Di cosa parliamo quando parliamo di femminismo

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In questo articolo tratto di tre libri adatti ad apprendere la storia e l'evoluzione del femminismo

In questo articolo tratto di tre libri adatti ad apprendere la storia e l’evoluzione del femminismo

È indubbio che quello femminista sia uno dei movimenti più importanti dei nostri giorni: costituisce un’unione planetaria e attrae persone dagli ideali diversi che hanno in comune la volontà di infliggere il “colpo fatale” al patriarcato. Anche il femminismo, però, è riuscito a diventare un prodotto commerciale: nessuno vieta di comprare le magliette con la scritta “girl power”, ma spesso queste vengono fabbricate da donne che di potere non ne hanno. È anche importante non limitarsi a questa visione commerciale e per forza limitata che ci viene offerta.

In questo articolo tratto di tre libri adatti ad apprendere la storia e l’evoluzione del femminismo, aiutando forse a comprendere meglio le dinamiche attuali della società, le problematiche storiche sorte e quelle insorte, nella speranza che possano ritornare utili e d’ispirazione, come lo sono stati per me.

Perché non sono femminista, di Jessa Crispin

Jessa Crispin è l'autrice di Perche non sono femminista, edito in Italia da Sur

Jessa Crispin è l’autrice di Perche non sono femminista, edito in Italia da Sur

È bello che molte giovani donne si avvicino al femminismo attraverso la sua forma mainstream ma spesso la visione che ne viene fuori è semplicistica. Il femminismo delle magliette “We should all be feminist” proclama l’adesione al movimento senza interrogarsi su cosa tale adesione comporta. In realtà è una scelta difficile perché conduce a un’inevitabile scontro con un sistema che venera i propri privilegi. Il femminismo, inoltre, comporta la rinuncia a determinate dinamiche e a determinate scelte di vita.


Come si diventa strong and independent se si nasce in miseria, in un sistema che tenta di affossare chi si trova in questa condizione?


Si sta diffondendo, grazie a questo femminismo commerciale, l’ideale della strong, powerful, independent woman, con la conseguente esclusione di chiunque non rispetti tale canone. Alcune – molte – donne non hanno la possibilità economica, politica o sociale di diventare strong and independent. Il femminismo si dovrebbe battere soprattutto per loro. È più semplice, però, ignorare quell’imprescindibile legame che unisce il successo nella vita a una già agiata condizione di nascita. Come dice l’autrice: «Il tuo reddito determina la qualità dell’istruzione che ricevi e questo meccanismo spesso fa affondare ancora di più i meno abbienti nella povertà, gravandoli di debiti per decine di migliaia di dollari». Come si diventa strong and independent se si nasce in miseria, in un sistema che tenta di affossare chi si trova in questa condizione?

Troppo spesso ci viene offerta una visione patinata del femminismo in cui sono assenti la grinta, la rabbia e lo scontro; ma una visione del femminismo che metta d’accordo tutti è utopica. Diciamocelo chiaramente: un po’ di rabbia è necessaria. Diffidate di coloro che si allontano a causa delle femministe arrabbiate: non ce l’hanno con le femministe arrabbiate, ce l’hanno con le femministe. Quelle “isteriche” sono il bersaglio perfetto perché, semplicemente, rendono più manifesto il fatto che al raggiungimento della parità si accompagna la perdita del privilegio.

Dalla parte delle bambine, di Elena Gianini Belotti

Elena Gianini Belotti è l'autrice di Dalla parte delle bambine, edito da Feltrinelli

Elena Gianini Belotti è l’autrice di Dalla parte delle bambine, edito da Feltrinelli

Elena Gianini Belotti pone l’attenzione su quanto l’educazione influisca sui cosiddetti “ruoli di genere“. Perché le bambine giocano con le bambole e i bambini con le macchinine? Perché alla bambina il rosa e al bambino il blu? È interessante chiedersi quante bambine, se non avessero subito una massiccia influenza volta alla preservazione della superiorità maschile, sceglierebbero di loro spontanea volontà una bambola. Chissà quanti sono i bambini che desiderano giocare con giochi “da femmina”.


