Antonietta – nome d’arte di Letizia Cesarini –, per farci entrare un po’ più a fondo nelle storie del libro. Un libro d’ore, per la precisione. «Una scelta insolita!», sottolinea durante la presentazione alla Feltrinelli Red di Firenze. «Volevo evitare, fin dall’inizio, una definizione troppo netta».

E così Sette ragazze imperdonabili mischia racconto e poesia, Dio e femminismo, onestà e introspezione, solitudine e ricerca. Il risultato è un intreccio di storie e poesie che coglie attimi, li ricama, li assegna al momento più giusto come in un vero e proprio libro d’ore. Delicato eppure potente, disciplinato eppure libero. Imperdonabile. La stessa voce di Maria Antonietta si lega a quella di Etty, Jeanne, Antonia – tanto che alla fine è difficile distinguerle. Ma è così che funziona quando parli così tanto, così intensamente con una persona da non riuscire più a capire dove finiscono i suoi ragionamenti e dove iniziano i tuoi.

Dopo la presentazione di Sette ragazze imperdonabili, abbiamo incontrato Maria Antonietta per porle alcune domande.

Dettaglio della copertina di Sette ragazze imperdonabili, di Maria Antonietta, edito da Rizzoli

Dettaglio della copertina di Sette ragazze imperdonabili, di Maria Antonietta, edito da Rizzoli

Vorrei partire da una parola in particolare, che salta fuori in più di una canzone di Deluderti e che ho trovato più di una volta anche in Sette ragazze imperdonabili: “intatta”. Vorrei capire qual è il significato che le dai.

«Effettivamente mi piace molto la parola “intatta”, la uso spesso. Forse tutto sta nella mia ossessione per le cose che non passano, che non finiscono, eterne. Le cose eterne sono tutte intatte perché resistono al tempo, non vengono toccate, stanno al di sopra. Io sogno di essere intatta per non dover sottostare alle leggi della vita (ride, nda). E poi penso che un miracolo che tutti possiamo fare nelle nostre vite sia quello di mantenere intatta la propria interiorità: riuscire a mantenere uno spazio interiore che non viene toccato da quel che accade fuori. Uno spazio sacro, inviolabile, in cui puoi comunque permetterti di essere vulnerabile. Forse anche la mia ricerca della solitudine è il tentativo di mantenere intatto uno spazio interiore».

E il fatto di interagire con gli altri può essere un pericolo per questo spazio, si rischia di scalfirlo?

«In realtà no. Non si può fare a meno del mondo, che esiste là fuori ed è molto bello, o anche molto brutto. Una volta parlavo con un ragazzo che ribadiva con forza una sua posizione e sosteneva che chi la pensava diversamente da lui fosse pericoloso. Difendeva la sua idea, ma nascondeva in questa difesa così forte l’enorme paura di essere scalfito dalla visione degli altri, di mettersi in dubbio. E poi è molto bello cambiare idea e farsi influenzare dagli altri. Nel dialogo, nella relazione puoi solo costruire».

Nel libro parli di sette ragazze che tu definisci le tue “sorelle maggiori”. Immagino tu abbia anche modelli maschili, “fratelli maggiori”, eppure hai scelto di raccontare di sole donne. Come mai?

«Ho sempre avuto la curiosità di esplorare uno sguardo di femmina, alla ricerca di antenate spirituali – di sorelle maggiori, appunto. E dunque è stato naturale parlare di loro, perché vorrei capire come funziona lo sguardo di altre donne, anche per poter comprendere meglio il mio. Non c’è tanto un orgoglio di genere, non si parla di superiorità o che. Certo, sono molto fiera di quello che hanno fatto queste donne, perché le stimo – non in quanto donne in sé e per sé ma in quanto grandi artiste, persone dotate di una sensibilità incredibile. Avevo però la curiosità di esplorare questo sguardo particolare».


Penso che la libertà sia un grande esercizio di disciplina. Uno non è libero, impara a essere libero, a volte costringendosi a fare cose che non gli piacciono.


Leggendo, ho notato come due strade parallele. Da un lato il tema della disciplina, che torna più volte. La stessa scrittura del libro, hai detto, è stata un esercizio di disciplina: ti sei “costretta” a scrivere una poesia al giorno, così come faceva una delle “ragazze imperdonabili” di questo libro, Sylvia Plath. Dall’altro, la libertà come desiderio di non essere incasellate, semplificate. Sono temi che si ritrovano già tante volte nelle tue canzoni. Come si armonizza questo imporsi su se stessi con il rifiuto di confini netti?

«Guarda, penso che in realtà la libertà sia un grande esercizio di disciplina. Uno non è libero, impara a essere libero. E lo impara a volte costringendosi a fare cose che non gli piacciono. Per dire, io mi sono forzata a fare un’attività pubblica come questa qui ed essendo una persona timida all’inizio è stato veramente faticoso. Mi sono chiesta tante volte “Ma chi te lo fa fare?”. Quella libertà che poi ho in fondo conquistato – e adesso mi sento piuttosto libera – in realtà è nata da una forma di auto-costrizione. Le due cose non sono in contraddizione, anzi».

Scrivere canzoni e scrivere racconti o poesie sono attività simili, ma allo stesso tempo profondamente diverse. Qual è quella che senti più tua e, in generale, che rapporto hai con la scrittura?

«È un rapporto molto quotidiano, che fa parte della mia vita da sempre. Prima naturalmente vivevo la scrittura da lettrice. Tutte queste forme sono ugualmente divertenti: dopo anni passati a scrivere solo canzoni sentivo la necessità di confrontarmi con altre forme, proprio perché da lettrice le ho frequentate molto. Avevo il desiderio di mettermi dall’altra parte della barricata. Forse dipende anche dalle fasi della tua vita: arrivano momenti in cui hai voglia di fare una cosa piuttosto che un’altra. Ma sarei in difficoltà se dovessi sceglierne solo una. Mi piacerebbe che scorressero parallelamente. Mi piace anche il fatto di fare una musica “leggera” e di poterla unire alla scrittura della poesia, che perlomeno nell’immaginario è percepita come qualcosa di più alto, più impegnato. Ecco, a me piace contaminare le cose e, quando riescono a scorrere parallelamente, secondo me una valorizza l’altra, l’una dà qualcosa all’altra».

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Guendalina Ferri

Guendalina Ferri

Pistoia, 22 anni. Curiosa per scelta, lettrice per necessità, miope per sfiga. Un giorno farò la giornalista o il marinaio, devo ancora decidere.

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