La scrittrice mostra quanto i ruoli di genere non siano frutto di una naturale predisposizione del sesso femminile, piuttosto il prodotto di un tipo di educazione che mira a creare la donna perfetta.


Per secoli si è pensato che alla donna spettasse un determinato ruolo; figlia, moglie, madre. Si credeva che il rispetto di tale ruolo fosse necessario alla sopravvivenza della società. La scrittrice, attraverso una puntuale analisi dei diversi metodi educativi, mostra quanto quei ruoli di genere non siano frutto di una naturale predisposizione del sesso femminile, piuttosto il prodotto di un tipo di educazione che – prima consciamente e ora inconsciamente – mira a creare la donna perfetta. Descrive inoltre gli sforzi delle bambine per far fronte alle aspettative degli educatori. Non sempre tali gesti sono compiuti con piena coscienza; il più delle volte, al contrario, essi sono interiorizzati. Il solo fatto che molte volte siano inconsci, però, lascia intuire quanto gli stereotipi legati al genere siano radicati in noi.

La conclusione cui arriva la studiosa è proprio che essi sono solo stereotipi, non c’è nulla di provato dal punto di vista biologico. In un tempo in cui, nonostante il suo volere, si affibbia alla donna il ruolo esclusivo di generatrice, ritengo necessario cominciare a educare i bambini non a non indossare il rosa, perché è “da femmina” ma a capire che non esiste un “da femmina”.

The Beauty Myth, di Naomi Wolf

Naomi Wolf è l'autrice di The beauty myth

Naomi Wolf è l’autrice di The beauty myth

Ci sembra bellissimo poter avere la perfezione a portata di mano. Anche solo un briciolo; anche solo l’illusione. È bello potersi vedere con delle labbra carnose, grazie a pochi minuti di sofferenza e un po’ di soldi – neanche troppi, comparati al costo di un intervento chirurgico. È un sogno avere alla portata di mano prodotti di make-up in grado di modellarci il viso. Tutti espedienti per illudersi di poter raggiungere un ideale di bellezza.


Quello che al momento conviene è creare donne con l’autostima sottoterra in grado di contribuire alla prosperità di un sistema capitalistico.


Ci siamo mai fermate a pensare al costo? Non solo in termini monetari; parlo anche del costo fisico e di tempo. Usiamo tempo per omologarci a standard che altri hanno creato per noi. Ci strizziamo, ci iniettiamo acido nelle labbra, ci tagliamo, ci mortifichiamo, ci sezioniamo solo per l’ideale. Ma non solo, disprezziamo chi decide di non partecipare a questo meccanismo. Loro sono solo donne pigre, che non amano loro stesse.

Il mito della bellezza è un mezzo attraverso il quale un sistema maschilista, che si è reso conto che le vecchie armi non sono più efficaci, cerca di controllare le donne. Secondo l’autrice, infatti, quello che al momento conviene è creare donne con l’autostima sottoterra in grado di contribuire alla prosperità di un sistema capitalistico: la bellezza è una questione di soldi.

Tramite i mezzi di comunicazione, si creano donne insicure, che sono destinate a diventare le consumatrici del domani. Si elargisce la speranza della perfezione perché si esalta la perfezione a un valore che è necessario (e doveroso) raggiungere. Non fraintendete: credo anche io che il make-up sia una bella cosa e sicuramente la Wolf non si ferma solo a questo. La questione non è semplice e superficiale. Il tema è spinoso e dalle mille sfaccettature. Non resta che approfondirla, con un atteggiamento di continua critica e autoriflessione.

About author

Caterina Ziparo

Caterina Ziparo

Ho diciannove anni e studio giurisprudenza. Ma suono anche il pianoforte. Leggo tanto, troppo. Per questo, lascio che siano i libri a parlare per me. Appassionata di cinema e di fotografia.

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